POTENZA DI IERI E DI OGGI

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LUCIO TUFANO

 «L’identità di una città non può ricavarsi solo dalla storia delle generazioni che l’hanno popolata, né da quanto si racconta di essa, né dalle vicende che l’hanno attraversata, né da quello che si riesce a leggere, di qua o di là, grazie a volenterosi cultori di storia locale. La sto­ria di una città è lunga, quasi eterna, ed è per questo che occorre rifarsi ai reperti (a qualsiasi tipo di reperto), alla tradizione orale e praticata nonché a quella materiale, alle notizie ricavate dai vecchi giornali, ai segni impressi sulle pietre, ai grafici del tempo. Le città – si è scritto – rap­presentano grossi archivi della memoria. La lettura di una città si fa con lo spirito della media­nità penetrando i prismi delle epoche, infrangendo le cortine addensate dal tempo, studiandone gli atti di governo, i costumi, le mentalità, le economie … e in particolare gli aspetti della tradi­zione e delle generazioni, nonché quelli del folklore.
L’identità della città si rileva da tutto un insieme di fattori geografici, topografici, clima­tici, antropologici, urbanistici, storici, sociologici … Peraltro in evoluzione».
È proprio partendo dalla città capoluogo, da questa città in continua espansione, dalle sue abitudini, le sue propensioni, il suo patrimonio di sobrietà e di qualità, dall’atipicità di città appenninica, dal suo centro storico e dai suoi beni culturali, dal livello di civiltà della sua gente che noi traiamo le indispensabili coordinate per soffermarci su di essa e sulla stessa regione per approfondire una utile riflessione, utile a dare di questa città e della regione una proiezione cul­turale indispensabile alla maggiore conoscenza delle loro identità, delle radici e della apparte­nenza, e per curiosi connubi e oblique transazioni, ci giunge una eco di quella vecchia città se­polta dentro di noi.
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Soffiava imperterrito sulla piazza esposta a borea e alle tramontane il vento impetuoso, precipitoso, che riempiva di aria fredda i suoi otri capienti sull’Arioso o su Montocchio e li sca­ricava sui comignoli e sui tetti da Portasalza al Muraglione. Batteva vigoroso le coste e sferzava la cordigliera delle mura e delle finestre, fino al rantolo delle grondaie. Fischiava nei vicoli il si­bilo delle sue canne. Erano qui orientati, secondo il tracciato del vento, le stradine, le torri, i balconi, le porte aperte al freddo degli inverni che con la veste nevosa ricoprivano la città. Al­cuni uffici erano imbacuccati nei muri, al caldo dei termosifoni: corridoi ovattati dal silenzio. La messa della domenica raccoglieva nella Trinità gli artigiani, i commercianti e gli impiegati, la gente tutta: uomini e donne erano separati.
Borghi non più imbevuti di rusticità che facevano parte della città per l’andamento delle case, delle sue rotabili, per il rosario dei negozi e delle botteghe di via Pretoria e di via Roma, per gli alberghi, i cinema e il Teatro Stabile, la fabbrica di laterizi, le chiese e i portoni, i caffè, le librerie, le farmacie, gli alimentari e le piazze …
Rispetto ai finestroni del Municipio e della Prefettura e in genere degli edifici adibiti ad uffici pubblici, la fiaba delle contrade rurali suonava eresia per le denominazioni: Poggio tre Galli, Merdaruolo, Cacabotte, Malvaccaro, Cugno del Finocchio … sconvenienti rispetto alla toponomastica patriottica e risorgimentale, nobiliare insomma, di una città che faceva pompa della sua altezza a capo della valle del Basento. Le tormente invernali hanno condizionato le uscite e le entrate. Il clima glaciale, le rabbiose intemperie, le plumbee giornate hanno pesato sulle generazioni di cappotti indossati nei decenni, nel corso delle grigie, noiose epopee e dei conformismi di regime. La polvere degli anni ha inflitto una spessa coltre alla città che pur era trapunta di alberi e di verde, nelle vie, nelle scarpate e nelle piazze.
Questa è la città degli impiegati, queste sono le scuole, le feste, gli amori degli impiegati, la mentalità, il peccato, le passioni, la fame ancestrale, la paura, l’educazione, il vilipendio e la bestemmia. Invece della cultura del mare, della cultura della serie, della fabbrica, vi è la cultura dei corridoi, dello stipendio, dell’assistenza, del libretto postale. I salumieri vendono salsiccia paesana, il prosciutto. La mortadella arriva da Bologna. Modernità ed arcaismi si confondono in molti esercizi, e su molti deschi, perché il grado del sapore si elevi dalla rozza “carchiola”, dal pane nero, dallo “strascinaro” e si liberi nel gusto più evoluto, in uno stadio di signorilità, ripudiando le forme grossolane e cafone del mangiare, col delicato aroma della pastina glutina­ta e del brodo, del pane bianco, degli sfilatini e tramezzini, fino al dado per brodo. La piccola borghesia ha fatto da tramite imperituro ai servizi e al consumo.
Questa è l’immagine della città nel primo novecento. Poi vennero i diurni e i notturni, i bar, gli autobus e i palazzi, gli alberghi Moderno, e il sottoproletariato sale dai bassi, dai luridi sottani dei vicoli, ai balconi, ed ora ha soggiorni e saloni, mansarde e camere alte, ville al mare e in campagna. Ora ci sono i semafori e la segnaletica, le luci al neon, le lampade di Amster­dam su tutte le strade di circonvallazione. Ora c’è quello che si chiama confort urbano. La ri­cerca delle origini è forse qui? Qui si è avuta l’origine e qui si ha la fine, nella città corridoio, al­veo, canale, luogo di sosta, recipiente, vaso comunicante. La città ha ormai abitanti diversi, pri­ma del novecento c’erano i potentini, nel novecento ci sono ancora i potentini, negli ultimi de­cenni invece si è avviato un processo d’immigrazione e d’inurbamento sconvolgente e massic­cio. Come mai un microcosmo, un’acropoli circondata da case e da vicoli è così cresciuta? E questo accade in una sorta di conformismo: la città, il sistema nervoso, il suo tessuto connetti­vo. Prima c’erano i rioni contadini, e lungo le sue membra articolate, gli artigiani e i bottegai, i sottani, la commedia civile, il suo teatro colto, quello zotico e buffo, le sue maschere. Dai ven­tricoli chiusi, i vicoli tortuosi e stretti, la città versava i suoi estuari nella campagna. È veramen­te cambiata la città? Un organismo biologico che respira, vive, cresce e ansima, si trova di fron­te ad un’accelerata trasformazione. Mutano i rapporti di essa con il territorio, le funzioni, le di­namiche demografiche. L’economia si evolve in direzione di un più vasto consumismo, ma an­che di un’economia del terziario. Che cosa è accaduto nelle sue arterie, in questa sua vena giu­gulare, nell’aorta di via Pretoria? La qualità delle antiche strutture urbane risulta compromessa dalle nuove esposizioni e dalle nuove forme d’uso. Cresce il disagio sociale per la non soddi­sfatta “domanda” di città, cresce la complessità funzionale della città e, di conseguenza, le dif­ficoltà di guidarne e controllarne i processi con l’ausilio di collaudati modelli operativi. Muta­no i ruoli urbani … Ma, nel voler tanto storicizzare la città, si rischia di destoricizzarla. Alla fine del discorso anche il presente e il futuro sono storia. È qui che si verifica quella contrappo­sizione tra la città vecchia, “quella immagine dell’immobilismo, della stagnazione, della arre­tratezza”, alla quale di solito si attribuiscono tutti i pregi e la città moderna, alla quale si attri­buiscono tutti i difetti. E non mancano quelli che sostengono che la vera città moderna sia la città antica o che l’unica città antica sia quella moderna. Eppure il terziario e la piccola borghe­sia scoppiano di benessere. Dai primi, secondi e terzi piani delle palazzine IACP condominiali, dai soggiorni e dalle “cucine degli italiani”, dalle consolle e dai capodimonte, dai saloni con tap­peti, acquario e piante grasse, escono fratelli e sorelle ingegneri, cugini architetti, nipoti medici e assessori, dottori in scienze economiche e commerciali.
Nelle sale del pianoterra, i condomini sono litigiosi sulle quote per il riscaldamento. Ma all’ultimo piano le verande hanno una doppia ampiezza e nel piazzale parcheggiano tre auto­vetture per famiglia. Si va in ferie al mare o per settimane bianche in montagna. Non mancano pellicce costose per le signore. La piccola borghesia è ammalata di nobiltà. Non è blasonata ma decora le pareti di casa di parati barocchi rosso/oro e tiene sui davanzali i discreti gerani e nei salotti le orchidee in cellophane e indugia con gli ospiti nei tardi indugi del dessert. Il progresso ha il suo dinamismo che è già all’opera pesantemente e l’evoluzione attuale si è proiettata nell’avvenire in una continuità ascendente. Aumenta, costruisce, migliora. Il domani sarà “me­glio ancora?”. Le faccende si moltiplicano i viaggi organizzati dalle agenzie. Europa ed euro sono stati alla portata di qualsiasi discorso, ma l’euro è diventato il nuovo incubo, il più assil­lante, sin da quando, inopinatamente, tre uomini di Stato: Ciampi, Prodi e Padoa Schioppa, decisero di adottarlo come moneta unica al posto della lira. Questo doveva man mano estin­guere il debito pubblico?
Da allora una forte imposta straordinaria è calata sul potere d’acquisto dei potentini, mille lire circa e oltre mille del reddito o del potere di acquisto si perdono per ogni euro che viene speso. Questo ha impoverito tutti tranne coloro che hanno dovuto riportare i propri emo­lumenti ai massimi livelli, i politici, i consiglieri regionali e i direttori generali, i parlamentari tutti e tantissimi altri. Chissà se si potrà proseguire in una tale baldoria, con l’aumento di quat­tro o cinque volte il costo della vita, aumentando la disoccupazione e indebolendo la protezio­ne sociale … Ma la città va tutelata nella sua crescita e nella sua storia perché ne possano fruire i nostri nipoti?
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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