E’ sconfortante pensare che in momenti come questi,segnati da una situazione economico sociale difficile, da una competizione fra enti locali chiamati a candidare progetti sul PNRR, dalla chiusura di imprese che non possono far fronte ai rincari energetici, le due maggiori istituzioni della Basilicata, la Regione ed il Comune capoluogo debbano manifestare una simile prova di debolezza e di noncuranza degli interessi generali. E’ il segno che la vita politica si è ricondotta al più spregiudicato e squallido gioco di potere, nel quale non esistono più interessi generali ma solo carriere, occasioni personali e avidità. Una sorta di avventurismo per stomaci pelosi al quale non arrivano i richiami alla responsabilità che pure intere categorie di cittadini continuano a mandare. E questa assuefazione ad una situazione di degrado istituzionale, nel quale non ci sono reazioni di orgoglio, moti d’animo, tentativi di uscire dal pantano,è la fotografia di una Basilicata che sta rinunciando al futuro, ostaggio di una classe politica che non ha niente da dire e niente da dare alla collettività.
Probabilmente quando si porterà il conto di queste nuove esperienze di governo di questi due enti locali, queste persone non saranno chiamate a pagarne il conto perché il demerito li sta sommergendo e spariranno della scena politica, esattamente come quella classe politica che l’ha preceduta. Solo che quella non ha perso per incompetenza o per inadeguatezza nel governare, ma per eccesso di potere, per un caduta della moralità, per cumulo di privilegi, per abuso di posizioni dominanti. Da qui il futuro fosco di una comunità regionale: non vuole tornare indietro e sa che con questi non si può andare avanti, perché, con questi apprendisti stregoni, la cura si sta dimostrando peggiore della malattia.
Quanto alla questione regionale poi, una politica responsabile si renderebbe conto di una legge elettorale che è fatta per impedire al Presidente di governare, con un rapporto numerico così ridotto tra maggioranza ed opposizione che ogni consigliere si sente in grado di fermare il treno a piacimento. Avevamo avvertito di non andare appresso ai cambi di casacca, perché questo avrebbe prodotto il pantano. Ma, a quanto sembra, non c’è tempo e non c’è voglia di rifare regole e di mettere un freno anche regolamentare a questo mercato delle vacche. E’ vero che è un fatto culturale, di moralità personale, di spessore individuale, ma ripiegarsi su come arginare questa deriva dovrebbe essere un dovere di chi si rende conto che così non c’è futuro per la democrazia istituzionale. Rocco Rosa