
LUCIO TUFANO
È qui opportuno soffermarsi su cosa ha rappresentato una piazza, non solo come sbocco di una strada, dove piazza e strada costituivano quel binomio che era nucleo genetico della città. Binomio in cui s’instaurava il divario tra l’incedere ed il sostare, tra movimento e stasi, tra traiettoria lineare ed indugiare a circolo. Con il suo interno, la piazza tipologicamente combaciava con una “corte”, centro di uno spazio virtuale i cui margini erano rappresentati dal tessuto dei palazzi circostanti. Come “corte” di un tale spazio virtuale la piazza assumeva le sembianze di un grande palcoscenico.
Di solito in tempi remotissimi vi sostavano i mendicanti che all’occorrenza assumevano volti e ruoli i più strabilianti possibili. Il grande teatro della miseria disponeva di un numero pressoché inesauribile di attori grandi e piccoli e di una sterminata schiera di comparse. Il vagabondo era parabola dell’infinita volubilità dell’umano giacché era il più cangiante di tutti gli esseri diversi. Simbolo dell’effimero; proprio per la sua polivalenza era ripugnante e minaccioso.
“Per questo soprattutto il mendicante era «nessuno» (niemand) e «nessuno» era mendicante”[1].
Girovagavano, all’insegna dell’odorato, dell’impellente necessità di deglutire, dal ruolo ossessivo di chiedere qualche spicciolo o qualche briciola di pane; si aggiravano tra piazza e vicoli attratti dall’acre degli sterpi al fuoco la sera, nell’ora di rientro dei contadini, dall’odore di minestre cotte con strutto e lardo, per le caldaie fumanti di muso, orecchie e collo, di cotiche e “zappoli”, di ossa di prosciutto e verze in un complicato viaggio onirico legato alla dialettica fisiologica ed al metabolismo viscerale, all’umorismo astrologico, al ciclo nutrizione-defecazione, al fuoco-cottura, al rapporto stomaco (forno del corpo) – sole (forno dell’universo), cardine dell’equilibrio nutritivo e vitale …
“La voracità creativa e vitalistica dell’omone e la mortuaria dismisura dell’ingordo «pappalardo» chiamato all’eccesso da un misterioso istinto di morte, aveva l’abnorme pancia, voragine mostruosa e sepolcro dello spirito; poli estremi della dialettica vita/morte[2]”.
Alla guisa di quelle figure per le quali il ventre era una presenza scomoda, un intralcio, un’ingombrante protuberanza maligna e inquietante nell’ossessiva ricerca del modo e della materia per soddisfarlo: questi nel mondo omerico erano i mendicanti ed i vagabondi, gli ptochoi, che spinti dal bisogno erano afflitti dalla ricerca di cibo per il loro ventre “insaziabile”[3] e «consiglieri di cattive azioni»[4].
Basta dire che da tali sagome umane e subumane si ricava, sin dai primordi, una nozione ed una immagine da teatro. Se si pensa a come G. C. Croce nel suo pregevole volume[5], in funzione di quei tipi “travolti dal vortice inesauribile della comicità fisiologica, originata dall’antica scatologia contadina e popolaresca sfociante in quella disinvoltura escrementizia cui si associava la persuasione della buona salute e del buon sangue, dell’abbondanza, della ricchezza, dalla allegria liberatoria e rigeneratrice”: «tre melensi fanno un insensato. Tre insensati facevano un balordo. Tre balordi facevano un infingardo. Tre infingardi facevano un poltrone. Tre poltroni facevano un gaglioffo. Tre gaglioffi facevano uno sciagurato. Tre sciagurati facevano un furfante». I melensi del sottomondo nostrano erano tutto, il compendio di vizi e virtù dell’arrangiarsi, fautori di espedienti per campare.
[1]Piero Camporesi, Il paese della fame. Il Mulino, Bologna 1978.
[2]Ibidem.
[3]Odissea, XVII, 228; XVIII, 364.
[4]Odissea, XVIII, 530.
[5]Giulio Cesare Croce, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Editore Lucchi, Milano, 1951.