
LUCIO TUFANO
Aggiustaossa, sfossamuorti e “scavafuoss”
Tutti morti gli antichi morti, la moltitudine dei defunti, negli anni, nei decenni, nei cent’anni.
Si bussa per dovere, un segno di rispetto, il saluto scrupoloso delle vecchie. Quarantamila applicati, seimila medici, venticinquemila commercianti, duemila uscieri, ventimila bidelli, cantonieri, netturbini, cavalieri, avvocati, casalinghe, ferrovieri.
La lastra di marmo ci dà la certezza tombale, non quella oltretombale, frequenza incalcolabile di viventi non ufficiale. Un’intervista di dati, un breve cenno al dialogo, il silenzio in codice, la misura delle difficoltà ed il contratto con altre civiltà, non ancora note. Il cimitero è ai confini dell’impero. Quella via porta ad una confluenza di punti, di pali del telegrafo, diramazioni per altre dimensioni.
È la paura dei morti che spinge i vivi a sistemare pesanti massi sul petto dei cadaveri, a chiudere ermeticamente con lastroni di marmo o di bronzo gli avelli, i loculi ed i sarcofaghi, a serrare le bare. Premonizione verso le anime inquiete dei defunti?
Nella cultura popolare il morto è anche persecutore e malefico. È la preoccupazione che vi sia un’indisponenza da parte del morto, o il rimorso dei vivi, per il fatto di essere vivi, che mette questi nelle condizioni di temerlo, di chiuderlo, di tenerlo lontano. La paura della morte è molto sentita non solo per il morire quanto per una sorta di rancore che il morto avrebbe contro i vivi, perciò ad ogni segno, emblema, oggetto che rappresenti la morte, il carro nero, i ceri accesi, il catafalco, il “tavùto”, il velluto nero, le croci e le architetture cimiteriali, la gente fa scongiuri. E poi la grande schiera di becchini, i commemoratori di Jorik che riportano alla luce il cranio svuotato della morte, il loro dialogare con esso.
Lo “scavafuosse” opera oltre confine, è un ricercatore che usa la pala come sonda, non solo per svuotare la fossa ma per provocare la profondità dell’inferno a cui vanno sottratti i corpi perché si ricongiungano all’anima.
È un battitore delle siepi, un picchettatore delle aiuole e dei tumuli, un esploratore, un frontaliere che fa contrabbando tra vivi e i morti nella consapevolezza che nulla si crea e nulla si distrugge. I morti soffiano nelle frasche, nelle fronde degli alberi, sono polline e vento.
Lo “scavafuosse” è il calabrone che riproduce la funzione gamica ed appartiene anche alla sparuta schiera dei traghettatori, come “l’arracamuorte” e il “‘cocchiere” con cappello a tuba, che comanda i cavalli. Questi i naviganti della morte, che trasportano per paludi e per laghi, che remano su ciò che stagna, nel mare calmo delle barche e dei velieri, da Caron Dimonio a “Ministro”. Essi detengono il libro delle tumulazioni, dei sotterrati, dei cassettoni pieni e di quelli svuotati, dei cipressi da potare, delle targhe e dei lumi, degli onici e dei marmi. Hanno dimestichezza e confidenza con i morti, decifrano il silenzio rotto dal pianto. Gli aggiustaossa invece curavano le fratture e le slogature. Pasquale Robertiello di Laviano, uomo tondo e sanguigno, becchino e pertanto avvezzo a manipolare le ossa, adoperava la stoppa e l’albume per le ingessature. Ma vi erano quelli che usavano infilare “u culm”, una sorta di catetere, nell’uretra di tutti coloro che non potevano orinare o che incantavano i “pappoli” nelle lenticchie, i vermi nell’intestino tramite aglio e preghiere. A quelli che diventavano gialli in faccia per l’itterizia prendevano le misure (au marcatura) facendoli stendere supini sul pavimento.
Le masciare intanto ponevano la scopa davanti alla porta. Vi era la paura per la morte privata: si è chiuso! Si diceva di un vecchio amico che non s’incontrava più per le vie del paese perché si era rintanato nella propria abitazione in preda allo strano languore, l’attesa di morire.
Con l’approssimarsi di qualche nefasto evento o per il panico causato da una tremenda epidemia o per la paura dell’avverarsi di luttuose profezie, si spopolavano i paesi e tutti, con le lucerne, cantando, con il fiaschello di vino (notizie fornite dal dr. De Santis di Castelgrande) nelle mani, o pregando, si recavano alle fosse comuni. Nel giorno della conversione di San Paolo, il 25 gennaio, di notte, per antica e diffusa credenza, dallo stato del cielo si deduceva il pronostico delle vicende climatiche e agricole dell’annata. In tale giorno, che si chiama il “San Paolo dei segni, il contadino disastrologo Francesco Franco, negli anni trenta, traduceva dal cielo i fasti e i nefasti dell’anno.