
PATRIZIA BARRESE
Rave party: sono sempre oggetto di discussione animata e polemiche tali ritrovi di giovani dove la “percezione di insicurezza” è tangibile a fior di pelle e la cultura dello sballo dilaga alla stregua di un rito dionisiaco di baccanti che liberano i propri istinti sgraditi ai moralisti. Qui “tutto accade” e accadrà in futuro, creando numerose polemiche. Media e opinione pubblica, continuano ad esprimere il personale punto di vista su un’attrattiva spesso preoccupante perché il consumo di droghe è sempre un elemento importante dei free party che, nella maggior parte dei casi, si svolgono in proprietà sconosciute e senza permessi. Di queste feste in cui i social fungono da informatore last minute del tempo e del luogo in cui si svolge l’evento – evitando che l’informazione arrivi alle forze dell’ordine – gli appelli della politica e il rispettivo approccio, visto dai più come duro e repressivo, sta sollevando critiche e perplessità nonostante quasi mai le feste sono organizzate con un regolare permesso e risultano spesso pericolose.

La libertà espressiva e l’empatia verso persone conosciute e sconosciute genera in questi raduni una realtà parallela in cui evadere, una sorta di protezione lontana dal contesto sociale di vita vissuta, dove i giovani affermano di vivere i propri malesseri e i propri disagi. Queste forme di aggregazione e di condivisione di esperienze e di divertimento, favoriscono una voglia di libertà e il rifiuto di ogni regola. Ma qual è il reale significato psicologico o il modello educativo celato dietro una tale organizzazione!? Inasprire le pene per gli organizzatori dei “rave party“ è visto come forma di repressione e discriminazione ma dinanzi all’occupazione abusiva, la mescita di alcol ai minorenni, lo spaccio di droga, le aggressioni e le violenze tutti tacciono: rimaniamo sgomenti dinanzi ad atti osceni che mostrano pestaggi filmati e poi pubblicati sui social per accrescere il numero di follower e intere generazioni vanno alla deriva seguendo modelli errati.

Ciò che preoccupa è il ruolo dei genitori, spesso le prime figure di riferimento ad essere minacciate o nel gergo comunemente usato ed abusato “bullizzate” dai figli stessi. La vita dei giovani e dei giovanissimi che partecipano a queste iniziative con lo scopo di esprimere la massima libertà di pensiero deve essere comunque tutelata. Lo psichiatra Paolo Crepet, con un intervento pesante e spietato ha sostenuto “Bisogna punire prima di spiegare, non capisco quale sia la remora di tutte le istituzioni ad impedire raduni del genere e a tollerare quello che si fa in un rave party“. Le famiglie, secondo il professore hanno perso di credibilità, non vigilerebbero sui figli e sarebbero diventate troppo indulgenti, permettendo ai propri figli di uscire liberamente di casa il venerdì sera, rientrare il lunedì senza dover dare spiegazioni.

I raduni senza regole non educano né salvano i giovani, spaventati, disorientati, ora inclini all’ira, ora fiduciosi nella solidarietà collettiva: il presente e futuro delle giovani generazioni, deve essere affrontato con la giusta determinazione e attenzione, è legittimo esprimere la propria contrarietà verso le intenzioni politiche ma è fondamentale comprendere le finalità che mirano a salvaguardare da drammi irreparabili. Le regole non sono mezzi coercitivi, ma fondamentali strumenti pedagogici che insegnano a crescere, e insegnare a crescere significa far comprendere che omologarsi a tutto ciò che ha il sapore del rischio non porta a realizzare progetti di vita concreti. Dovremmo riflettere sul reale significato di questi “party di vita” che celano una sola, grande e dimenticata questione: l’emergenza educativa e l’incapacità di aiutare a crescere nella fase adolescenziale, la più burrascosa della vita, e la disarmante vulnerabilità di ragazze e ragazzi che si ritrovano a vivere in equilibrio come su una corda sospesa nel vuoto.
