E’ sconfortante, da un po’ di anni a questa parte, leggere i risultati delle prove Invalsi che continuano a denunciare il gap tra l’istruzione al Sud e quella nelle altre parti del Paese. Quello che fino a tutto il secolo scorso era un primato meridionale, di una scuola che si poneva all’avanguardia nel Paese e che sfornava insegnanti di alto livello, adesso , a clessidra invertita, è fanalino di coda e non riesce a superare il gap che la separa dal resto d’Italia. Ma se l’istruzione è rimasta sempre saldamentei nelle mani del Governo nazionale, come mai questa forbice non solo si è girata dal versante opposto ma si è anche allargata?. Bisognerà rispondere a questa domanda se si vuole trovare il filo di una strategia di rimessa in equilibrio di un settore vitale per il futuro del Paese. Iniziamo col dire che la scuola ha iniziato a morire per un processo di massificazione verso il basso determinato da una selvaggia sindacalizzazione del settore, con provvedimenti e riforme che una infausta concertazione- cogestione con i governi di centrosinistra , hanno tolto via via il merito, il controllo e il concorso unico nazionale. Gli insegnanti di una volta erano vincitori di un concorso nazionale: che era una prova dura e dalla quale il clientelismo era estraneo non foss’altro che per il numero elevatissimo dei concorrenti. Grazie ad accordi tra le parti, il concorso nazionale è sparito ed è cominciato un sistema di reclutamento che tutto conteneva tranne un giudizio di merito: incarico a tempo determinato, supplenze, punteggi per corsi di qualificazioni, graduatorie infinite che si traducevano in un tot annuale di inserimento organico nelle scuole. E poi corsi abilitanti a livello regionale, dove ie classi dirigenti del mezzogiorno non hanno tralasciato di mettere le mani in pasta, col favoritismo e il clientelismo . Il regalo che questa folle co-gestione ha lasciato è stato un numero spaventoso di insegnanti precari, ogni anno costretti ad andare da una città all’altra, da una scuola all’altra, con il che spezzando ovunque quella continuità didattica che è alla base di un corretto sistema scolastico. Altra perla è stata abolire la funzione del Preside e sostituirla con quella del dirigente scolastico. Il primo non solo era il capo della scuola, aveva la responsabilità dell’organizzazione ma anche quella della qualità degli insegnamenti, Chi ha una certa età ricorda come il preside entrasse in un’aula per ascoltare la lezione del docente e per interrogare all’occorrenza gli alunni. Cioè era un controllo di merito sulla qualità dell’insegnamento, con tutto quello che comportava sul giudizio degli insegnanti. Adesso, sempre la sciagurata intesa tra governo e sindacati, al posto del preside c’è un dirigente scolastico che ha solo funzioni amministrative, è responsabile di più plessi e arriva per selezione regionali nelle quali non si richiede una forte professionalità di base ma titoli più generici e meno impegnativi, tanto che non è raro vedere , con tutto il rispetto, insegnanti di educazione fisica, o di musica, assurgere al ruolo di coordinamento. Quale controllo di merito può esercitare una persona che non dispone di un background professionale di un certo spessore? E dunque niente più presidi che giravano per le classi. E siccome da stortura nasce stortura,mentre prima c’erano squadre di ispettori che giravano per l’Italia per verificare la qualità e l’uniformità degli insegnamenti, portando pathos ed ansia nelle scuole sorteggiate per la visita, si è deciso di fare a meno anche di queste figure, relegammdole a compiti amministrativi o a casi specifici oggetto di denuncia. E via dicendo. Si può continuare per sostenere che , con questo peso enorme di precariato ormai in via di stabilizzazione, si parla di centomila persone, non c’è da aspettarsi il miracolo di una rinascita della scuola. Il tirare a campare prettamente italiano, ha portato a depauperare la materia prima dell’insegnamento. E cioè docenti validi e preparati. Ovviamente si parla in via generale e le eccezioni non mancano. Ma sono, appunto, eccezioni, al punto che oggi la prima cosa di un genitore all’atto dell’iscrizione del figlio è accertarsi della bravura degli insegnanti, della presenza o meno di quelli che sanno portare avanti una lezione senza limitarsi a segnare dieci o quindici pagine, o di quelli che sanno approcciare casi difficili, facendo di questi, e non dei più bravi, un parametro per valutare la qualità del docente. Ma poichè questo processo di massificazione-mediocrizzazione ha investito tutto il territorio nazionale, c’è da chiedersi perché il Nord presenta risultati migliori. La risposta è nella migliore organizzazione scolastica, in maggiori investimenti in sussidi didattici, in figure di sostegno messe a disposizione dagli enti locali, nell’espletamnento diffuso del tempo pieno, in un migliore rapporto-scuola lavoro che contribuisce a formare le professionalità ( e non a parcheggiare giovani ) , in una forte interazione con le istituzioni regionali che investono in progetti innovativi. E sicuramente, per le regioni più ricche, l’autonomia differenziata potrà ulteriormente allargare la forbice con le regioni meridionali. E dunque, per invertire questa tendenza non ci sono molte strade da battere: Innanzitutto lo Stato deve prioritariamente riprendere in mano la materia, dettando norme per una formazione annuale obbligatoria degli insegnanti. Altro che autonomia differenziata! D’accordo con le regioni deve poter mettere alla testa di questo processo di miglioramento didattico le Università delle singole regioni, con corsi diretti all’aggiornamento dei docenti ( Lettere, matematica e inglese, solo per stare alla defaillances manifestate dall’Invalsi) . Premiare questo sforzo aggiuntivo dei docenti con punteggi e con integrazioni stipendiali , magari recuperando risorse dalle migliaia di contributi per progetti di scarsa o nessuna efficacia didattica. E stabilire , con il ripristino dei concorsi nazionali, il concetto che in una istituzione come la scuola si entra dal portone principale di un concorso pubblico nazionale, sottratto alle ingerenze della cattiva politica. Ecco, chi vuol parlare di come ridare prestigio e dignità alla scuola, incominci a parlare di modi , tempi e strumenti per riparare ai danni prodotti da una dissennata, lunga stagione di pansindacalismo che dalla salvaguardia dei diritti del personale è passato ad una minuziosa opera di smantellamento dell’intero settore, con complicità politiche sulle quali nessuno ha avuto il coraggio di alzare la voce. Rocco Rosa.
LE PROVE INVALSI, OVVERO LO SMANTELLAMENTO DELLA SCUOLA FIRMATO DA GOVERNI E SINDACATI
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