I QUADRI VIVENTI DI AVIGLIANO AMMALIANO ANCORA UNA VOLTA

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

DI LEONARDO PISANI 

Il seicentesco convento dei Francescani Riformati è stato preso d’assalto da oltre 3000 spettatori, i quali si sono riversati ad Avigliano per ammirare le suggestioni dei Quadri Plastici di Avigliano. Sotto un cielo stellato, accolti dal cortile interno di quel Convento che fu fucina di saperi, artistici con gli stupendi quadri seicenteschi del ferrandinese Ferro, o dei campani Cenatiempo e Ceppaluni, adornato da un delicato barocchetto leccese e una manifestazione anzi usiamo l’aggettivo consono L’Evento artistico organizzato dalla Pro Loco di Avigliano che ha di nuovo affascinato, ammaliato, stregato gli spettatori, anzi ha anche sorpreso chi questi autentici Quadro Viventi della tradizione aviglianese li ha sempre visti. Anche negli anni 60 e 70. E poi l’immenso cortile del suggestivo Convento, con le sue mura e finestre che narrano secoli di storia, con il suo chiostro e le stanze interne, adibite  nell’occasione a Museo  dei Quadri Plastici ha contribuito a creare un’atmosfera “metafisica”  in armonia con l’esperienza estetica dell’evento. Ma cosa sono i Quadri Plastici di  Avigliano? Sono una rappresentazione vivente di scene storiche, mitologiche, sacre, immaginarie o di capolavori dell’arte. Le prima notizie storiche risalgono attorno agli anni venti, verosimilmente, però più antica prende origine dalla processione della “

Il presidente della Pro Loco Bartolomeo Perrotta

nave”, una costruzione di legno, rivestita di carta colorata, al centro la statuetta del Santo. La “nave” o anche “i Turchi” come ricordava la novella “Fanatica vendetta barbara” dal libro “ A piè del Carmine” scritto nel 1903 dal magistrato e letterato Tommaso Claps. Un corteo che ricorda, con il simbolismo della religiosità popolare, le incursioni saracene avvenute nella Lucania, impersonate dal “Gran Turco” capo degli invasori e il miracoloso intervento del Santo protettore, che difende le popolazioni inermi. La “nave” era portata a spalla e preceduta da uomini travestiti da turchi e da bambini che reggevano lampioncini veneziani. La nave era seguita da carri trainati da cavalli e muli sui quali erano allestiti dei “quadri”, detti plastici, perché riproducevano soggetti di arte sacra e storica, interpretati da giovani, che ad ogni sosta. dei carri assumevano quella rigidità statutaria che conferiva la tridimensionalità dell’opera d’arte rappresentata. Dopo alcuni anni di oblio, la tradizione è stata ripresa dalle associazioni culturali di Avigliano e rinnovata ogni anno dalla Pro Loco di Avigliano, dal 1990 esclusi il biennio passato per la chiusura forzata dovuta al Covid. Ma sono ritornati, affascinando in una esperienza estetica, il pubblico accorso anche dalle regioni limitrofe. Un’edizione 2023 al femminile dedicata alle TRAGICHE EROINE. Soddisfatto il Presidente della Pro Loco Bartolomeo Perrotta: “Soddisfatto vedere migliaia di persone venire ad Avigliano con autobus da Matera, da Bari, da Nardò,  da Ostuni, Vedere tanti turisti ad Avigliano, ci ha riempiti di orgoglio.  Abbiamo dato di nuovo dignità a questo straordinario complesso architettonico – il Convento di Santa Maria degli Angeli – che riutilizzeremo, avendo anche capito oltre alle potenzialità, quali siano le criticità da migliorare, compreso l’ingresso., Abbiamo ricordato con un minuto di silenzio  in ognuna delle apertura un nostro giovane concittadino purtroppo scomparso prematuramente in ieri”.

Milena Ferrandina

Il significato artistico e  simbolico della TRAGICHE EROINE lo spiega la storica e critica d’arte Milena Ferrandina: “Caravaggio e Artemisia: la sfida di Giuditta e Giaele, eroine senza tempo nonostante la drammaticità degli eventi. Con le nuove rappresentazioni dei tableaux vivantes aviglianesi ci si cala, in questa edizione, nella violenta e sensuale pittura del Seicento configurando i capolavori dei due artisti come un’indagine pervasa da non pochi tratti poetici così da trasformare il linguaggio religioso in pura potenza espressiva e metaforica.

«Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento» (Gdt, 13, 7-8). Quella che avvolge il dipinto Giuditta e Oloferne di Caravaggio è una strana storia. La tela, tra le più famose e acclamate, raffigura Giuditta nell’atto di uccidere il generale assiro Oloferne dopo averlo sedotto e fatto ubriacare. E’ rivoluzione: la lama affonda e il tiranno si contorce, alla maniera del greco Laocoonte, tra gli spasimi nel trapasso tra la vita e la morte in un estremo rigurgito di coscienza; un orrore raggelato in una realtà atemporale. La serva Abra è pronta a raccogliere la testa del nemico e il popolo ebreo di Betulia è finalmente libero. Caravaggio teatralizza ogni elemento naturale in un perfetto gioco di contrappunti semantici e visivi: l’eleganza di Giuditta e la brutalità del suo gesto. Ella incarna il modello dell’eroina cristiana che da invincibile guerriera distrugge il nemico infedele: la virtù illuminata dalla Grazia divina trionfa sul male come la Chiesa di Roma trionfa sull’eresia luterana”.

Poi la professoressa Milena Ferrandina aggiunge: “Ci vorrà però una donna, Artemisia Gentileschi, per calarsi completamente nei panni dell’eroina biblica e sovvertire definitivamente i canoni tradizionali della sua raffigurazione. Se Caravaggio si immedesima in Oloferne, per interrogarsi su cosa accade nel momento della morte ponendo l’attenzione sull’urlo straziato della vittima, contrapposto alla bellezza intatta dell’eroina che compie l’efferato omicidio, Artemisia Gentileschi, in Giaele e Sisara ritrae, invece, il momento precedente alla sanguinosa uccisione dell’uomo: Piuttosto che mettere in scena il truce omicidio, la pittrice sceglie un “idilliaco” istante. I toni della scena sono molto calmi e silenziosi, dando la sensazione che l’atmosfera sia tranquilla, facendoci calare nei panni del generale, il quale non si aspetta l’attacco a sorpresa, evidente anche nella messa in ombra dell’arma. Sisara, generale canaanita sconfitto dall’esercito israeliano, fugge dai suoi inseguitori e viene ucciso da Giaele che gli conficca un picchetto nel cranio, con una violenza tale da trapassarlo completamente. Il guerriero giace sdraiato come in un sonno ristoratore con il capo sul grembo della deliziosa fanciulla. Manzoni in “Marzo 1821” traccia la scena con due drammatici versi: «Quel [Dio] che in pugno alla maschia Giaele / Pose il maglio ed il colpo guidò.» Nulla vi è nella scena che sembra paragonarsi al dramma della Giuditta che decapita Oloferne di Caravaggio.

 

Un fermo immagine, invece, per Giuditta e l’ancella. Proveremo anche noi a trattenere il respiro come avranno fatto le due donne nel timore di essere state scoperte. La testa di Oloferne appesantisce la cesta portata da Abra e il panno che avvolge il capo reciso è intriso di sangue. Giuditta ha già compiuto in silenzio il gesto eroico e torna a Betulia. Nessuna azione efferata, ma l’istante successivo ad essa. La calma e la grazia del gesto femminile sono protagoniste della scena. E’ quell’ attimo di esitazione, appassionante, che arresta la fuga delle due donne, ad affascinare lo spettatore. Nulla è più importante.

Artemisia è ansiosa di sublimare sulle tele l’oltraggio della violenza carnale subita. Diventa esempio del riscatto realizzando opere accomunate dall’idea dell’acme dell’azione che costruisce la storia e il suo racconto. Rievocando il suo drammatico vissuto personale, ovvero lo stupro compiuto da Agostino Tassi, diventa portatrice di una femminilità̀ svincolata che cerca di dare voce alle possibilità̀ infinite dell’essere artista senza avere paura di essere donna. I tradimenti, gli insulti, il dolore, la vergogna, l’umiliazione, le tragiche eroine sono, ancora oggi, protagoniste capaci di difendersi e vendicarsi dai torti subiti, sono donne determinate ad affermare la loro verità e il loro talento fino a diventare figure iconiche nell’arte e interpreti delle lotte contro i pregiudizi e le discriminazioni di un mondo astioso e chiuso alla bellezza, al talento e alla libertà”.

Tutto questo, nei tableux vivantes aviglianesi 2023, ma va un immenso plauso al Gruppo Aviliart, con la Direzione artistica di Nazzareno Samela e il coordinamento di Tonina Salvatore.

I Costumi sono stati realizzati da Maria Salvatore, Maria Samela e Paola Samela, Trucco e parrucco a cura di Maria Samela e Hilary Bochicchio. Scenografie a cura di Francesco Sacco, Domenico Guglielmi e Anna Bia. Falegnameria a cura di Mimmo Martinelli, Donato Rizzi e Alessandro Giordano. Disegno Luci di Raffaele Perillo. Musiche curate da Rocco Mentissi.  Collaborazione artistica: Arianna Summa, Paola Samela, Floriana Guglielmi, Incoronata Pace, Maria Grazia Samela Interpreti di Giaele e Sisara sono: Valentina Galasso e Roberto De Leonardis. Carlotta Lacerenza e Rosa Gerardi interpretano Giuditta con la sua Ancella. Giambattista Guglielmi, Pia Possidente e Angelo Santoro sono gli interpreti dell’opera di Caravaggio Giuditta e Oloferne.

 

 

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