di Gianfranco Blasi
Vorrei porre l’attenzione dei lettori di Talenti Lucani sul principio di sussidiarietà. Segnatamente in ragione della così detta autonomia differenziata. Ho come la sensazione che due populismi, uno di sinistra e uno di destra si stiano sovrapponendo all’interesse generale e stiano distorcendo il senso costituzionale di alcune scelte della nostra legislazione fondamentale. Lo faccio dopo aver seguito, se pure a distanza, i dibattiti ben organizzati dedicati al Mezzogiorno, tenutisi a Castelmezzano (Pz). Ma andiamo per ordine. Come noto la sussidiarietà orizzontale prevede, per la sua realizzazione, che si instaurino rapporti fra soggetti pubblici e soggetti privati in vista del perseguimento di un interesse comune ad entrambi, l’interesse generale. Il principio di sussidiarietà verticale, in diritto, è invece il principio secondo il quale, se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione. A puntellare questo concetto è l’art.118 della Costituzione che così recita: “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.” Ma è l’art. 5, nei principi generali, quindi fra quelli cosiddetti non negoziabili, a rendere plastica l’idea della sussidiarietà e più ancora dell’autonomia: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.”
I principi fondamentali, ricordiamola appena, sono quei principi generali espressi dalla Costituzione, che presiedono all’intero ordinamento giuridico statale e non a settori o parti di esso; su di essi si fonda la coerenza di tutto il sistema costituzionale.
Dunque, sussidiarietà, decentramento e autonomia, all’interno della Repubblica, una e indivisibile, rappresentano obbiettivi coerenti nella organizzazione dello stato. Il quadro normativo è chiaro. Quello che è inspiegabile è l’atteggiamento dei populisti di ogni latitudine sulla questione. Da destra e dalle regioni del Nord, compresa l’Emilia Romagna di Bonaccini e Schlein, sembra prevalere l’idea di trasferire finanze centrali verso i propri territori per aumentarne la capacità di spesa. Più soldi da gestire in sanità, infrastrutture, ambiente, turismo, ecc. Da sinistra, per venire anche a quanto è emerso da Castelmezzano, prevale il vecchio modello di un sud statalista, destinato alla marginalità assistenziale. Bassa qualità dei servizi, spopolamento, consumi a basso regime, controllo sociale e politico da parte delle elite e, purtroppo, della criminalità organizzata. Tra spesa pubblica all’infinito e drenaggio delle risorse verso i territori più forti deve esserci un punto di mediazione. E se questo punto è l’interesse generale allora sarà necessario spiegare alla politica dei mediocri che l’unità e l’indivisibilità della Repubblica dipende anche dall’autonomia di tutti i territori. Dalla responsabilità nella costruzione delle politiche di sviluppo. Autonomia, sussidiarietà non certo assistenzialismo e clientelismo. Il Sud deve uscire dalla visione costipata che ha di se stesso. Dall’idea dell’intervento straordinario, dai soldi salvifici del governo o dell’Europa. Certo, le energie finanziarie sono indispensabili. Figuriamoci quelle pubbliche. Ma senza una visione creatrice di opportunità, crescita, futuro, senza le ali dell’autonomia e della responsabilità non sarà possibile volare. Si resterà vincolati al pan sindacalismo, ai redditi di cittadinanza, al salario minimo e al lavoro nero. A paesi sempre più piccoli e marginali, a regioni con territori abbandonati per gran parte dell’anno ad un destino di pura sopravvivenza. Ma il destino non è mai irreversibile. Penso a Benedetto Croce. La storia ha un senso se la si legge filologicamente, non settorialmente o banalmente in maniera congiunturale. Molti osservatori, molta dell’attuale classe politica, anche importanti centri di ricerca e di studi sociali ed economici, restano fermi alla cura dei sintomi, ad analisi parziali ed emotive, a vecchie letture ideologiche spesso centraliste se non, appunto, assistenziali (il modello della dipendenza). Non è solo una narrazione l’affermare che ci stiamo per ritrovare davanti all’ennesimo bivio. Anche in Basilicata. Dove gran parte della ricchezza veniva prodotta, fino a ieri, attraverso fattori esogeni: l’automobile e il petrolio. Certo, sta emergendo una forte vocazione turistica e di industria culturale. Il resto è agroalimentare e poco altro. Tutti questi settori sono entrati in crisi. E’ probabile che la Basilicata possa essere, alla fine, la regione del Sud che pagherà il prezzo più alto alla transizione. La faccio breve. Vi sono visioni centraliste che vorrebbero condurre i progetti attraverso cabine di regia romane. Concezioni, che definirei, invece, più artigianali, che esplorano il territorio e le sue potenzialità. Che in una parola si basano sull’indipendenza di fatti, persone e corpi sociali. Il contrario del modello della dipendenza. Potremmo usare il termine “autonomia” o quello più famoso, parlo della “sussidiarietà”, provando a non spaventare chi non conosce il Titolo V della Costituzione e resta inchiodato solo agli slogan. Il problema più grande che abbiamo davanti è in ogni caso il declino demografico.
Molto bravo, direi assolutamente puntuale, nell’esporre i dati è stato nel paese delle Dolomiti Lucane il giornalista potentino del Mattino, Gianni Molinari. I numeri sono impietosi. Il crollo demografico è in atto da alcuni decenni. Il presidente Bardi ne è consapevole, ne ho contezza. Ma la sua consapevolezza ha bisogno di progetti condivisi almeno per arginare il fenomeno. La conseguenza già visibile è la desertificazione delle aree interne.
Questo vero e proprio dramma sociale, come ha spiegato Molinari, nasce da più fattori, compresi gli stili di vita ma, soprattutto, dalla frammentazione del territorio e dalla disabitudine a intraprendere e a cercare lavoro. Si guardi alla narcotizzazione che ha prodotto proprio il reddito di cittadinanza. I sussidi non possono essere per sempre. Elementi di discontinuità sarebbero da ricercare nel potenziale delle risorse inutilizzate, nel digitale e nel green, nelle infrastrutture strategiche da completare, cominciando dagli schemi idrici, in un nuovo ruolo delle aree interne anche attraverso gli scenari di integrazione interregionali, con la valorizzazione delle interconnessioni fra Basilicata, Calabria settentrionale, Campania e Puglia.
Naturalmente nell’industria culturale e turistica, come affermato giustamente dal Ministro, Gennaro Sangiuliano, dal potenziamento e dalla qualità dei servizi. Sia quelli all’infanzia che quelli socio assistenziali per gli anziani. Se fossi un decisore politico regionale, un sindaco lucano, un rappresentante sindacale o di categoria di vertice, considererei questo approccio come assolutamente prioritario. Attenzione è da porre poi al ruolo strategico delle aree urbane regionali. Le potenzialità già espresse da Matera, quelle a forte intensità della città di Potenza e del suo hinterland, le due, a vocazione turistica e di economia del territorio del Vulture Melfese e del Metapontino, l’area Sud a cavallo fra val d’Agri, Pollino e Maratea. Chiudo ed insisto sull’autonomia. Tutti gli osservatori, sia quelli di parte, che quanti provano ad esprimere giudizi non conformisti, sanno che sul termine “autonomia” in questi ultimi tempi si è molto giocato politicamente. Gli interessi del Nord sono stati sovrapposti a quelli del Sud. Si è provato a raccontare il percorso autonomo come troppo egoista e non inclusivo degli interessi generali. Con la disciplina dello studioso e del legislatore di lungo corso, devo sottolineare che esiste un percorso costituzionale e legislativo che ho provato qui a sintetizzare, un iter parlamentare del “Regionalismo differenziato”, assai rigoroso. Quello che più mi intriga affermare è il senso diverso, il collegamento politico alternativo e lungimirante con cui bisogna coniugare la parola “autonomia”. Non è semplicemente indipendenza, cioè superamento della dipendenza. No, l’autonomia per dirla con il prof. Leonardo Cuoco, non si sposa meccanicamente, se volete, sussidiariamente al concetto morale di responsabilità. Proprio Cuoco, profeticamente, va al di là. Ci dice che “i pilastri che si ritengono strategici per favorire le operazioni di cambiamento e garantire l’esercizio efficiente degli istituti dell’autonomia sono: la ricerca e la conoscenza”. La centralità deve essere data alle risorse da produrre piuttosto che alla gestione di risorse date. Parlo della lotta politica fra centralismo e territori, fra stato e mercato che torna sempre di attualità.