LE VACANZE DI NOI ” BALILLA”

0

 

LUCIO TUFANO

Era l’estate, lontano dalle premure e dalla tutela delle zie, la colonia marina di Fiumicello, a Maratea, agosto del 1938, nel pieno di quella illusoria e frenetica Era. Si assisteva ogni mattina all’appello e all’”alza bandiera”, per buona parte della giornata, impegnati a marciare sul misto del grande spiazzo antistante le baracche delle camerate, cosparso di sassolini e terriccio, con ai piedi sandaletti fragili ed ordinari. Per poter eseguire i comandi, dovevamo infatti ripararli, alla meglio, con fili di ferro o rame, riallacciando le strisce di cuoio alle solette rotte, in ragione delle ossessive e frequenti marce. Normalmente dotati di grembiule e berrettino. Difatti gli “attenti”, i “passo!”, gli “avanti marsch!”, le “cadenze”, ci facevano battere i piedi sul terreno, con grave danno ai sandaletti, che venivano sostituiti solo dopo dieci giorni. Si scendeva lungo i tortuosi viottoli delle scarpate fino al mare, immersi ed inebriati da effluvi di erbe officinali e di origani e mente selvatiche, e man mano integrati dalla brezza di mare e di salsedine appena ci si avvicinava alla spiaggia.  Gli istruttori, bravissimi, ci assistevano con affetto: Frascione, Coretti, Chiantini, Carchio … Erano i cadetti della GIL di Potenza. Il Duce ci amava, ed era da noi considerato un dio tutelare e potente. A mezzogiorno, al suono della tromba, ci si rifugiava sotto un lungo capannone, ai tavoli per il pasto, propinato in gamelle d’alluminio. Non ci si lesinava, a merenda, qualche percochella di produzione locale con fettina di pane. Una canottierina con la grossa “M” sul petto, i pantaloncini e il cappelluccio bianco, gli indumenti di ogni giorno. Facevamo il bagno, poi al sole, gli esercizi per la elioterapia. Era diffusa tra noi la trafelata ricerca, nella sabbia bagnata, dei vetrini smerigliati in vari colori e smussati, arrotondati, come pietruzze preziose. La prima volta che incontravo il mare. Partiti dalla Stazione Inferiore di Potenza, dove mi aveva accompagnato la nonna, insegnante elementare, ed, in attesa del treno, ci furono distribuiti una fetta di pane, un formaggino ed un bicchiere d’acqua. Mi sentivo inebriato da quell’odore di terra cespugliosa e di macchia mediterranea, … Una fragranza di sogno e di sensi. Avevo appena compiuto sei anni, e frequentavo la prima classe elementare con la maestra Ruoti che, nella sua abitazione, ospitava decine di cani. Quei giorni ormai fanno parte di me, dei miei ricordi, quell’aria lucente, fresca, con percorsi gioiosi lungo le scarpate tra carrubi e acacie, per giungere al mare che spumeggiava di sotto. Non ho memoria di gite scolastiche, in anni in cui la scuola era autoritaria. Fra professori ed alunni i ruoli erano ben definiti e il senso della disciplina piuttosto drastico. Una scuola ancora immune dalla intrusione della televisione, dalla contestazione giovanile e dalla incapacità degli insegnanti di rinnovarsi e di instaurare con i giovani rapporti più autentici. Gite non se ne organizzavano, fatta eccezione per quelle che ci imponeva il Regime: i campi dux, le marce topografiche e le gare ginniche. Erano frequenti invece le scampagnate organizzate dalle famiglie.
Da aspiranti chierichetti, io e il mio compagno di scuola Umberto Aquino, frequentavamo la Cattedrale. Nostro confidenziale amico era don Peppino Spera. Fu proprio con la sua guida e con altri ragazzi che, dopo una buona sgroppata, conquistammo il bosco di Rifreddo, felici di consumare la colazione, gelosamente custodita in tovaglioli e zainetti. In voga allora le scampagnate, a piedi o in carrozzella, anche con la Balilla e la Topolino, in contrade come Macchia Romana, Macchia sant’Antonio, Betlemme dove vi era una vecchia chiesa, e l’Epitaffio dove una fontana romana dava acqua freschissima. Nelle notti del 16 agosto, nel corso dei fuochi pirotecnici in onore di san Rocco, la gente, raccolta nei dintorni della Chiesa, consumava polli arrosto, tortiere di agnello con patate e grandi piatti di lasagne al forno o di strascinati al ragù. Ma scorribande che non si dimenticano, sono quelle della fiaba-avventura, quando avendo deciso di marinare la lezione, si scendeva per viottoli e scarpate al Basento. Di quelle acque limpide e fredde, ci preoccupava l’eccessiva profondità dei bot’ni, fosse naturali lungo l’alveo del fiume. Le loro denominazioni ci restituivano il senso salgariano delle nostre letture: Sassolino, Dragoverde, e Piscinone. In quelli più ampi e profondi si bagnavano i grandi. Le sortite al fiume comportavano scorpacciate di visciole e ciliegie, di scarole e lattughe, di fave e cipollette fresche, lungo gli orti che s’incontravano per quelle scorciatoie che più brevemente ci agevolavano l’arrivo e il rientro. ( CONTINUA)

Condividi

Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento