Parlando di Bantia (oggi Banzi nell’Alto Bradano) va considerato il popolo dei Bantini che l’abitava. Esso era di fiera stirpe osco-sabellica, insediatasi su un ampio territorio a nord-est dell’attuale Basilicata. L’aveva ricordato Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, includendo fra gli undici popoli dell’antica Lucania, anche i Bantini. Questi undici popoli (Atinati, Bantini, Eburini, Grumentini, Numestrani, Potentini, Sontini, Sirini, Tergilani, Ursentini, Volcentani) non vivevano tutti in modo accentrato, ma alcuni costituivano delle “città stato” organizzate in diversi villaggi con un centro religioso o giudiziario. E quest’ultimo era proprio il caso della Bantia preromana, alla quale fa riferimento Plinio, che in lingua osca era denominata Bansa, come si venne a conoscenza con il rinvenimento della Tabula Bantina, avvenuto nel 1790, in territorio di Oppido Lucano, non lontano da Banzi.
Nella storia archeologica Bantia rappresenta uno dei più importanti centri del periodo preromano della Lucania, successivamente sottomesso a Roma. Bantia è ricordata dal poeta Orazio per la sua grande foresta (il saltus bantinos dell’ode IV). Ampia è la bibliografia sulla storia e sull’archeologia di Banzi, altresì attestata dalle vicende riguardanti l’abbazia benedettina di Santa Maria sorta sull’antico sito di Bantia. Recentemente (luglio 2024) su Bantia è stato pubblicato un nuovo testo di 405 pagine di Michele Cilla. Il libro pur avendo il titolo di “Bantia” ed il sottotitolo di “Banzi tra mito, storia e realtà”, tratta della storia di Banzi, ma con un’attenzione tutta rivolta a riconoscere, (giustamente) un preciso “comprensorio bantino” nell’ambito del patrimonio archeologico lucano, già denominato “ager bantinus” dall’archeologa Maria Luisa Marchi. Dopo aver letto il libro si può tuttavia pensare che il territorio di Banzi non disponga di reperti relativi alle diverse età preistoriche. Vi si sostiene, riguardo allo scontro fra Annibale e i consoli Marcello e Crispino che esso possa essere avvenuto nei pressi di Monteserico. Emerge che nel territorio di Banzi non risultino testimonianze riferite al periodo longobardo. In realtà esistono almeno due reperti preistorici, uno del paleolitico e l’altro del neolitico, rinvenuti a Banzi e riportati dagli archeologi Giustiniano Nicolucci ed Antonio Jatta in “Bollettino dell’Accademia delle Scienze” del 1872 ed in “Puglia Preistorica “del 1914. Riguardo i Longobardi, a parte il fatto che la donazione dell’eremo benedettino di Banzi fu effettuata dal principe longobardo Grimoaldo III, le aree delle contrade “Gaudemanno” e di “Masseria Lasala”, sono state ritenute dallo storico Giuseppe Roma, nella sua documentata ricerca sui “I Longobardi nel Sud”, toponimi di derivazione longobarda. Per lo scontro fra Cartaginesi e Romani del 208 a.C. le fonti attestano, senza alcun dubbio, che sarebbe avvenuto fra Venusia e Bantia, certamente non oltre il sito di Banzi. Relativamente a tutto il resto va detto che il testo di Michele Cilla è pienamente esaustivo per quanti vogliano conoscere in modo cronologico i luoghi e le caratteristiche dei rinvenimenti archeologici, soprattutto di quelli avvenuti in aree suburbane, del centro federativo dell’antico popolo bantino. Questo approfondimento permette infatti il riconoscimento della storia di un popolo, più che quella di una sola città. L’antica Bantia ebbe anche il suo statuto in bronzo, le sue terme, il suo “auguraculum” a somiglianza di quello di Roma e le ricchissime necropoli. Significativa risulta anche la collocazione dell’affluente “Basentello, quale frontiera fra regioni, popoli e culture”, facendo riferimento a Bantia collocata al confine fra Lucania, Peucezia e Daunia. Dal lavoro di Michele Cilla emerge nettamente che questa antica città ha una rinomanza storica ininterrotta dal VII secolo a.C. al VI secolo d.C., in un percorso che va dall’età arcaica alla tardo-antica. E’ interessante riscontrare come Bantia abbia avuto il momento di maggiore splendore con l’arrivo di Roma, la guerra annibalica e soprattutto il successivo periodo “repubblicano”, fino a quando dopo il decadimento del VI secolo d.C., non giunse il dominio dei Longobardi. Ed è l’età repubblicana, dal III al I secolo a.C., il periodo importante al livello sia delle “ricorrenze” che del numero dei siti rintracciati, riferibili a tutta l’area a settentrione di Banzi da ovest ad est. Se si legge la prefazione, curata dell’autore, è pienamente condivisibile il riferimento ad un comprensorio bantino tassello della rete culturale nazionale. Banzi (intendendo l’antica Bantia) avrebbe rischiato di perdere la propria identità e finanche la cancellazione del nome se non fosse stata successivamente fondata sul suo sito la comunità monastica benedettina, consentendo la salvaguardia della memoria storica collettiva a beneficio delle future generazioni. Si riconosce il valore di una ricca documentazione per i successivi periodi storici dall’Alto-Medioevo (XI-XII secolo) fino al 1755, raccolta e riportata nel manoscritto redatto da Domenico Pannelli su ordine dell’abbate commendatario della Badia di Banzi dal 1747 al 1756. Questo manoscritto confermava già nella prima pagina che il monastero benedettino Banzi era ubicato “dove prima era quella città”, riconoscendo l’inscindibile continuità fra Bantia e il monastero bantino. Il titolo del testo di Michele Cilla è diretto a sollecitarci una consapevole analisi ed una matura riflessione sui termini da lui usati per indicare l’attuale Banzi rispetto allo storico toponimo di Bantia: mito, storia e realtà. La parola mito esprime una narrazione, un racconto che possono essere caratterizzati anche da ipotesi fantasiose.
Nel caso dell’antica Bantia esistono invece, almeno ad iniziare dall’VIII secolo a.C., solide basi storiche e concrete repertazioni archeologiche. Essendo però del tutto scomparsa o, per meglio dire rimasta sotterrata, l’antica città il sito è stato per lungo tempo “mitizzato”. Ancora oggi le incredibili e insospettate scoperte di questa città, apparentemente scomparsa, sono affiorate da scavo occasionale o regolare, ma sono incredibilmente “altrove”. Costituiscono un reale rilevante patrimonio trasferito e disperso che va ad alimentare il mito. La Tabula Bantina è al Mann: Museo Archeologico Nazionale di Napoli. I corredi funerari e un tesoretto di danari repubblicani al Museo Nazionale di Reggio Calabria. Lo scavo privato con fibule in oro e reperti in argento, recuperato nel 1960 da Francesco Ranaldi, al Museo Provinciale di Potenza. I cippi dell’”auguraculum” al Museo Nazionale “Mario Torelli” di Venosa. Le circa 800 tombe con ricco corredo, dissepolte a Piano Carbone, si trovano in diverse sale del Museo Nazionale di Melfi. Restano visibili solo perché intrasportabili la villa ellenistica di Mancamasone, i resti del reticolo urbano romano nel parco di Montelupino, la Domus romana con terme nel Parco di Orto dei Monaci. Ma l’iscrizione della Domus di “Romanius sacerdos” non sappiamo dove sia. La colonna di marmo greco con croce francescana posta in Piazza Emanuele Gianturco ed il sito del Fons Bandusiae in contrada Ripa di Carnevale appartengono anch’essi al mito di una antica città, falcidiata dalla malaria e inghiottita dalla edificazione dell’abbazia. Il sito della fonte, ricordata da Orazio, viene conteso dalle numerose fonti nel vicino agro di Palazzo e nei lontani territori laziali di Licenza d’Orazio e di Vicovaro. Il mito in genere può trasfondere nella storia. Ma la storia annulla e cancella il mito quando le fonti risultano attestate e pienamente documentate. La storia non ha sempre bisogno di essere del tutto visibile, ma la visibilità aiuta a comprendere il percorso storico. Per Banzi le attestazioni che riguardano Bantia, fatto salve le scoperte e le testimonianze archeologiche, sono soprattutto una reminiscenza di tipo letterario che si è consolidata nella storia reale. Ci riferiamo ai famosi “saltus bantinos, la foresta bantina, divenuta nel tempo il “Bosco dell’Abbadia” una grande area ambientale a nord dell’abitato ottocentesco, successivamente depredata e infine per buona parte disboscata. Anche il mito del Fons Bandusiae trasfonde nella storia quando i viaggiatori italiani e stranieri scoprono a breve distanza dal presunto sito bantino le grotte scavate nella roccia sul fianco sinistro del torrente Banzullo, salvate dalla distruzione nel 1977 grazie all’intervento della locale Pro Loco. Evitata la distruzione le grotte attendono la salvaguardia e la riqualificazione. Ma è tutto ciò che resta della grande foresta ad avere bisogno di una tutela. A breve distanza dalla Fons e dalle Grotte c’è il Vallone della Radica, nel quale avvenivano a fine Ottocento le scorribande brigantesche. E a Banzi la storia continua con l’Abbazia e la Chiesa di Santa Maria, la Masseria di San Isidoro in contrada Panetteria del tutto distrutta, il Convento Francescano e la nascita del paese che accolse dopo l’unità la famiglia di Francesco Saverio Nitti, il palazzo municipale con la torre e l’orologio, abbattuto nel 1971 perché pericolante. Tutto ciò non lo trovate nel libro, ma mi auguro che Michele Cilla abbia voglia di scriverne un altro dedicato alla grande storia medievale e moderna di Banzi.
Egli ha comunque il merito di aver voluto inserire nel suo testo su Bantia-Banzi, accanto al mito trasfuso nella storia, anche l’indispensabile riferimento alla realtà, che non è certo quella dello sfruttamento di un ambiente ancora incontaminato con l’impatto delle numerosissime pale eoliche, presenti sull’intero territorio a nord e ad est dell’Alto Bradano. L’unico vantaggio che se n’è tratto, a parte le “royalties” doverose e forse insufficienti a compensare il disastro ambientale, sono stati i rinvenimenti archeologici occasionali, che hanno favorito la ricerca e riempito i musei già stracolmi di reperti, senza alcun ritorno per il decondizionamento culturale delle superstiti comunità. Per una realtà, sempre più esposta al forte decremento demografico, qualcosa si può ancora fare. La vera compensazione possibile sarebbe quella di ridare alla comunità banzese e bantina, intesa al più ampio livello territoriale, l’opportunità che può derivare dal riconoscimento e dalla visibilità della notevole identità storica dell’ager bantinus, non riferibile ad un solo paese o solo a due paesi confinanti, ma soprattutto a Banzi che non va consapevolmente e strumentalmente ignorato. A Banzi soprattutto sussistono ancora diversi vincoli archeologici e ambientali in aree prossime all’attuale abitato. Occorre svincolarli e dare avvio ad una nuova fase di scavi regolari per raggiungere l’obiettivo di poter disporre di nuovo materiale archeologico e con quello restituibile giungere finalmente all’istituzione di un vero Museo Locale. Va intrapresa un’iniziativa per l’immediata restituzione dell’iscrizione romana della Domus e del mosaico pavimentale alto-medievale. Cilla chiude la sua prefazione dicendo che “a noi spetta oggi l’onere e l’onore di tutelare e promuovere il patrimonio artistico-culturale”. Il messaggio è diretto non solo alle Sopraintendenze, ma innanzitutto alle amministrazioni comunali, agli enti ecclesiastici proprietari, alle associazioni culturali di tutela e in linea prioritaria alle Associazioni Pro Loco che non hanno solo il compito di organizzare eventi e sagre, ma hanno anche quello di tutelare e valorizzare il patrimonio storico, artistico ed ambientale di riferimento.