
Mario Santoro
Malgrado gli innumerevoli sforzi di definire, in maniera esaustiva, la poesia ci si accorge della indefinibilità della stessa, come già dichiarava il poeta Montale nella “Prolusione alla consegna del Premio Nobel” nel lontano 1975, e dei continui ritorni al passato a formare una sorta di circolarità elicoidale, ossia senza mai chiudere il cerchio. In realtà ogni tentativo di definizione rischia sempre di impoverire la poesia perché, obbligatoriamente, pone in evidenza alcuni aspetti ed è costretta a trascurare altri e ciò appare, paradossalmente, come una “diminutio”. D’altro canto per questa ragione qualche poeta ritiene di potersi tranquillamente disimpegnare ricorrendo ad un vuoto e sterile tecnicismo, ad un mescolamento di termini e di parole intrecciate abilmente perché possano risultare gradevoli all’orecchio, mantenendo una sorta di livello medio basso e, in qualche modo, scontato. E così si rischia davvero di ridurre a poca cosa la poesia e di soffermarsi su fredde etichettature che risultano limitanti per chi le produce ma anche per il fruitore che desidera, legittimamente, che il suo senso e il suo bisogno di attesa vengano sempre soddisfatti e superati; superfluo aggiungere poi che il poeta deve continuamente misurarsi con il clima culturale e le numerose schizomorfie del contesto sociale sempre più complicato. E poi va da sé che deve fare i conti con la mutabilità implicita della poesia variando la percezione della stessa finanche nel soggetto che la produce e mutando da momento a momento per la diversità di disposizione dello stato d’animo e l’angolo di osservazione. Un dato è certo: il linguaggio poetico sa continuamente rinnovarsi nel suo giuoco di incastro della parola e nel lavoro di lima, si adatta alla varietà dei temi e soprattutto allarga a dismisura o restringe la visuale, superando, in molti casi, le barriere del provincialismo e diventando bene di consumo sempre più condiviso, in tutto o in parte. Inoltre tende a liberarsi dei lacci delle situazioni particolari e limitanti per farsi decodificabile e disambiguabile da più parti e, in questa prospettiva, ricorre alla parola che tende ad essere sempre meno referenziale e denotativa per farsi pluralità di significanza, talora fino alla impalpabilità, ricca di inferenze e di connotazioni, fondando il messaggio poetico sulla molteplicità delle sfumature. E così, se il poeta è “absolutus vinclis”, il linguaggio poetico non ha recinti e varca tutti i confini sulla linea della emozionalità che sa produrre. Dunque, qui nessuna definizione si tenta; si propone solo l’immagine suggestiva della poesia che ci offre il poeta Antonio Porta:
“Vaso rotondo, liscio e bianco chiuso
galleggia sul fiume tumultuoso, scrosciante
ma io prendo un martello pesante, lo lancio
dalla sponda, lo faccio a pezzi, centrato in pieno
in quell’istante e per sempre
sprigiona tutta la sua luce.”
Siamo alla metafora del vaso, per sua natura delicato, che protegge la poesia, galleggia sul tumultuoso fiume e appare finanche troppo scoperta. La sostanzialità risulta evidente ed è egregiamente racchiusa nelle immagini intense e rapide dell’equilibrio provvisorio, mantenuto a fatica e quasi miracolosamente, reso al meglio non solo dal movimento ondeggiante e dal pericoloso rischio di rottura improvvisa del vaso che, nell’immediatezza, si immagina possa contenere valori e significati profondi, ma anche da una sorta di costanza e di dinamismo che rendono l’insieme estremamente chiaro eppure labile, sfuggente, come impalpabile e, al tempo stesso resistente. Non a caso occorre non solo un martello pesante, in barba alla presunta fragilità dell’oggetto che galleggia, ma anche una persona che sappia lanciarlo con precisione e determinazione, mantenendosi, prudentemente, sulla sponda del fiume. Validissima risulta la contrastività tra la forza del colpo del martello pesante che infrange il vaso e il contenuto che sprigiona tutto il bagliore di luce. E chi può ottenere un simile risultato se non il vero poeta che colpisce in pieno il vaso, lo riduce in pezzi e si lascia abbagliare, siaa pure un attimo solo, dalla luce? La poesia, dunque, fino a un attimo prima inconoscibile e dunque indecifrabile, diventa all’improvviso, rivelatrice dell’arcano e si connota magari come salvifica. Forse è propriamente cosi perché, soprattutto in tempi di profonda crisi, essa permane, sopravvive con la sua capacità consolatoria, si fa dolente e poi si carica di promesse e mantiene sempre il filo sottile della speranza. E fa di più. Si avvale di allusioni, sfumature, soprasegmentalità, significanze diverse, fa ricorso all’analogia, alla riduzione sempre più consistente del digitale, a salti improvvisi nella memoria, a rimandi e a ripescaggi, precisi o appena abbozzati, a pulsazioni, a linee di emozionalità. Inoltre sa essere, di volta in volta, diversa, nuova, accattivante, per un implicito processo di trasformazione continua e assume finanche carattere di divinità se è vera, l’asserzione di Valery, che il primo verso lo donano gli dei per esaltare e inebriare i poeti e per dannarli poi nella ricerca faticosa di altri versi che possano eguagliarlo. Talora il poeta si appoggia alla melodia (rima-ritmo) soprattutto nell’idea che il significato conti meno del suono; altre volte si fa messaggero di incanto, di magia, di spettacolarità, oppure punta tutto sulla tenuta stilistica e sulla rapidità espressiva; altre volte ancora ricorre ad una versificazione aliena da dissonanze o ancora punta sugli accumuli delle stesse, giocando su asintattismi e ricorrendo a sottili trame e a tecnicismi vari. Più spesso ricerca la parola che possa piegarsi ad ogni situazione e, se necessario, sappia contorcersi, frangersi, assottogliarsi e finanche nascondersi o, al contrario, fare bella mostra di sé estetizzandosi alla maniera di Wilde, di D’Annunzio, di Lawrence e magari poi diventa estremamente simbolica e finanche terribilmente ermetica. In altre circostante contribuisce a dissolvere il linguaggio, lacerandosi e proponendosi di adeguarsi alle contorsioni del contesto sociale dal quale può, in taluni casi, prendere le distanze e cercare il rifugio, la lontananza, il nascondiglio segreto. Inoltre sa farsi scettica rispetto alla sua funzione discorsiva e privilegia rime imperfette o approssimative fino a produrre versi vivipari, tanto cari al secondo Sinisgalli e all’ultimo Montale. Certo si evolve e si trasforma continuamente ed è lontana da taluni riferimenti tipici del Novecento, che, schiacciato dalla profonda delusione degli osannati nazionalismi e dei propugnati imperialismi e in qualche modo anche deluso dal reale fallimento del Positivismo e del Risorgimento, dà origine a fenomeni diversificati; infatti accanto al perdurante d’annunzianesimo, si assiste alla nascita del Futurismo, al diffondesi del Pascolismo, all’insorgere del Crepuscolarismo. Non è un caso che la figura di D’Annunzio, che affettava eleganza raffinata e al tempo stesso stravagante nelle movenze del dandy e del superuomo, viene oggi trascurata, perché il poeta non mira a stupire e a raccontare solo cose che risultino strabilianti ed esagerate. D’altra parte egli non potrebbe vivere al di sopra delle proprie possibilità, come faceva il “divino poeta” che sapeva imporsi non solo alle masse ma anche e soprattutto alla prepotenza dei borghesi che mostravano chiari atteggiamenti arroganti non solo nel loro formale perbenismo e nel moralismo di maniera, ma anche nel tenace attaccamento al denaro considerato fondamentale e pressocché sacro quasi quanto l’aristocrazia di sangue. Perseguiva, in maniera anche ossessiva, il culto dell’arte e di una vita sempre ardimentosa e degna di essere imitata. Oggi il poeta mantiene le distanze anche dal Futurimo che, nella sua forse in parte giustificata tendenza ad abolire l’eccesso di nostalgia verso il passato, puntava tutto sulla meraviglia delle innovazioni tecnologiche e aspirava ad un futuro esaltante propugnando una poesia vivace, dinamica, rapida, effervescente e anche un pò, se si vuole, chiassosa, con i vari Marinetti, Soffici e in parte Palazzesci e Govoni e si caratterizzava anche come movimento contraddittorio tra una sorta di spirito innovatore e al tempo stesso di conformismo ideologico pur con sempre una dichiarata ribellione nei confronti della tradizione e della cultura classica. Lontana, ma di meno, dai teneri temi pascoliani che pure a tratti riprende nel canto delle piccole tenere cose con elementi di vicinanza e con la ripresa di taluni miti, appare più pronta a prestare orecchio ai temi dei Crepuscolari che puntavano ad una poesia volutamente votata alle cose “insignificanti” con il richiamo diretto ai piccoli elementi domestici, ai vasi vuoti, alle “scatole senza confetti”, ai “lampadari vetusti”, ai “caminetti un pò tetri”, ai “frutti di marmo”, alle “campane di vetro”, agli orciuoli, ai guanti, alle crinoline, ai garofani appassiti, alle “statue camuse e senza braccia”, agli ospedali desolati e tetri, alle suore pallide e morenti, alle “stoviglie a vividi colori”, alle “buone cose di pessimo gusto”, alle donne comuni come la splendida “Signorina Felicita”, ai tanti elementi propri anche del mondo d’annunziano, cantato però dal pescarese con tinte vigorose con rimandi a “logge” non cadenti, con vestigia di palagi, con balestrucci, con le classiche “aeree cicale”. Il Crepuscolarismo a tratti ritorna anche con la sua modalità di scrittura, lontana da ogni classicità, quasi sempre sotto tono, dimessa, in contrapposizione con i roboanti poeti “vati” e sempre nella dichiarata incapacità di poter dire qualcosa di interessante, secondo il dettato di Moretti:
“Avere qualcosa da dire
nel mondo, a se stessi, alla gente!
Che cosa? Io non so veramente
perché non ho nulla da dire.”
E il poeta Corazzini va oltre e arriva ad affermare di non potersi considerare poeta ma di
sentirsi semplicemente un fanciullo facile al pianto:
“Perché mi dici poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.”
Va da sé che la negazione della poesia e il nulla da dire, vanno comparati con i grandi temi del passato: l’amore per la patria, per la libertà, per i grandi sentimenti e la nobiltà degli stessi nell’esaltazione e nella esagerazione. In realtà i Crepuscolari sapevano ricorrere a una poesia carica di ironia generalmente bonaria ma anche dissacrante (basti pensare a “Lasciatemi divertire” o “alle beghine” di Palazzeschi) ed erano capaci di nobilitare anche le esperienze minime, come dimostra ancora Moretti:
“Ero un fanciullo, andavo a scuola
Un giorno dissi a me stesso
non ci voglio andare. E non ci andai.
Mi misi a passeggiar tutto soletto
fino a mezzogiorno.”
Si tratta di grande poesia delle cose piccole o addirittura minuscole, con resine, trucioli ma anche con trine, con tazze carine, con i tanti bicchierini di moscato che permarranno in qualche modo anche dopo e magari apriranno la strada ai cosiddetti poeti del disimpegno come Sbarbaro, Ungaretti, Montale, con i ciottoli, i “cocci aguzzi di bottiglia”, le “scaglie di mare”, i muri sgretolati ricoperti di edera e tanto altro ancora, puntando sempre alla concretezza e alla essenzialità e raccontando la miseria, la sofferenza, il cosiddetto “male di vivere” con versi talora ridotti al minimo. Si assiste da un lato alla frammentizzazione del verso nella direzione della poesia ermetica ossia ad una modalità di poesia, per forza di cose chiusa e talora difficile da capire e dunque bisognosa di riferimenti denotativi per districarsi ed aprirsi un varco nel complesso gioco del linguaggio fortemente ambiguo anche per certa obbligata imposizione censoria, dall’altro alla poesia dell’impegno e del disimpegno e soprattutto al Neorealismo, nell’immediato dopoguerra, anche se i primi segni sono già presenti da tempo con Moravia che si propone di raccontare direttamente la realtà senza infingimenti, con parole chiare e finanche crude, richiamandosi in qualche modo a Verga. Assumerà rilevanza con vari autori: Pavese, Vittorini, Calvino, Fenoglio, Pratolini, Pasolini. E questo accade anche perchè, caduta ogni forma di censura del regime fascista, si può cantare nuovamente la realtà nella sua crudezza tanto al Nord quanto al Sud e si può passare al consapevole abbandono dell’io in favore del noi nella pluralità delle situazioni. Temi di fondo diventano, nelle regioni del Nord, la resistenza, la liberazione, la disoccupazione e poi il mito della fabbrica con le sue contraddizioni, la questione delle masse operaie, il fenomeno dell’alienazione, la riduzione del tempo libero, l’assenza del dialogo, la richiesta di sempre maggiori diritti, le rivendicazioni nuove, mentre al Sud si assiste al fenomeno dell’occupazione delle terre, al forte richiamo alla civiltà contadina, alla riforma agraria e al suo misero fallimento, al ritornante problema dell’emigrazione e della fuga verso il triangolo industriale e conseguentemente all’abbandono delle terre, al tema dell’assistenzialismo. La poesia si ripiega finanche su fenomeni regionali con il racconto della miseria materiale e morale del Meridione che porterà, nel decadimento via via più evidente, al lamento e alla poesia piagnona prima della nascita dell’Avanguardia e della poesia sperimentale che scadrà, dopo breve gloria, nell’esagerazione e nel tecnicismo più esasperato, con la vera e propria dissoluzione della parola che tende a scomparire in favore di costruzioni complicate, ardite e qualche volta o spesso vuote. E dunque la poesia tende a diventare freddamente visiva o esclusivamente auditiva nell’esaltazione del rumore. Alla base resta sempre il mistero dell’ esistenza, con le tante criticità, le sofferenze, le domande inevase. E così se con Montale la vita è insopportabile e insormontabile “muraglia che ha in cima cocci di bottiglia” e con Quasimodo l’uomo non impara nulla dall’esperienza della vita che, dunque, non è “maestra” se egli rimane sempre lo stesso:
“Sei ancora quello della pietra e della fionda
uomo del mio tempo“;
capace solo di spargere intorno a sé, con la inutile e distruttrice guerra, morte, annientamento e terrore:
“Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta”,
con Dino Campana la vita resta sempre mistero ma appare come impalpabile nel ripiegarsi
del poeta su se stesso:
“La sera fumosa d’estate,
dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra.
E mi lascia nel cuore un suggello ardente
che diventa
piaga rossa languente“
appena attutita forse dalle ombre della notte trapuntata dalle tante luci nel ciello stellato:
“Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera
si veste di velluto…“
prima di tornare a farsi definitivamente dolorosa:
“Nel cuore della sera c’è
sempre una piaga rossa languente.”
Pure problematica resta in Pavese la sofferenza di vivere che si può affrontare con il “mestiere” e che spinge l’autore ad una poesia narrativa tanto nell’impianto argomentativo- tematico, quanto nell’andamento che tende a farsi orizzontale, ritmicamente cadenzato quasi un parlato o una disposizione ad una “colloquialità impossibile” Basti pensare a versi come:
“Quel ragazzo scomparso al mattino non torna.
ha lasciato la pala ancor fredda all’uncino.”
oppure
“Piove senza rumore sul prato del mare.
Per le luride strade non passa nessuno…
E’ discesa dal treno una femmina sola,
dal cappotto si è vista la chiara sottana“
Insomma il linguaggio poetico sa resistere, piegarsi, plasmarsi e risorgere come nuovo, al punto che tra la fine del secolo e questi primi anni del nuovo millennio la poesia sembra assumere, dopo i decenni del frammento e della brevitas, un nuovo andamento poematico nella distensione del verso come sembrano indicare Giorgio Caproni, Mario Luzi, Giovanni Giudici, Vittorio Sereni. Pure oggi si assiste allo smarrimento del poeta per mancanza di riferimenti sociali forti in un mondo totalmente globalizzato, che delegittima tutto e tende alla banalizzazione; esalta il futile, il vuoto, il passeggero e mostra solo il desiderio di apparire sempre, comunque e ad ogni costo. La società non solo ha perduto il senso dei valori ma anche certezze piccole. Non ci sono quasi più famiglie solide, ruoli stabili, sicurezze buone; l’amore sembra scomparire a vantaggio del sesso ad oltranza, da consumarsi in fretta, magari senza lasciare tracce o sedimentazioni, tra anticipazioni pericolose, rapporti non alla pari, pagamenti e ricatti, sottomissione dei legami, scomparsa dello spirito di accettazione. Lo smarrimento è generale e il poeta diventa sempre più mendicante che chiede invano di essere ascoltato un poco, ma non smette mai di fare versi, per una sorta di male incurabile e quasi nel richiamo alla “tabe letteraria” gozzaniana. La poesia, in quanto tale, compie sempre il miracolo nel suo rinnovarsi e riproporsi come nuova toccando, con agili dita, le corde del cuore e giocando con le parole che sono, oltre alla libertà, il dono più prezioso dell’uomo nel suo distinguersi dagli altri esseri viventi. Proprio le parole aprono le porte dell’anima con le mille possibili inferenze, sottese o manifeste, con la straordinaria capacità, di dire e di non dire, di radicarsi o al contrario di alleggerirsi, di velare e alludere, di esplodere o di implodere, con gli intrecci, complicati o lineari, sempre tessuti ad arte, con le costruzioni particolari che la mente sa creare, con le affermazioni, i dinieghi, i silenzi, le musicalità, delicate e accattivanti, i messaggi espressi con chiarezza o solo annunciati e sovente affidati alla sovrasegmentalità del segno o al tono tendente all’innalzamento, per gridare un’esigenza profonda o un bisogno insopprimibile, o all’abbassamento e al poetare dimesso nell’andamento morbido e talora neniato. E sa ritornare, compiendo un percorso circolare, a temi già trattati, esaltando la quotidianità e le azioni monotone, insistite e ripetute, e trova sempre elementi di congiunzione e di unione come sottolinea Giovanni Giudici:
“…le tue ore migliori… ma non sono per me;
sono le ore del lavoro domestico…
…e tu riassetti, rigoverni, spolveri, sola
(i figli sono a scuola) e aspetti che torni.”
E così il poeta tenta di illuminare anche le incombenze più noiose e ripetitive, ponendo attenzione alla polivalenza segnica, alla necessaria flessibilità, al lavoro paziente di incastro della parola, al ricorso sistematico alle figure retoriche, alla capacità dei rimandi, e alla forza di penetrazione nell’analogico. Il linguaggio risulta sempre diverso e funzionale sicché la poesia ramifica, si estende, prolifera, ritorna, si piega su se stessa, si inerpica, pervade, raggira, rientra, allude, pulsa, penetra, abolisce barriere, abbatte recinti, varca i confini, oltrepassa gli orizzonti più lontani. E’ la magia del linguaggio poetico che ora sa uscire dal consueto e dall’abitudinario con la parola nuova di ungarettiana memoria, ora riesce a fatica a balbettare le storte sillabe montaliane, ora si fa chiaramente consolatoria e diviene lenimento delle piaghe e delle ferite dello spirito, ora sa porsi come via per recuperare il passato lontano” Rinasco, rinasco del 1850” o si dispone in maniera morbida e soffusa, prima di farsi franta e sempre dice anche quando si propone di non dire nulla, anche quando sembra scadere nella parola sperimentale o si ammorbidisce nell’allitterazione e nella disposizione trasversale per essere volutamente provocatoria ed anticonformista. Resta la poesia, al di là della difficoltà della definizione esaustiva, una meravigliosa avventura dell’anima che tende a mettersi a nudo nel suo continuo dissimulare, nel suo alludere sempre ad un “oltre” più lontano, magnificando, riducendo, aggregando, disperdendo, per tornare ad aggrumare in percorsi sempre carichi di magia e di mistero. Continua e variegata risulta la modalità espressiva sicché la poesia, leggera e quasi impalpabile, si libra nell’aria come aquilone, oppure ondeggia delicatamente e “pencola” come in Pascoli, o si fa pensosa e grave come in Quasimodo “E come potevamo noi cantare…” si carica di sensazioni, o ancora vola basso quasi rondinella zanelliana:
“La rondinella con obliquo volo
terra terra s’en va sul fumaiolo,”
per tornare a svettare o a esprimere dolcezza, tenerezza, comunanza di intenzioni o ancora a
schernirsi e a lasciarsi sopraffare dal pudore, a tessere la fiaba novariana:
“C’era una vota un giovane ruscello
color di perla che a la vecchia valle
tra molli giunchi e pratelline gialle
correva snello.”
E capita al poeta di perdersi e di non saper trovare il bandolo della matassa, di smarrirsi, di non sapere affermare o negare, di tentare una solta di balbettio, di non sapersi orientare per mancanza di coordinate, di linee guida, di fili di Arianna. E’ come intrappolato in una sorta di labirinto senza pareti, e non riece a trovare la parola capace di rischiarare, sia pure per un attimo solo, come un flash o un lampo, o addirittura non la cerca, per vergogna, per timore, per incapacità, perché il mondo che lo circonda isolandolo, sembra cieco e sordo, opaco, refrattario, irridente e gli pare finanche inutile tentare di agganciare l’idea di poesia
ungarettiana:
“Poesia
è il mondo, l’umanità,
la propria vita
fioriti dalla parola…
…
Una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso”.
E neanche sembra capace di esprimere il dubbio e le incertezze come fa Eugenio Montale:
“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe
…
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
e avrebbe voglia di urlare con Sandro Penna, che mantiene sempre il tono dignitosamente
basso:
“Amore, gioventù, liete parole,
cosa splende su voi e vi dissecca?
Resta un odore come merda secca
lungo le siepi cariche di sole.”
La poesia mantiene sempre il sopravvento sul poeta e tutto ricomincia in un percorso senza
fine.