Ho deciso di pubblicare queste pagine di diario di una mia cara amica che ha perso qualche tempo fa suo marito per lanciare un messaggio accorato alla politica e alle amministrazioni ospedaliere sulla disumanizzazione delle cure che si registra in alcuni reparti dei vari presidii ospedalieri , un fenomeno generale cui non si presta la dovuta attenzione e che è causa non secondaria della emigrazione sanitaria . Comportamenti,inaccettabili, toni da caserma, mancanza di tatto,e assoluta assenza di solidarietà. Sono anni che invitiamo le Direzioni sanitarie ad affrontare questo problema, magari solo aprendo uno sportello per i reclami per utilizzarli , ove risultassero fondati, come elementi di valutazione del risultato gestionale. Invece niente, spallucce da parte di tutti. Queste pagine sono arrivate all’ordine dei Medici della provincia di Potenza e alla Direzione generale dell’Ente da cui dipende il nosocomio in questione, da cui non è arrivato nemmeno un cenno di acquisizione della protesta. Omettiamo in questa pubblicazione che, a posteriori, può risultare priva di riscontri e quindi attaccabile sul piano legale, i nomi ed i luoghi di questa brutta vicenda.
Voglio raccontare la vicenda di una grave perdita. La perdita della persona a me più cara. Ma intendo anche
far conoscere il profondo smarrimento che ho vissuto, contestualmente a un momento doloroso, per aver
constatato la mancanza di un minimo di umanità da parte di chi, per funzione istituzionale svolta (se non per una sensibilità umana), avrebbe avuto il dovere di dimostrare rispetto e rendersi protagonista di ben altro comportamento.
Racconto di seguito, così come si sono svolti i fatti, la drammatica vicenda che ho vissuto (più precisamente:
ho subìto) all’ospedale di………. in concomitanza con il ricovero e, purtroppo, con la successiva morte, di mio marito, Carlo.
Non ho elementi per affermare alcunché sull’efficacia e sulla scelta relativa alle cure che a mio marito furono prestate. Quello che so, però, è che – al cospetto della sofferenza e del dolore (dei pazienti e dei loro cari) – occorrerebbe, da parte di medici e sanitari, un minimo di umanità, di empatia, di rispetto. Tutte cose che, in base alla mia esperienza diretta, all’ospedale di………… sono mancate.
Quando, dinanzi alla sofferenza di Carlo, piangevo o mi disperavo, sono stata accusata di “fare il teatrino”. Quando ho provato a chiedere spiegazioni sulla sua condizione, mi hanno sbattuto in faccia – senza alcuna
delicatezza e compassione – l’impossibilità di curare una patologia così grave. Colpevolizzandomi, in aggiunta, per non esserci rivolti prima a questo “paradiso” delle guarigioni.
Eppure a me è sembrato che, nell’ospedale di ……….., abbiano dimenticato che qualunque paziente, prima ancora di essere un ammalato, è un essere umano al quale vanno riconosciuti dignità e rispetto.
Nel reparto di ………… dell’ospedale di ………, già al momento del ricovero il paziente si trova
con pannolone e catetere, anche se è lucido e perfettamente in grado di chiedere aiuto per i propri bisogni. È un modo per farlo precipitare immediatamente in una deprimente condizione di mancanza assoluta di
autonomia. A seguire, non ho trovato alcuna delicatezza in materia di privacy. Nessuna attenzione per i motivi che possano comportare soggezione e vergogna. Nessuna comprensione per la naturale paura di chi si trova costretto ad affrontare la malattia.
E, se c’è una persona cara disposta ad aiutare e a stare vicino al malato (per esigenze materiali o anche solo
per un sostegno affettivo), la struttura ospedaliera in questione si prodiga nell’impedimento di questa
possibilità, escogitando ogni modo per tenerla lontano dalla persona cara.
Voglio solo riferire di quello che reputo l’episodio più grave. È quello avvenuto ll’11 gennaio ………..
Carlo stava molto male. Respirava a fatica, ma era del tutto lucido. Sono quei momenti nei quali vorresti
poter fare qualcosa, ma capisci che nulla dipende da te. Così gli stavo accanto e gli stringevo le mani. Lui mi
guardava con quei suoi occhi celesti spalancati. Uno sguardo che esprimeva amore e anche paura.
Io non potevo fare altro che essere lì. Stargli vicina. Volevo che almeno potesse non sentirsi solo in quelli
che potevano essere i suoi ultimi momenti di vita.
Ma la regola ferrea dell’ospedale di …………- reparto di ………… – sembra non prevedere
eccezioni: non ci si poteva trattenere per più di mezz’ora.
Anche di fronte alla morte, vale più un regolamento burocratico di un umano gesto di compassione?
Il primario , chiamiamolo TIZIO è venuto e mi ha cacciata, con fare sbrigativo, dalla stanza. Dinanzi alla mia
preghiera di rimanere ancora un po’ vicino a Carlo, mi ha sbattuto in faccia non so quale regolamento
regionale (senza peraltro tenere conto del codice civile – art. 143/146 – relativo all’assistenza morale tra
coniugi). Ma, senza arrivare ai codici, in quel momento terribile, sarebbe bastato solo un briciolo di umana
comprensione.
Invece il medico in questione si è rivolto sgarbatamente verso di me, dicendomi testualmente:“Che pensa di fare qui? Lei non può fare più niente”.
Io gli ho detto che volevo solo tenere la mano a mio marito Carlo, perché lui ne era confortato.
Il dottore, in maniera irridente, mi augurava allora di non vederlo morire, perché poteva essere un trauma.
Ma io ho 74 anni e volevo stare vicino a mio marito fino alla fine.
Purtroppo però non c’è stato niente da fare. Il dottore …TIZIO…….. mi ha letteralmente cacciato dalla stanza.
Sono stata costretto a lasciare la mano di Carlo con il cuore a pezzi e ho domandato se fosse stato possibile
parlare con un altro specialista , anche per poter avere un altro parere (visto che, fino a quel momento,
avevo potuto parlare solo con il primario. Mi è stato risposto che c’erano due dottoresse. Ma dovevo
aspettare.
Quando, al termine dell’attesa, sono stata chiamata nello studio dei medici, mi sono trovata di fronte di
nuovo al dottore ..TIZIO….., alla caposala e a una dottoressa che, fino a quel momento, non avevo mai visto.
A quel punto, il dottore ..TIZIO……, con tono arrogante, mi ha domandato: “Con quale dottore vuole parlare,
signora?”.
“Con uno qualunque”, gli ho risposto.
Allora il dottore si è alzato dalla sedia urlando contro di me:
“Nessuno mi ha mai chiamato uno qualunque! Io sono il dottore , primario di questo
ospedale. E, se qualcuno vuole parlare con un dottore, deve parlare con me e solo con me. E se lei non si fida
di me, si prenda suo marito e se lo porti. A me fa solo un piacere”.
Dinanzi a quel tono delirante, ho temuto che non si sarebbe preso cura in modo adeguato di Carlo. Allora
sono uscita dalla stanza e ho telefonato al nostro medico di base, pregandolo di mandare con urgenza un’ambulanza per portare via mio marito, paziente evidentemente poco gradito a quel primario.
Purtroppo però non c’è stato tempo.
Carlo si è aggravato in maniera irreversibile.
Alle ore 9, circa, del mattino successivo, mi hanno chiamata dall’ospedale. Dovevo andare con urgenza e
procurarmi un’ambulanza. Io abitavo in paese e non sapevo come fare per procurarmi un’ambulanza, se non rivolgendomi all’ospedale. E proprio in ospedale sono arrivata di corsa e piangendo mi sono diretta nella stanza di Carlo. L’ho trovato solo nel suo letto, che già rantolava.
Il dottore TIZIO è entrato subito dopo di me e, urlando come aveva già fatto il giorno prima, mi ha detto:
“Come si permette di entrare senza il mio permesso?”.
Gli ho risposto che ero stata chiamata dall’ospedale stesso. Intanto continuavo a piangere, mentre due
infermiere gentili cercavano di consolarmi. Mi domando: è normale piangere mentre la persona che si ama, e con la quale si sono condivisi quarant’anni di vita, sta morendo? Credo che sia umano e comprensibile. Ma non per il dottore TIZIO il quale, dopo avermi squadrata con una risatina di scherno, si è rivolto alle infermiere, dicendo:
“La signora è venuta a fare il teatrino!”. E poi, continuando a gridare (come se in quella stanza non ci fosse
stata una persona che stava morendo), ha detto: “Ma la signora non lo sapeva che il marito era grave?”. Io gli ho chiesto di abbassare il tono della voce dinanzi a mio marito che rantolava. Gli ho chiesto di avere un po’ di riguardo. Ma la mia richiesta è rimasta senza esito. E quando ho avuto un improvviso capogiro e, per non cadere, sono stata costretta ad appoggiarmi al tavolo, ha ripetuto che stavo facendo “un teatrino”. A quel punto gli ho risposto che lui non aveva nessun rispetto. Né per me, né per mio marito. Un suo paziente che stava morendo. Gli ho detto che non capiva niente. È stato in quel momento che il dottore TIZIO, dopo le urla, è passato alle vie di fatto. Mi ha dato uno spintone che mi ha fatto perdere l’equilibrio. Per fortuna sono caduta su una sedia e non per terra. Ero devastata dal dolore e inorridita da un comportamento che, in un pubblico ospedale, trovavo
incomprensibile e intollerabile. Ancor più da parte di un medico. Dopo essere stata spinta, ho detto al dottore TIZIO che si stava comportando come un pazzo. Lui allora si è diretto verso di me mulinando le braccia, con intenzioni evidentemente aggressive. A quel punto sono intervenute le due infermiere presenti: lo hanno preso e accompagnato fuori dalla stanza. Mentre stava andando via ha continuato a urlare contro di me: “E liberi subito la stanza perché devo fare tanti ricoveri”. Solo in quel momento sono finalmente riuscita a riavvicinarmi, piangendo, vicino a mio marito, sperando che non avesse potuto udire, mentre moriva, tutto quello che era accaduto. Mi sono avvicinata a lui, ma ormai Carlo non rantolava più.
Ripetiamo, per concludere: abbiamo omesso i nomi e i luoghi. Ma chi di dovere, L’Ordine dei medici e la dirigenza dell’ente ospedalieri, risultano destinatari della segnalazione inviata. Possiamo sapere che cosa si intende fare, oppure vicende come queste sono normali ?? Rocco Rosa