DALLA BUCA DEL SUGGERITORE

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LUCIO TUFANO

La storia si è interessata delle metropoli più che delle piccole realtà urbane, anche queste, centrali bibliche, punti di riferimento, luoghi ove i destini si infrangono contro gli spessi cristalli della noia, nel ghetto delle disfatte illusioni. Un’angusta nozione di realismo, mimèsi del reale su cui si misurano le opere e i personaggi, voluta semplificazione del rapporto tra dato storico e invenzione, delinea la fisionomia politico-sociologica e reagisce all’autentico effetto storico, demistifica e dirompe il passato, per la vittoria del buonsenso sul grottesco, per questa magnetudo, questa cultura della decadenza intesa come fiducia nei valori della retorica e della verità. Qui il theatron ha imposto di guardare nella direzione giusta. Perciò la storia del teatro- città, della città nei suoi spazi e nei suoi tempi, della città che ha divorato la campagna, è anche storia di una città problema, di una città enigma le cui chiavi sono ormai smarrite, a causa dei carpentieri pazzi che si occupano di chi passa, e che hanno alzato le impalcature nella piazza. E questa la inverosimile storia di una città di provincia, delle sue moltitudini generazionali, la più umile, trascurabile provincia d’Italia. Ma è proprio qui che questa marginale storia contiene le connotazioni tipiche della provincia del mondo. E questo lo spettacolo, esercizio ricognitivo dell’occhio, cui non si sono mai sottratti i fatti che poi diventarono cronaca, isteria, euforia, tregua e sbadiglio. Questi gli attori dalle inaudite capacità e velocità, collocati al di là della rabbiosa palude, contro le logiche della presenza e dell’assenza, il pullulare di agnizioni e maschere. In questa babele degli sporadici debutti, chi si trova già seduto nella poltrona di velluto, tollera appena ogni interruzione, né si alza per pigrizia, o per il sospetto di non più riprendere il suo posto. Nell’arcipelago frastagliato e remoto di queste notizie non mi andava di distinguere quelle del cronista dalle mie. Sono cadute dalla penna riflessioni e visioni per un libro che non di storia e di date, né di nomi e di vite interamente raccontati tratta, bensì di idòla che hanno impressionato muri e discorsi, l’opere e gli intenti, hanno celato verità, evidenziato la fallacia dei sensi, acuito la tendenza a vedere uniformi gusti e tendenze, abitudini contratte dalla educazione e dall’ambiente. Idóla theatri, per coloro che hanno finto di piangere nello sguardo ammirato delle donne. Questo il parapetto della scena, il podio consentito, queste le quinte, il retroscena, il golfo mistico, i singoli atti e i periodi effimeri dell’orchestra. Questa la storia tradotta in umore, ironia, universo vivente, carroccio di bandiere e di battaglie, prisma che sfaccetta le ombre, isola lo spettacolo dallo spettatore, creando tra chi guarda e chi è guardato, una relazione incrociata e reversibile di rimozioni ed emergenze. Ora la platea ingoia la notte delle sigarette accese, i circuiti di comunicazione dirottano nello spazio liturgico, diaframma che si apre e si chiude, il conflitto latente tra spettatori e attori nella vasta eccitante nevrosi, lotta di classe, acuita dalla irrefrenabile voglia di affacciarsi nel video, le fluttuanti visioni, immagini cinefotografiche, indici di gradimento, repertorio lungo delle trasmissioni, nella velleità di essere, di arrivare, di sistemare sederi e poderi, di serbare nel posto l’involucro proprio e dei parenti. Eccolo è qui. Siede e saluta, salutato da tutti. A lui si rifanno gli inchini e i sorrisi. Questo è il sud disattento, emarginato e lento, questo è l’epicentro del raffronto? In questo teatro città lunico primo attore è il potere. Il potere prestigiatore, prestidicitore, illusionista. A lui vanno gli applausi e le attenzioni che mani nervose, trepidanti, ossequiose e contegni esibitori abbiano mai potuto indirizzare. Qui il potere ha giocato ruoli costanti, assidui, ossessivi, pregnanti, ruoli di fissa dimora, di appartenenza. Il potere è di casa, abita nel vicolo, entra ed esce dal portone, dal palazzo. Lo incontri ogni giorno, celebra gli anniversari, le commemorazioni, festeggia onomastici e compleanni, riscuote l’ossequio quotidiano dei sudditi e gli omaggi di vino e derrate. Attenti! Ormai il pubblico ha invaso il palcoscenico. Nessuno è più in platea. Tutti sono attori, intenti ed assorti a scovare il talento dentro di sé, nella folle, frenetica orgia di spartiti e copioni. Scorrono le platee, scompaiono famiglie e compagnie di amici, mutano le generazioni, il pubblico insomma che per il teatro, il grande sipario della piazza, era anche protagonista e pagava il biglietto d’ingresso, ora agisce. Le uscite di sicurezza sono aperte! Sfollare! Lasciare il posto agli altri, ai nessuno che entreranno ed hanno già prenotato la poltrona col cappello.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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