Mauro Armando Tita*

Il precedente articolo sul declino della classe dirigente lucana ha provocato una marea di commenti e un serio dibattito nella vera e seria intellighenzia lucana, orgogliosa e sensibile. Mutuando i tanti cari amici che rispolverano perfino Antonio Lubrano…la domanda sorge spontanea*… questa Nullocrazia è il frutto acerbo di un quadro devastante o è la eccessiva dipendenza emotiva di una eterna sudditanza patogena del ceto medio intellettuale lucano? Sudditanza completata indegnamente da un pauroso silenzio e da una insopportabile indifferenza dei parlamentari lucani, condita, a sua volta, da una incapacità funzionale dei dirigenti di Partito. Partiti lucani già precedentemente definiti anoressici, inaffidabili e senza alcuna autorevolezza. Ecco l’odierna e sconvolgente fotografia della società politica lucana. Tante domande nessuna risposta. Si è preferito nell’ultimo decennio glissare ipocritamente sull’argomento. Nei precedenti articoli, cari lettori, abbiamo fatto cenno agli intellettuali di casa nostra. C’erano una volta gli intellettuali lucani di grande spessore e caratura morale(un valore sconosciuto a molta politica politicante lucana), di grande dignità e di grande personalità. Poveri intellettuali lucani degli anni cinquanta e sessanta costretti a vivere come piccoli “Acini Maturi” in un Grappolo di “Uva Puttanella” per riprendere e ricordare il nostro amato Rocco Scotellaro. Intellettuali che si confrontavano e dialogavano con Adriano Olivetti, Carlo Levi , Pier Paolo Pasolini, Manlio Rossi Doria ed Edward C. Banfield con il suo “Familismo amorale” che ancora oggi a distanza di settant’anni ci affligge e ci perseguita per l’assenza, a suo dire, dell’ethos comunitario nella nostra società lucana. Intellettuali lucani , vere voci fuori dal coro e veri spiriti liberi. Da oltre trent’anni dobbiamo constatare amaramente che gli intellettuali lucani si sono separati dal popolo quasi a voler confermare la Basilicata agonizzante degli ultimi anni di Enza Berardone. Basilicata imprigionata in un umiliante immobilismo sia culturale che politico, destinata ad esistere e a non vivere.(vedi Talenti Lucani del 5/11/2022) Intellettuali che amano solo il potere e considerano il coraggio non una virtù, ma l’esibizione di un vezzo narcisistico. Anche se gli intellettuali sono destinati a sparire con l’avvento dell’Intelligenza artificiale com’è avvenuto per gli eroi del Cinema Muto con l’invenzione del sonoro, voglio credere che le migliori intelligenze, i migliori intellettuali lucani sono sempre e ovunque ribelli al Potere. Purtroppo constato spiacevolmente che da tempo immemore gli intellettuali e il ceto medio lucano hanno smesso di essere il motore del cambiamento della società lucana. Chissà in Basilicata quando coniugheremo la bella riflessione di Martha Nussbaum, la filosofa americana: “Mi ritrovai bella con una mente libera “. Gli intellettuali lucani potranno salvare la Basilicata o saranno, per dirla con la Prof. Caserta, lottizzati dal Gruppo dominante? (vedi “Riprendiamoci la Speranza” Edizioni Hermaion 2021).Tacito, il grande intellettuale dell’antica Roma, ha preferito “tacere” durante il quindicennio di terrore e di sangue dell’imperatore Domiziano ricevendo in cambio un seggio al Senato. Memorabile è stato il suo impegno verso il dissenso politico e del modo più efficace per fronteggiarlo, tanto plagiato e tanto amato dai nostri prezzolati intellettuali. Anche Noi in Basilicata riprendendo il credo tacitiano abbiamo creato un ceto medio intellettuale specialista e dispensatore del “sonnifero” della realtà, teleguidato e manovrato dai Capibastone di centrodestra e centrosinistra, sempre prono al potere, ridimensionato vergognosamente nelle proprie scelte di libertà, relazionale e interpersonale. A tal proposito calza a pennello il brutale pensiero della star “Madonna”: “Un sacco di gente (lucana, aggiungo io)ha paura di dire quello che pensa. Gli intellettuali lucani di sinistra, complice pure il PD con le sue ultradecennali presenze nelle varie ammucchiate di governo nazionali e regionali, non splendono più di luce propria e hanno perso la propria “essenza”. Lo dimostra sciaguratamente il loro silenzio assordante durante la penosa vicenda delle ultime elezioni regionali(…pur in presenza di una Giunta Bardi, collassata e senz’anima). Da oltre vent’anni la maggioranza di questi intellettuali lucani ha delegato al politico di turno il loro “agire” quotidiano, qualcuno, come sosteneva Caserta nel già citato libro “Riprendiamoci la Speranza” ed. Hermaion-2021)ricevendo in cambio come Tacito prestigiosi “posti al sole” in RAI, Regione, Unibas, ASL, Ospedali e Partecipate, altri si sono dovuti accontentare di limitate prebende e di incarichi polverizzati in mille rivoli con le ultime nomine del Presidente del Consiglio regionale. Rincara brutalmente la dose il collega sociologo Michele Finizio: ”Sono mercenari del sapere (dopo aver sistemato se stessi e i loro figli) sono finti rivoluzionari pronti a calarsi i pantaloni davanti alla migliore offerta“. Come sono lontani i tempi di Don Luigi Sturzo e del suo orgoglioso e accorato appello rivolto agli intellettuali meridionali : “Liberi e Forti…il Mezzogiorno che salva il Mezzogiorno”. In questo accorato appello Don Sturzo puntava ad affermare la presenza attiva e non passiva degli intellettuali del nostro Sud attivando una vera identità meridionale . Gli intellettuali del sud e lucani, in particolare, hanno bisogno di un sussulto e di una nuova rifondazione “risorgimentale” fondata sulla dignità e sulla vera Libertà. Un sussulto che si concentri sul pensiero e sull’opera di Gaetano Salvemini, altro insigne meridionalista, con la sua questione dell’istruzione come strumento di crescita civile, con la sua laicità e la sua “educazione al dubbio” come costruzione del senso critico. Senso critico, illustre sconosciuto, agli odierni intellettuali lottizzati lucani. Sono gli intellettuali costretti a vivere con la “Definizione della Situazione” alla William Thomas il famoso Sociologo americano della Scuola di Chicago. Il vero problema è che questi intellettuali sono incapaci di essere interpreti di questi sentimenti. La crisi del Sud e della Basilicata si acuisce per la mancanza di intellettuali che non amano più sporcarsi le scarpe alla Decio Scardaccione e/o alla Manlio Rossi Doria. Ultimi Intellettuali meridionali dotati di spirito libero e di riformismo pragmatico. L’approccio sistemico agli Schemi idrici della Basilicata di Scardaccione (transeat sulla successiva scellerata gestione delle dighe) e il caparbio piglio alla Ricostruzione Autogestita, post sisma, di Manlio Rossi Doria ne sono la plastica dimostrazione. Al contrario gli intellettuali contemporanei, opportunisti di circostanza, hanno ulteriormente sfiduciato i giovani all’impegno e a una concreta assunzione di responsabilità politica. Una classe dirigente, abulica, sottomessa e rassegnata brillantemente descritta da Vito Riviello. A tal proposito non ho mai amato quella “sofferenza intellettuale” fatta di vittimismo e piagnistei che il più delle volte sfocia in un certo affarismo condito da finto impegno civile molto camuffato da ”marketing sociale”, possibilmente di natura …“cultural-petrolifera”. E’ inutile ribadirlo non amo i “paraculi” descritti argutamente da Vito Riviello in special modo quelli che si inventano un profilo intellettuale distinto e distante dal lucano medio . Sono quelli che disdegnano i dibattiti aperti e le critiche facendo prevalere nell’ombra e con tanta furba capacità le cosiddette “insaccature”. Cosa sono le insaccature ? L’operazione di insaccare, cioè mettere tanta roba dentro ai sacchi trova la sua perfezione con il riempimento dei budelli. La metafora dei budelli si presta molto alle ricche contribuzioni di varia natura pubblica e privata (petrolifere, in primis) per decine di migliaia di euro godute da questo “sofferente” ceto intellettuale . Insaccature che ci ricordano il meraviglioso film : “ Anni Ruggenti” di Luigi Zampa, girato nei Sassi di Matera nel 1962 con uno strepitoso Nino Manfredi e il suo indimenticabile: ”Ammazza che saccoccia”. La Storia, lo ribadisco, ai pochi seri intellettuali lucani, reattivi e liberi, ha sempre un suo corso, c’è chi la sa guidare e chi ne è guidato. Purtroppo, in questi ultimi vent’anni tanti intellettuali lucani hanno preferito “amorevolmente” farsi guidare. Sono queste le ragioni che mi fanno amare il cittadino lucano libero e di dignità, propositivo, vivace, pieno di ironia e simpatia che rifugge dal lucano del “Ritratto di Scipione” di Sinisgalli, schivo, timido introverso con il suo accontentarsi del meno possibile o il camminare a piedi nudi per non far rumore. Una riservatezza del lucano che vive bene nell’ombra frutto di una stucchevole soggezione che il più delle volte sfocia in una disarmante pavidità. Disarmante pavidità e disarmante soggezione che non ho mai amato.
*Sociologo e Saggista
Cfr. *( I tre puntini sospensivi ripetuti due volte indicano che la battuta di un personaggio è interrotta dall’intervento di un altro. A tutti coloro che benevolmente mi sgridano per l’uso eccessivo degli stessi devo precisare che non è né segno di incertezza né di approssimazione).
IN COPERTINA René Magritte, Il pellegrino, 1966