MALUAME: STORIE DEL CATTIVO LETAME E COME CREARE CONCIME DEMOCRATICO

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di Antonio Lotierzo

La storia, in cui siamo immersi come pesci smarriti, non torna indietro. E, tuttavia, vi è stato un tempo in cui il letame era buono, costituiva il concime che migliorava la resa delle piante e delle produzioni agricole. Mio nonno, contadino, partiva ogni mattina da Marsico per recarsi nella pianura dell’Agri, verso Rofano e spesso aveva un carico nei cofani, nelle ceste che io, da bambino, non capivo cosa fosse. Le ceste erano attaccate al basto con degli spaghi, che in dialetto si dicevano ‘jàcculë ‘, che era poi il lemma con cui erano soprannominati i miei antenati:’quërë rë jacculièddë’, la famiglia dei piccoli nodi. Nella civiltà contadina, il letame era buono, costituendo l’essenza con cui si concimavano le terre. Lo si poneva ai piedi degli ulivi e degli alberi fruttiferi; al di sotto delle viti, spargendolo qua e là nel terreno, finanche presso le rose e i fiori, dove ricordo veniva posata anche la merda umana. Tutto finì poco prima del 1960; cessò ogni pratica che vantava secoli, dagli stanziali Lucani. Specifico che la casa contadina, la casa rurale lucana, in cui mio nonno Antonio abitò con Giovanna dal 1916, era composta di tre stanze e non aveva bagni. Di fronte questa casa di tre stanze a piano terra, con enormi solai per derrate e depositi, isolata fra terreni e inondata di sole, esisteva un grande vano, chiamato ‘la pagliera’, che serviva non solo, in alto, a contenere paglia, ma anche animali, lì un asino, all’altro lato una conigliera e delle ruspanti galline che sfociavano nei terreni attraverso buchi prodotti nelle tavole, che recintavano il vano, poggianti alle estremità su materiale a calce e mattoni impietrati. Facevano tutti parte dell’economia dell’autoconsumo e produzione autonoma dei contadini. Spingendo la porta della pagliera, a sinistra, si evidenziava un grande quadrato, in cui si depositavano gli escrementi, umani ed animali. Le persone, si accoccolavano su delle tavole e fra di esse espellevano i propri escrementi, che venivano ricoperti settimanalmente dalla paglia con gli altri escrementi degli animali, che venivano raccolti col forcone dalla stanza e il tutto era depositato in quel rettangolo, dove si creava ciò che ancora si denomina compos o concime e fertilizzante naturale ottenuto dalla fermentazione e rimescolamento degli escrementi. Periodicamente, il tutto veniva caricato sull’asino e portato nei terreni, dove lo si distribuiva. Era tutto letame buono. Era tutto ecologico. Ogni rifiuto finiva lì o nel fuoco, dove si bruciava tutto il legname non più utilizzabile (sedie rotte, tavolati tarlati). Mio nonno non creava rifiuti. La civiltà contadina non produceva materiali ingombranti. La plastica sarebbe arrivata dopo il 1960. Un solo spazzino comunale provvedeva alla poca nettezza urbana ed alla pulizia dei pozzetti per le fognature ed acque di scolo. L’ultimo spazzino fu l’unico morto del sisma del 1980, perché, anziano, nell’avvertire le scosse, uscì di casa ma, abitando sotto la cattedrale che si briciolò, fu colpito mortalmente da una pietra. Insomma: esiste un letame buono ed esistono buone pratiche di convivenza per salvare il pianeta dall’immane produzione di immondizia, che rischia di sommergerci, se non costituita da elementi biodegradabili. Esiste, però, anche un letame negativo. Gli scrittori, sapendo usare le parole, non solo creano una realtà ma inventano delle metafore, degli intrecci linguistici, che producono ancora altri significati. Commentando su youtube il romanzo ‘Piccoli maestri’ di Meneghello, Domenico Starnone fornisce una riflessione sul ‘maluame’, sul cattivo letame, che è metafora politica sia sul ventennio del fascismo ma che può estendersi a svariate fazioni politiche, operanti ben oltre questo momento, che producono una crisi italiana e ideale per cui non si riesce ad elaborare una rifondazione europea dei nostri valori, della democrazia, delle unitarie norme difensive, fiscali e finanziarie per la coesione, che connota il nostro emisfero, sempre più in gioco contro le autocrazie. Partiamo dall’analisi delle parole. Letame è termine che in lombardo è ‘leddam’, in latino era ‘lutum’, luto, ma anche creta, fango, argilla che si utilizzava per sigillare. In Petronio appare come insulto, come il fango del ruffiano e ‘sei una lota’ è viva espressione napoletana di ingiuria. In Orazio si ritrova ‘lutulentus’ per indicare uno scrittore prolifico ma perciò anche portatore di detriti, fangoso, retorico, portatore di parole risuonanti ma prive di legami con le cose. Se passo al dialetto dell’area del Principato Citra, trovo che letame  si dice ‘ u rumatë’ ( maschile), mentre al plurale è femminile: ‘li rrumatë’ e scoprirei un legame con la Puglia otrantina- tarantina, se non fosse che Rohfs mi segnala che esiste un toscano ‘ rumato’, fango, spazzatura. Di nuovo riaffiora il latino, perché lì esisteva ‘ruma’, come gola, stomaco. E nel latino medievale si trova un ‘ rumare’, che è allattare; mentre da noi, nel salernitano, ‘rumare’ equivale anche a ‘domare’: ‘il violento lo doma la legge’. Vi inviterei a riprendere il Calonghi, Catullo e i graffiti pompeiani perché ne segnalano anche una valenza sessuale ( lemmi: irrumare; irrumatio; irrumator; irrumabiliter). Ulteriore rinvio può portare al greco, dove ‘rumma’ è sapone, lisciva ma in Galeno è sporcizia. Nel medioevo si trasforma ‘rumenta’, che è immondizia, nel termine traslato di connotato morale di cosa oscena e sporca. Qui i termini diventano ambigui e si scambiano significati contrari: ‘mondezza’ vale anche per purezza spirituale ( Manzoni riporta: omnia munda,mundis). Oggi cosa è il ‘mal-letame’? Forse è il petrolio; forse è l’eccesso produttivo di anidride carbonica; forse è l’Inquinante, immaginaria figura che sostituisce le angosce inconsce di Freud, il Perturbante, cugino del vampiro. Ma Starnone ci fa riflettere su Meneghello che partecipa alla guerra civile del 1943-45 e noi possiamo estendere questo invito politico ad esprimersi contro il ‘maluame’, contro il nostro interiore ‘cattivo letame; contro il ‘maluame’ della nostra parte politica e contro il cattivo letame che dilaga e possiede le parti avversarie del nostro discorso politico che è democratico, costituzionale ed antifascista. Meneghello, come il fare lucano contadino di mio nonno, ci segnala una via per la liberazione. Resta alla nostra responsabilità operare per questo dovere sociale, che salvi sia la coesione e sia il futuro delle prossime generazioni.

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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