Armando Tita
Ahimè, ahinoi, in questo ultimo decennio sono cresciute in modo esponenziale in Basilicata le tre “i”: l’indifferenza, l’insensibilità, l’ignavia. La piaga di questo secolo, lo ha ribadito più volte Papa Francesco, è l’indifferenza. Rimbomba nelle nostre orecchie il pensiero di Peppino Impastato: “La mafia uccide e il silenzio pure”. La sua voglia di non tacere e di “educare alla bellezza” gli abitanti di Cinisi fornendogli un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà, contro la facilità nell’abituarsi alle ingiustizie vivendo di curiosità e di stupore. Peppino Impastato, Noi uomini del “vecchio conio”, lo abbiamo vissuto come giornalista ribelle che racconta e invita tutta la cittadinanza attiva a non accettare verità preconfezionate. Peppino Impastato ha lottato non solo per Cinisi, ma per tutti Noi, affinché non ci si giri dall’altra parte e gli occhi rimangano sempre ben aperti per denunciare le ingiustizie che ci vengono propinate come mera normalità. In questa presunta normalità siamo stati gli unici a denunciare il “burocratico” e omissivo comportamento degli operatori dei servizi sociali di ASP e ASM. Lo abbiamo fatto constatare amaramente nel precedente articolo dedicato alla Tina Anselmi, alla Tina vagante e al suo “SSN”. Lo ribadiamo, fino alla noia, ancora una volta, sperando di avere un riscontro. Non abbiamo più contezza del congruo finanziamento di 11,1 milioni di euro del PNRR/2022 per combattere il disagio giovanile e le fragilità. Da troppo tempo aumentano in modo esponenziale gang e bullismi nel deserto delle istituzioni. Un disagio giovanile non più sopportabile che trova la sua causa e la sua radice nell’assenza totale di una seria progettualità fatta di veri investimenti in termini di prevenzione e di efficacia. Dobbiamo amaramente rilevare che non vi sono particolari rimostranze degli addetti ai lavori a questo riprovevole comportamento istituzionale compensato dal proliferare di tante dirigenze ombre. Ombre che camminano nelle nebbie e nel praticato nichilismo giornaliero delle nostre PP. AA. lucane. Lo ribadiamo con una certa rabbia …Perché vi sono tante istituzioni pubbliche così aride? Istituzioni che si limitano a fare e dare il minimo “sindacale” creando solo cortocircuiti negativi. Ci siamo sforzati per secoli di coltivare la vera condivisione e la vera solidarietà attraverso le nostre progettualità e le nostre aperture con i nostri “ Piani”, ampiamente partecipati, grazie alle nostre mai sopite “IDEE di DEMOCRAZIA e di LIBERTA’ “ . Non abbiamo mai amato il comportamento degli ottusi operatori “chiusi” nei loro uffici o nei loro studi ad attendere il povero paziente/utente di turno. Abbiamo accompagnato i nostri Piani responsabilizzando le parti sociali e condividendo con loro luci e ombre, positività e criticità. Mi piacerebbe, cari Amici, cari Lettori, riscoprire le tante belle esperienze del passato con una “onesta” narrazione. Mi piacerebbe riscoprire lo stupendo lavoro di indagine posto in essere una quindicina d’anni fa dai Carabinieri di Paterno. Quel mio Reportage del lontano 3 gennaio 2009 caduto nell’oblio ipocrita di sempre metteva in rilievo la determinazione di questi seri servitori dello Stato nel riportare alla luce un terrificante omicidio perpetuato da un ORCO locale nei confronti della povera moglie sordomuta, ipervessata per “secoli” e ammazzata di botte biecamente da questo –padrone –orco. In quel reportage ho voluto mettere in evidenza non solo la grande determinazione del Comandante della Caserma e degli stessi Carabinieri (che hanno preferito il DOVERE al protagonismo)ma, soprattutto, la rimozione di quel caso ignobilmente archiviato dieci anni prima. Avrei tanto desiderato un riconoscimento formale delle istituzioni locali, della Prefettura, del Comando dei Carabinieri e della C.R.P.O. (Commissione Regionale Pari Opportunità )al Comando dei Carabinieri di Paterno (anno 2009). Tutto inesorabilmente caduto nell’oblio e nelle tre “i” , indifferenza, insensibilità e ignavia di sempre. Le tre “i” patrimonio “immateriale” della nuova LUCANITA’, disvalori intimamente legati alla società dell’edonismo. Quelle madri, quelle ragazze che per anni hanno subito le “tribalità” dei patriarchi-califfi di famiglia sparsi ampiamente in tutta la regione, non hanno mai goduto della difesa delle istituzioni o della forze politiche e sociali del luogo. Gli inquirenti e la maggioranza silenziosa lucana hanno preferito sempre glissare su queste terrificanti violenze e su questi ripugnanti delitti. La povera vittima era una contadina, peraltro, sordomuta. Ricordo l’emblematico caso della scomparsa della dodicenne Ottavia De Luise di Montemurro, la bambina che nessuno ha cercato per quarantacinque anni. Ricordo la fuga di una diciassettenne del mio Comune di origine, messa al pubblico ludibrio dalla famiglia. Qualche anno dopo i “rumors” avevano confermato i nostri sospetti . La ragazza era stata più volte “violentata” dal padre/padrone. La caparbietà e la sensibilità dimostrata dai Carabinieri di Paterno su questo angosciante fatto delittuoso, ormai sopito e seppellito, richiama la nostra attenzione sull’acume e sulla sensibilità delle nostre istituzioni che non devono mai demordere nascondendosi dietro la finta applicazione degli aridi regolamenti. Famiglie di fede islamica presenti in Italia e larghi strati di società lucana e meridionale dovrebbero uscire da questo stucchevole modello ancestrale che si ciba di troppa omertà . Alle Agenzie Educative lucane (Genitori, Scuola e Chiesa) l’ingrato compito di risvegliare sul tema le coscienze sopite dando vita a quei circuiti solidaristici che si nutrono di duratura continuità, senza perfide dimenticanze come avviene spesso con le ingiuste e dolorose morti bianche, rimosse in Basilicata, il giorno dopo. Da ex sociologo ULSSS (Unità Locale dei Servizi Sociali e Sanitari)e da ex Funzionario FSE che ha avuto a cuore la Sicurezza sul posto di lavoro…non riesco più a convivere con queste terrificanti e orripilanti tre “i” odierne lucane, non più accettabili .