
Leonardo Pisani
DI LEONARDO PISANI
Ieri avevo visto su Rai Storia un suo duetto con il mai dimenticato Enzo Tortora: brillante, bello come gli eroi, giovane e simpatico. Sembrava un presentatore e non il pugile che aveva vinto tutto da pugile dilettante e da professionista. Facciamo un breve elenco: da dilettante campione novizi 1954, campione italiano 1 serie welter 1955;poi dal 1956 al 1960 campione italiano 1 serie superwelter, nel 1957 e 1959 campione europeo superwelter- da rimarcare che il campionato mondiale dilettanti all’epoca non esisteva e poi il trionfo alle Olimpiadi di Roma con la medaglia d’Oro nei pesi welter e la Coppa Val Barker come migliore pugile del torneo olimpico, precedendo il mediomassimo Cassius Clay, poi diventato Muhammad Alì. . Nella storia dei Giochi olimpici Benvenuti, insieme a Patrizio Oliva, è l’unico italiano che può fregiarsi di questo riconoscimento. Si ritira dal mondo del dilettantismo con lo score di 108 vittorie e una sola sconfitta, contro un avversario turco in Turchia, sconfitta vista solo dalla giuria. Passa poi professionista, una gavetta dura affrontando i migliori della categoria dei superwelter pesi medi sia a livello nazionale, europeo che mondiale.
Nessuno sconto, solo la dura selezione del ring. E vince tutto anche da professionista: campione italiano dei pesi medi, campione europeo dei pesi medi tra il 1965 e il 1967, campione mondiale dei pesi superwelter tra il 1965 e il 1966 vincendo contro il formidabile Sandro Mazzinghi, campione europeo dei pesi medi tra il 1965 e il 1967, campione mondiale dei pesi medi tra il 1967 e il 1970 con una trilogia contro il fuoriclasse Emile Griffith. Nel 1968 ha vinto il prestigioso premio di Fighter of the year, unico italiano ad aver conseguito tale riconoscimento. In tutto 90 incontri, con 82 vittorie, un pari e 7 sconfitte, solo contro i migliori e e a fine carriera contro il terribile Carlos Monzon e il modesto Jose Roberto
Chirino. Volto da attore, a vederlo anche da ormai signor Giovanni Benvenuti con i capelli brizzolati, tutto sembrava fuorché un boxeur . Chissà un avvocato, un Ceo, un Deputato della Repubblica, cariche che poteva avere ma non accettò, ma più avanti lo spiegherà lo stesso Nino Benvenuti, perché rifiutò la candidatura. Nino è stato qualcosa che andava oltre il pugilato, fu un simbolo per gli italiani degli anni 60 e 70, per gli emigrati che rividero il Tricolore trionfante anche al Madison Square Garden. Era Il 17 aprile 1967, notte dell’incontro, la Rai, per preservare il sonno degli italiani, non trasmette il match alla televisione, ma sceglie di farlo solamente via radio: è stato calcolato che fra i 16 e i 18 milioni di radioascoltatori seguirono in diretta il match. Solamente Italia – Germania 4-3 avrebbe avuto un successo simile. Ma il suo ricordo era ancora vivo dopo 50 anni dal ritiro anche negli i Usa, inserito nella International Boxing Hall of Fame nel 1992 e “The Man of the Year 2011” (Uomo dell’Anno) nominato dalla Associazione Italiani a New York, subito dopo aver organizzato in Italia, con Anita Madaluni, sua addetta stampa, il “Magic Round” con il quale ospita l’amico ed ex rivale Emile Griffith, aiutandolo economicamente e sostenendolo nella lotta all’Alzheimer.
A corredo dell’iniziativa esce anche il libro “Diari Paralleli” di Mauro Grimaldi. In quello stesso periodo partecipa, a New York, insieme allo stesso Griffith, alla serata dedicata a Renato Carosone, organizzata da Gigi D’Alessio al Radio City Music Hall (poi trasmessa in due serate su Rai 1), insieme a ospiti del calibro di Sylvester Stallone, Paul Anka, Manhattan Transfer, Liza Minnelli. Il mio amico Vladimiro Riga, due volte campione italiano dei welter nei dilettanti e vincitore al Madison Square Garden dell’asso americano Armando Muniz, gli fu sparring partner per gli incontri con Griffith e mi ha sempre confidato: “Nino era di un altro pianeta. Era inarrivabile”. Sul ring aveva “una grammatica, un lessico e una sintassi” che lo rendevano un artista della 4 corde. Basta leggere il suo record, anche distrattamente per comprendere il suo valore dal valore dei suoi avversari sconfitti come Emile Griffith, Luis Rodriguez, Don Fullmer, Denny Moyer, Sandro Mazzinghi, Isaac Logart, Gaspar Ortega, Doyle Baird, Fraser Scott, Luis Folledo, Tom Bethea, Pascal Di Benedetto, Art Hernandez, Manfred Haas, Tomasso Truppi, Francesco Fiori, Victor Zalazar, Luis Gutierrez, Jupp Elze, Jimmy Beecham, Tony Montano, Charley Austin; Carlos Duran¸Fabio Bettini ; Teddy Wright e Mick Leahy. Stoico da affrontare e perdere il mondiale in Corea contro il rude coreano Kim Soo Ki, che aveva battuto alle Olimpiadi, in uno strado incontro dove cadde il ring e andare sul ring con una mano mezza rotta contro l’erculeo Dick Tiger campione mondiale dei mediomassimi Solo per citarne alcuni.
Ma la sua vita non su tutta rosi e fiori, anzi una vita di stenti da piccolo, tanto da sottolineare che entrò in palestra a fare pugilato per potersi fare una doccia calda. Giovanni Benvenuti, nato il 26 aprile 1938 fu un profugo, di quelli per anni bistratati e trattati male nella stessa Italia. I primi anni della sua vita, segnati dal dramma della #guerra e dal triste destino della sua cittadina natale, Isola d’Istria, da cui lui e la sua famiglia, incalzati dalle truppe di Tito, dovettero partire. “Molti sapevano – racconta – e non hanno fatto nulla. Se non indignarsi quando ormai non serviva più”. Giovanni è nato a Isola d’Istria. Ora comune della Slovenia il 26 aprile 1938 aveva sette anni quando guardia dell’”OZNA” che venne a casa per dirci che la “nostra casa” serviva ad un loro alto funzionario. Poi la fuga da profughi a Triste. Lo ha raccontato in una autobiografia chiamata “L’Isola che non c’è- Il mio esodo dall’Istria” Lo chiamavano Nino e con questo nomignolo è conosciuto. Poi sarebbe diventato il Campione Nino Benvenuti, oro olimpico a #Roma, mondiale dei superwelter e dei pesi medi #boxing La tragedia dell’esodo e della povertà di chi ha perso tutto l’ha vissuta, la racconta ma mai una parola di troppo, mai una invettiva perché l’ha vissuta sulle sue spalle e lo ha marcato. La racconta ma con la saggezza di chi deve dare memoria di una tragedia che ci è stata. Ha rifiutato anche da ex campione più volte un seggio in Parlamento sicuro da parte del centrodestra, al quale era vicino, come quando da pugile lasciò una esperienza politica perché era un simbolo per gli italiani e non voleva dividere. Ma è sempre stato coerente con se stesso. E’ un uomo di destra, ma è stato vicino al suo amico avversario Griffith quando fece outing sulla sua bisessualità, ha fatto volontariato in India, è per l’integrazione tra culture diverse. E’ un Uomo, direi. Questi sono stralci di una sua intervista a Martina Seleni.
- Nel ’64 ha avuto un’esperienza nell’MSI: che cosa l’ha spinta alla politica attiva?Era un periodo storico diverso sia per l’Italia e soprattutto per me. Venivo da una esperienza difficile dopo il mio esodo dall’Istria e mi portavo dentro una serie di rivendicazioni, non politiche, ma umane. Per cui, visti i coinvolgimenti storici della sinistra nella vicenda che ha interessato la mia gente, credo che automaticamente e impulsivamente abbia rivolto la mia attenzione verso l’area opposta. In realtà dietro non c’era alcuna convinzione politica.
- Perché si è ritirato dalla politica?Credo che sia improprio dire che mi sono ritirato dalla politica perché, come le ripeto, non ho mai fatto politica in senso stretto. Ero un’immagine, un personaggio con un forte appeal in quel periodo, ma non un politico. E’ stata un’esperienza limitata in un brevissimo arco di tempo che non si è più ripetuta, e non intendo farlo.
- In passato si è definito più volte un “uomo di destra”: quali sono i valori in cui si riconosce?Ragionare oggi sulle categorie di destra e di sinistra è anacronistico. Lo scenario politico è cambiato completamente e spesso i valori coincidono. I miei sono quelli che derivano dal mio essere “uomo di sport”. Cioè la lealtà nei miei comportamenti, l’onestà delle mie azioni ed un forte spirito di comunione nei confronti dei più deboli. Credo sia importante supportare questo processo di integrazione razziale che sta vivendo il nostro Paese e lo sport è uno degli strumenti fondamentali per raggiungerlo.















