TRA I “VICOLI” DI GERARDO ACIERNO

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DI Mario Santoro

Da qualche mese è in circolazione uno straordinario libro dello scrittore Gerardo Acierno dal titolo “Vicoli”, emblematico, per significanze multiple, rimandi nel tempo per salti di memoria, evocazioni e rievocazioni di fatti e situazioni, di modi di  vita, di valori e pseudo valori e arricchito da efficaci illustrazioni di Fiorentino Trapanese, da una seconda parte, più breve, contenente ‘Altre storie’ e da una preziosa postfazione di Rosa Piro. Ci si trova, già al primo impatto, proiettati nei vicoli  del paese di Torretta, nome di fantasia che tuttavia  consente facilmente il rimando a Pignola, paese di nascita dell’autore, pur mantenendo un alone di misteriosità, un senso di discrezione, una forte segno di appartenenza e di identificazione. Torretta, che è per il poeta una sorta di cuore del mondo e di posto privilegiato  dell’anima, rimanda per certi echi e per sottili fili di comunione, alla Macondo di Gabriel Garcìa Marquez ed assume il carattere del luogo mitico in cui le storie si caricano di fascino e restano misteriose, gli episodi riaffiorano leggeri, in un impasto di magia e di realtà, di concretezza e di  fantasia, di nostalgia e di sogno. E mi pare abbia perfettamente ragione  la prefatrice Rosa Piro, nella sua analisi puntuale e dettagliata: “…vicoli lucani: groviglio di passioni, sogni, illusioni. Intricato e complesso. Ancora oggi che una modernità fasulla sembra averli svuotati, tolto loro l’anima, consegnandoli  alla rassegnazione. In attesa che prima o poi accada qualcosa”.

Dunque i vicoli, ossia la parte più intima del paese, quella che custodisce i segreti più nascosti, piccoli o grandi che siano, sembrano animarsi e riprendere vita e ripropongono momenti di dolore e di sofferenza, situazioni di ordinaria povertà legate  alla provvisorietà dell’esistenza, alle difficoltà economiche, a certe antiche e sane abitudini, alla sussidiarietà un tempo praticata e necessaria.  E l’autore ricorre allo stratagemma letterario dell’interposizione dei ruoli, che gli consente il racconto in terza persona, che risulta oggettivo, e che affida al protagonista, che pure ha nome di fantasia, Battista  Dipascale, ‘ex addetto alla gestione delle risorse informative dell’ex Biblioteca nazionale di Potenza’ e lo preferisce scapolo e sulla settantina, ossia completamente sciolto da vincoli e quindi particolarmente funzionale allo scopo. E lo fa essere, ovviamente, uno del posto, e dunque capace di conoscere tutto di tutti. Lo presente secondo lo stile dello scrittore esperto che ricorre a pochi efficaci tocchi di penna: “Da sempre Battista Dipascale frequenta il Circolo Sociale di Torretta. Qui tutti si conoscono; qui si parla di tutto, a tutte le  ore e in tutte le salse. Ostinatamente qui si ribadisce orgoglio per il paese; si pontifica ricorrendo molto spesso ad acide sentenze sui fatti”. Nulla di nuovo si potrebbe dire eppure non  è così perché l’autore mantiene sempre un’attenzione vigile sulle cose che racconta, un atteggiamento di sobrietà  e di autocontrollo  e non si  attarda sui dettagli e sugli aspetti che talora possono apparire pruriginosi. Accenna, anticipa qualche dato saliente  e va oltre salvo poi a riprenderlo ma sempre con la tecnica  della conversazione piana lasciando poi al lettore la libertà di  riflettere a suo piacimento. Lo stesso protagonista  ci viene presentato un po’ alla volta: ora un dettaglio, ora un altro particolare, magari apparentemente nemmeno tanto importante, e poi via via gli aspetti della persona, la sua condizione sociale che in qualche modo lo fa privilegiato pur nella conduzione di vita modesta ma estremamente  libera. Affiorano pure i sentimenti, un senso di isolamento, un velo di rimpianto per le ‘rose gozzaniane’ non colte al momento opportuno, ossia per le occasioni sfuggite di mano, o semplicemente lasciate cadere, e tornano memorie lontane o addirittura remote, accompagnate da un che di malioso e, quasi contrastatamente, a generare un senso di vuotezza del  presente con la perduta speranza nel futuro. E per questo  suo saper spaziare da una memoria all’altra, da una situazione generica ad una specifica, da un riferimento personale a una condizione collettiva, il protagonista ingenera subito tenerezza e sprigiona simpatia per la sua  bonomia, per la grande capacità di adattamento che non è mai  omologazione ottusa,  per il suo saper mantenere il giusto distacco  dagli  eventi  tutti, per il suo sapersi  eclissare al momento opportuno e riapparire quando  le circostanza lo  richiedono, per una straordinaria dote di indulgenza verso gli uomini, tanto i fortunati quanto gli sfortunati, tanto gli invidiati, a ragione o a torto, quanto i commiserati  e i ‘poveri diavoli’. Si tratta di un uomo positivo, guardato con rispetto, con la sua libertà di  pensiero senza sbandieramenti, le sue idee che non mette su carta, pur qualche volta tentato di farlo, e non le diffonde con pubblicazioni, con il suo evidente e connaturato riserbo, con qualche momento di sconforto e senza più slanci tipici della giovinezza,  con il suo modo dignitoso di essere e di guardare al mondo con disincanto. E allora può dare la stura ai ricordi e a qualche considerazione senza farsi sommergere avendo cura di selezionarli attenuando certe amarezze, e superando le contraddizioni implicite nell’esistenza, con il tacito invito a vivere “con saggezza, godendo di ciò che si ha  invece di rimpiangere  quello che non si ha più”. In questa prospettiva egli ricorda la funzione del Circolo che è luogo privilegiato di incontri dove magari i temi delle conversazioni sono sempre gli  stessi così come identiche appaiono le modalità comunicative e domina un senso di rassegnazione che talvolta sfiora la pacatezza e finanche una sorta di rassegnazione. Si parla generalmente, per frasi mozze, con tanto di allusioni e di indicazioni non dette, dell’ineluttabilità del tempo, della giovinezza svanita troppo in fretta, della vecchiaia che avanza, dell’alternarsi ripetitivo delle stagioni; si ricordano eventi particolari, nevicate memorabili, fatti del tutto straordinari misti a situazioni  comuni; si rimpiangono accadimenti eccezionali, feste speciali, ma anche cose, pure importanti, scomparse irrimediabilmnte, come lo Sportello della cassa di risparmio e il Salone di Nino il barbiere e quindi, inevitabilmente, si discute dello spopolamento, della chiusura inevitabile di negozi e dell’estinzione di mestieri e quasi tutti lamentano “la fine dell’artigianato, la scomparsa di forge, falegnamerie, sartorie,  e le crisi  profonde  della grande fabbrica di automobili e di altre attività produttive”. Torna, sempre per flash o per brevi tratteggi, tutto ciò che un tempo consentiva anche l’intrattenimento, sia pure solo per dare sfogo a qualche pettegolezzo non malevolo, e viene alla ribalta il negozio contrassegnato da una enorme insegna riportante una ‘T’, dove il gestore sapeva a menadito il tipo di sigarette e di tabacco da fornire ai suoi  abituali clienti: “il Trinciato forte ai mulattieri”; “il pizzicante profumo delle Mentole…allo scapolo irriducibile” e poi via via le Giubek, le Macedonie, le Alfa, i Toscanelli fino ad arrivare alle Nazionali semplici. Lo stesso può dirsi per “il negozio di balocchi, profumi e giornali” che, all’occorrenza, diventava, come  gli altri esercizi, luogo di ritrovo, per non parlare poi della cantina dove ci si incontrava e in qualche bicchiere di vino si affondavano amarezze, dispiaceri, maldicenze, o ancora  della botteguccia artigianale  con ‘la vetrina di scarsa consistenza’ e con Nicola, il calzolaio che tutti chiamano ‘Colino u scarpare’, con la sua storia simile a quella di tanti altri eppure al tempo stesso diversa: da ragazzo di bottega alla scuola serale per conseguire la licenza media, da emigrato in Francia  prima come ‘operaio irregolare’ in una officina e poi come ‘aiuto magazziniere  in una fabbrica’ e finalmente, rientrato a Torretta, con l’apertura della ‘Rapida’ la sua bottega. Si tratta di luoghi  che si trasformano in salotti alla buona, gradevoli e senza pretese, nei quali ci si  attarda volentieri  per conversazioni ‘a spizzichi e bocconi’ magari stando in piedi o sul limitare della porta nell’idea di non attardarsi. Sono momenti che l’autore sa riportare sempre con gusto e discrezione soffermandosi ma senza indugiare, e ricorrendo a schematiche ed efficaci  descrizioni. Non a caso, con riferimento alla sartoria -ma il discorso vale anche per altre attività pubbliche-  egli  ricorda le visite della ‘buona paesanità: il  parroco che sosta un poco sull’uscio, il senatore  della Repubblica, nato  a Torretta, ‘avvocato di grido e grande oratore’ ed  altri per conversare di musica classica, per commentare le notizie della ‘Domenica del Corriere’ e anche per tagliare i panni addosso a qualcuno, ma solo un poco. E non manca il richiamo alla chiesa, un tempo capace di accogliere la folla dei fedeli, prima che le campane ciarliere ammutolissero  e i ‘campanari’ scomparissero sostituiti dalle distaccate ‘schede elettroniche’ e che i fedeli si sperdessero per vie sconosciute. E i giorni rischiano di farsi ancor di più uguali e monotoni, fermi quasi nel rimando ad altre situazioni che la storia, inflessibile, propone e finanche il tempo per la buona lettura cara a Battista Dipascale, sulla scia della letteratura russa  e dell’imperante, accattivante, problematico Dostovieski, sembra diventare inutile.  Tutto, a tratti, rischia di apparire lontano, perduto nel nulla, in una immobilità che non sorprende neppure e con l’orologio del paese che resta incredibilmente fermo a un’ ora fatale e non scandisce più le azioni delle persone  che non sembrano essere neppure quelle di un tempo. Ma forse non è propriamente così anche se pure il rapporto col capoluogo, a pochi chilometri, fatto consuetudini precise sembra rallentato: “Si scende a Potenza, come comunemente si  dice, per scegliere e consultare il medico di  famiglia, per il  laboratorio delle analisi cliniche, per un vassoio di dolci per il cambio della marmitta all’automobile e finanche per incollare il sopratacco a una scarpa” Tutto sembra  sembra salotto gozzaniano e fa sorpresa nel presente il silenzio delle strade e dei vicoli, una volta chiassosi, rumorosi, vivi, animati, al punto che generano malinconia le parole, quasi una sentenza, dell’anziano maestro elementare, raffreddato e febbricitante ‘con le mani sempre allungare sulla stufetta elettrica’: “Nelle strade e nei vicoli c’è un silenzio che non mi pare ‘na  bella cosa”. Già non pare una bella cosa tanto più nel contrasto con la vitalità di un tempo che Acierno mette bene in evidenza nel giuoco dell’alternanza continua tra passato e presente, anche quando le storie sembrano caricarsi di  significati particolari e finanche nella storia di Totore  che impara a suonare la ‘mandola’ e decide di  partire  per il Brasile con  Antonio Mureno nell’idea fallace di fare fortuna. Pur nella diversità tematica l’autore mantiene sempre lo stesso stile e sfodera una scrittura sempre gradevole, lineare, senza urti o scosse; si tratta di una comunicazione in linea con la persona, immediata e diretta con qualche rimando dialettale che non guasta anzi rafforza immagini e concetti e soprattutto rimanda umori lontani, abitudini, modi di vita. Ed è forte la tentazione di elencare termini con le tante connotazioni speciali, ma con rincrescimento rinunziamo rimandando il lettore ai rilievi di Rosa Piro che scrive: “Dal punto di vista linguistico e lessicale il testo  è molto curato ed è impreziosito da numerosi realia, ossia dalle parole dialettali che esprimono oggetti o fenomeni tipici della cultura lucana e in particolare pignolese”. Il linguaggio è sempre controllato e rimanda alla buona scrittura di sempre con il suo periodare  agile, sia quando tende alla leggerezza che talune situazioni implicano,  suscitando il riso, sia quando appare scopertamente ironico, sia infine quando ci consegna situazioni impegnate e gravi. Il pensiero corre, per certe associazioni di idee, ad autori dalla scrittura limpida come lo scozzese Achibald Joseph  Cronin  del secolo scorso, quello del notissimo romanzo ‘La cittadella’ e di tantissime altre opere letterarie  e mi pare di poter sottolineare che anche per Acierlo, che sa il fatto suo, non c’è compiacimento nella scrittura né indulgenza, non c’è mai la tendenza alla ridondanza fine a se stessa sicché i fatti e le situazioni si snodano con naturalezza e il lettore ne gode, vive ogni episodio e si trova a suo agio co-attore e compagno del protagonista Battista Dipascale. Si accompagna a lui, lo segue, comprende i suoi stati d’animo, in gran parte li  condivide, si rammarica per tante cose che potrebbero  essere diverse, gode qualche momento di serenità e, a lettura ultimata, torna a riprendere alcuni passaggi che suonano come nuovi e suggeriscono diverse possibilità interpretative. Per chiudere mi piace operare una sorta di paragone: i ‘Vicoli’ stanno allo scrittore Gerardo Acierno come le colline, ossia le ‘Langhe’ stanno al poeta Cesare Pavese; entrambi apparentemente fermi e uguali eppure capaci  di  parlare alla parte più intima dell’anima. Che, decisamente, non è poco! Intanto dopo le tante fatiche letterarie dell’autore, dalle ‘Liriche dialettali’ e passando per ‘Pignolerie’, per ‘A ciglio strada’, per ‘Segni del tempo’, e ancora per ‘Leggere Yzu’,  ‘Muscatasce’, ‘Il griviglio , La gioia’, ‘La casa del tempo’, ‘In viaggio’, ‘Il filo del discorso’ e da ultimo, per ora, per ‘Vicoli’, ci prepariamo ad attendere  i prossimi impegni nell’idea che la scrittura resta sempre un po’ ‘tabe letteraria’, ossia malattia  inguaribile.        E meno male!

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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