A TU A PER TU CON ANDREA DI CONSOLI

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Leonardo Pisani

Era da tempo che volevo intervistare Andrea Di Consoli, per vari motivi non siamo mai riusciti a incrociarci per discuterne. Ci siamo visti, ci leggiamo e seguiamo, ma presi dalle nostre “stanze quotidiane” questo dialogo/intervista non era mai nato ma potenzialmente c’era… Non farò alcuna presentazione di Andrea Di Consoli perché ogni parola sarebbe superflua o anche di troppo o troppo poco. Scegliete voi. Poeta? Scrittore? Giornalista? Sceneggiatore? Io direi solo poliedrico e “Uomo”…   

Dottor Di Consoli ci diamo del lei o possiamo darci del tu? Diamoci del tu… Soddisfatto de “La notte più lunga dell’anno”? 

Certo che dobbiamo darci del tu, siamo amici. No, non sono tanto soddisfatto de “La notte più lunga dell’anno”. Nel senso che il film mi piace ancora molto, e mi piace anche rivederlo. L’ho fatto anche recentemente con Simone Aleandri, col quale stiamo ragionando su un nuovo lavoro. Ma sono rimasto un po’ perplesso dal fatto che sento molta solitudine intorno alla mia visione del mondo e della realtà. Sinceramente mi illudo sempre che sia maggiormente condiviso il mio sentimento del mondo. Poi, ogni volta, rimango un po’ deluso. Ho sentito letture che mi hanno soddisfatto poco, quasi tutte incentrate sulla trama, come fosse, la trama, la cosa più importante di un film. Sinceramente non sono mai stato troppo interessato alle trame, ma al sentimento del mondo che un film esprime. Su questo aspetto ho sentito una profonda solitudine. Ma ormai non ci faccio più caso. Mi capita anche coi libri. A volte mi viene il dubbio che anche certe esperienze vissute con altri nel mio passato siano state vissute dagli altri con uno spirito profondamente diverso dal mio. Ecco perché mi apro con sempre maggiore difficoltà, o meglio, con sempre minore fiducia. Ci ho messo degli anni ad accettare questa solitudine, e ora non mi ferisce più come prima. Tornando al film, mi ha colpito molto il commento di una spettatrice che si lamentava del fatto che nel film non ci fosse un messaggio di speranza e che fosse angosciante. Ma da quando un film deve dare un messaggio di speranza? E poi: la vedo solo io l’angoscia di certe vite, la nostra angoscia, quest’angoscia così diffusa e così rimossa? Stando così le cose, mi chiedo se si sapranno ancora vivere a fondo i film di Antonioni, di Visconti, di Bene, ecc. Temo che si stia vivendo una profonda transizione audiovisiva, tutta effetti speciali, trovate e saturazioni emotive. Di fronte a tutto questo provo un quieto e rassegnato disagio.

Sei attivo, direi iperattivo, anzi sui social anche ultra attivo e fammi fare una battuta pure bastian contrario per diletto e professione… A parte gli scherzi: oramai sembra che siamo tutti massificati e che il pensiero unico anzi i pensieri unici vanno di e “a moda”.

Non sono così attivo come appaio. È che ho una straordinaria velocità di esecuzione quando decido di fare qualcosa. Ma sono uno che si prende molto tempo per sé, e che ama circondarsi di tempi morti. Sento poi sempre disagio quando mi accorgo che mi sono esposto troppo pubblicamente: non amo farlo, sento violata una parte di me. Sono felice di non essere famoso, di non essere riconosciuto, e mi pento sempre di fare un lavoro che mi costringe a mettere il mio nome sulla bocca degli altri. Ma ormai sto su questo treno e non posso più scendere. È il mio lavoro, purtroppo. Lo accetto e basta. Ma se tornassi indietro farei di tutto per risultare semplicemente invisibile. Per quanto riguarda il pensiero unico, il discorso è troppo lungo, perché ci sono conformisti originali e anticonformisti banali, bastian contrari stupidi e accomodanti intelligenti. Ma chi è davvero nel giusto? E chi è davvero libero? Io sono libero fino a un certo punto. Chi sta in società non è mai davvero libero. Beato chi si definisce libero. In generale, però, non darei molto peso alle nostre opinioni. Le opinioni sempre ombre rimangono. Pure quando pensiamo di aver detto qualcosa di fondamentale. Il tempo spazza via quasi tutto, e ancor prima del tempo ci pensano a farlo l’odio degli altri, l’indifferenza degli altri, l’invidia degli altri, la totale mancanza di generosità di questo tempo.

Prendiamo l’Ucraina: una guerra e una tragedia con persone che muoiono. Sui social la guerra da salotti tra i neo manichei: insomma ci si deve essere per forza favore dell’uno o dell’altro, a prescindere dalle motivazioni e dai ragionamenti.

Per quanto mi riguarda, nel mio piccolo, odio e temo profondamente ogni forma di guerra. Ma non sono pacifista. Se l’Italia viene invasa da un altro Paese io sono per difenderci con le armi, non per porgere l’altra guancia. Nel caso dell’Ucraina mi sono schierato apertamente a favore della strategia militare e politica dell’Ue e della Nato. Per me è inaccettabile che un Paese europeo sovrano venga invaso in questo modo. E non la ritengo una posizione da salotto, perché sono disposto a pagare tutte le conseguenze di questa scelta. Non si può sempre voltarsi dall’altra parte. Sono pigro ma non vile. Per me questa guerra finirà soltanto con il definitivo e incondizionato ritiro dell’esercito russo dall’Ucraina.

Neo-manicheismo digitale. Ti piace questa mia definizione?

È suggestiva, certo. Ma è da sempre che si litiga, che ci si divide. Forse è anche inevitabile. Mi fa più paura la nostra incapacità di stare zitti. Io mi sforzo sempre più spesso di starmene in silenzio, ma è difficilissimo. Siamo animali parlanti, e purtroppo parliamo anche quando abbiamo poche idee e confuse. Facciamo tutti un sacco di chiacchiere. La nostra stessa economia è sempre più spesso fondata sulle chiacchiere.

Io sono un pentito tra quei pionieri dell’uso di Interne e dei social in Basilicata, anzi vorrei trasferirmi chiudere tutti i miei account sul tuo Pollino. Tu invece lì sei molto e sei un “influencer”. Ora coniugami questa tuo amore per il Meridionalismo con i social…

Ma è tutto un equivoco. A me non mi ascolta proprio nessuno, altro che influencer. Mi vogliono bene solo perché non parlo, perché me ne sto in disparte e non dico la mia. Non so essere ruffiano, dico sempre qualcosa che scontenta. Troppo di destra per chi è di sinistra, e troppo di sinistra per chi è di destra. Troppo moderato per gli estremisti, e troppo estremista per i moderati. Troppo modernista per i conservatori e troppo conservatore per i modernisti. Sto nella terra di nessuno delle contraddizioni e delle controversie. Appartengo solo alla mia solitudine. Che non è garanzia di niente, a scanso di equivoci. Anche io penso che internet ci abbia peggiorati. Ma lo trovo anche molto utile. Non ho le idee chiare. Di certo non sono un animale digitale. Il meridionalismo poi lo trovo sempre più involuto. Ormai al Sud si parla solo di turismi e agroalimentare. Discorsi verticali ne sento pochi. Sento invece molto moralismo e molto pensiero neo-bucolico. Al Sud si punta alla purezza, ma poi per guadagnarti due soldi devi sudare sette camicie, e spesso emigrare. Lo trovo ipocrita, ecco. Il paradiso non serve a niente, se non hai la possibilità di guadagnare qualcosa. Il meridionalismo attuale è diventato buddista. Ecco perché mi annoia.

Devo darti ragione… Il neo Meridionalismo al tempo del digitale…

Accadrà qualcosa di nuovo, fra qualche anno. Che le persone sentiranno sempre meno l’appartenenza ai luoghi, l’ossessione delle radici, del passato… L’immaginario è ormai globale, e i ragazzi stanno su YouTube allo stesso modo ad Avigliano, a Singapore e a Berlino. Ma lo abbiamo costruito noi questo mondo, non i ragazzi. I ragazzi non hanno colpe. Le colpe, se di colpe si tratta, sono solo nostre.

Sei nato in Svizzera, sei di Rotonda e vivi a Roma… Io nato ad Avigliano, ho vissuto a lungo in Lombardia, Lazio e Campania per lavoro, e sono ritornato qui. Non definitivamente. A volte sono trasalito  quando sento parlare di una antica Basilicata Felix.. basta vedere qualche documentario di Luigi Di Gianni a San Cataldo o nei Calanchi per comprendere la miseria oppure anche quel documentario voluto da Enrico Mattei, con la scena dai ragazzini che giocano per strada con un “ lu puorc”… Io questa Basilicata Felix non l’ho mai vista e neanche tu…

Discorso lungo… Oggi penso a salvare la pelle, a provare a stare bene, a strappare qualche giorno in più al destino. L’orizzonte delle ambizioni si è ridotto al minimo. Non mitizzo più niente, e vedo la mia miseria e quella degli altri con grande realismo. La civiltà contadina era sogno e incubo, ma anche la civiltà dei consumi è sogno e incubo. Non ho ricette, non ho soluzioni. Però sì, la Lucania Felix è un falso storico. Ma ormai chi più studia la storia? Era una società fondata sull’umiliazione costante, quella. Quanto dolore dimenticato. Di quel dolore è rimasto il folklore, l’arcadia neo-bucolica, la paccottiglia da Apt. Io lo conosco quel dolore, non lo dimentico. Ma conosco anche questo dolore di adesso, di questa modernità che ha smembrato e frantumato tutto. Credo alle soluzioni individuali. Ognuno vada per la propria strada e che Dio gliela mandi buona. Siamo un esercito sbandato e ogni soldato deve cavarsela da solo. Gli ordini non arrivano più. Il resto sono chiacchiere, un’arte nella quale siamo eccezionali.

Insomma, abbiamo in comune l’amore per la nostra Lucania, e allo stesso tempo anche un “astio” per la matrigna Basilicata. Ma l’emigrazione è stata dovuta solo per la povertà oppure per altro?

No, non ho astio. Semplicemente non mi aspetto niente, anzitutto umanamente. Politicamente, poi, non ne parliamo. Mi deprime tutto. Ma la amo, certo che la amo. Quando torno, sono felice. Ma sono felice di poco, spesso di niente. Mi piace fermarmi in una area di servizio sulla Sinnica e bermi un caffè in silenzio, oppure leggere un libro nella camera di Rotonda dove sono cresciuto. È casa mia, ma vedo molta aridità umana. Lo dico con grande franchezza. Può darsi che a essermi inaridito sia anzitutto io, ma non permetto più a nessuno di farmi del male, mi difendo così. Per quanto riguarda l’emigrazione dico da anni che non si va mai via per i soldi, ma perché si vuole fuggire da qualcosa. Sono scappati a centinaia di migliaia dalla Basilicata, e ancora continuano a farlo, perché stanchi di ipocrisie, moralismi, ingenerosità, cattiverie, forme oppressive di controllo, mediocrità, ecc. Nessun povero va via se sente amore dove è nato. L’emigrazione è sempre una ribellione culturale.

Ti posso farti una confidenza? A Me Carlo Levi piace come scrittore e come pittore. Ha fatto l’antifascista ai tempi del Fascismo ed era ebreo e con le leggi razziali non si scherzava. E penso a questo quando sento a sproposito:  andiamo oltre Levi o basta Levismo. Pure Levi sarebbe contro il levismo di maniera…

Il levismo serve al turismo. Sennò che ci viene a fare un turista se non sente l’odore kitsch dei ciucci e delle fattucchiere? È tutta una buffonata, via. Il passato è diventato oleografia, bozzettismo, storytelling e marketing. Come i finti gladiatori oggi al Colosseo. Carlo Levi è uno scrittore immenso. Ma senza fede religiosa bisogna rifiutarsi di parlare della sua opera immensa. Non si può parlare di Carlo Levi con chi si vergogna della passata umiltà o con chi la utilizza per la promozione turistica alla Apt. Io voglio tacere. Non voglio parlare di Carlo Levi. Sento che ha toccato il nostro cuore sacro, e io quel cuore sacro voglio difenderlo ancora, col silenzio. Una sola cosa voglio ribadire: Levi non ha parlato della nostra povertà, ma della nostra religiosità, ovvero del nostro sentimento del mondo. Quando lo rileggo so esattamente da dove vengo, e finalmente sorrido. Poi mi rituffo nel caos moderno, in questa suburra di parvenu e di improvvisati.

E ti provoco, a me piace pure Rocco Scotellaro, il poeta socialista e contadino e sindaco rosso.

A me lo dici? Però non così rosso, dai. Era un socialista. Ed è scappato pure lui. Fa male dirlo, lo so. Ma lo fecero scappare. Rocchino nostro…

Francesco Libonati

E ti provoco ancora: sono stato tra i pochi assieme a Rocco Brancati e Franco Mollica all’epoca presidente del Consiglio regionale della Basilicata a ricordare Francesco Libonati, il Michelangelo dei minatori. Era di Rotonda come te… Dalle miniere all’arte. Eppure dimenticato. Ma la Memoria? È da rottamare?

Lo conosco ma nemmeno io me ne sono mai occupato, chissà perché. Merita di essere ricordato, ma non in maniera retorica e convenzionale come si fa sempre in Basilicata, dove un discorso culturale critico è quasi impossibile da ascoltare. La memoria? A nessuno fotte niente del passato, Leonardo. Al massimo serve per qualche parata politica, o per imbastire qualche supercazzola pseudoculturale a fini turistici. È un tempo così e basta. Però hai fatto bene a ricordarlo. E te ne sono grato in quanto rotondese.

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