La letteratura è ricca di figure femminili speciali: la saggia e illuminata regina d’Egitto Hatsepesut che si distinse per la costruzione di opere di pubblica utilità; la figura straordinaria di Semiranide, (A vizio di lussuria fu sì rotta,/ che libito fe’ licito in sua legge); la tristemente nota Erodiade di cui si ricorda la vita incestuosa con Erode Antipa; la leggendaria Salomè che volle la testa di Giovanni Battista; la altrettanto leggendaria Cleopatra, adorata dai sudditi come ‘Novella Iside’. Che dire poi delle donne omeriche: le schiave, oggetto di contesa e di scambio come Criseide e Briseide; le fedeli, seppure prese con la forza, come Andromaca; le fatali, come la ‘splendente’ Elena che porta morte e rovina; le innocenti e ritrose come Nausica’ dalle bianche braccia’; le infelici come la ‘venerabile Calipso’ o la maga Circe, le pazienti come la Penelope.
Semiramide
Possiamo ancora ricordare, senza alcuna pretesa di esaustività, quasi a caso: Didone, straordinaria figura femminile, regina integerrima e fedele alla memoria del marito che, tuttavia, cede ad Enea, non per la sua bellezza fisica ma per le sue grandi imprese, oppure Camilla, regina dei Volsci, alleata dei latini, consacrata a Diana ed educata come guerriera coraggiosa e cacciatrice, indomita e ancora, compiendo un salto enorme nel tempo, Eloisa, sposa segreta, ma neppure poi tanto, di Pietro Abelardo. E possiamo ricordare, sempre e solo per esemplificare, altre figure significative: Vannozza Caetani detta, a giusta ragione, l’amante dei papi Giulio II e Alessandro VI; Giulia Farnese, soprannominata la bella, che sostituì proprio la Caetani diventando la ‘concubina papae’ o la ‘sponsa Christi’; Fiammetta Michaelis, indicata come la damigella di singolare beltà nota, non solo perché figlia di prostituta importante, ma anche per aver ricevuto giovanissima, tutti i beni del cardinale e umanista Iacopo Ammannati Piccolomini. E ancora: Imperia Corgnati, Fornarina, Margherita Luti, Tullia d’Aragona, Angela Greca, Giulia Campana, Antea, Beatrice Pareggi, Lucrezia Porzia, Isabella Di Luna, Fillide Melandroni, Maddalena Antognetti e tante altre.
Salomè
Senza seguire un ordine preciso ricordiamo qui una straordinaria donna di potere, Matilde di Canossa, ricca feudataria sempre al fianco del papa nella lotta per le investiture, dotata di tempra d’acciaio e giustamente nota per l’incontro, di notevole portata storica, nella sua dimora di Canossa, tra Enrico IV, simbolo dell’impero e il papa Gregorio VII, difensore della chiesa. E ci sono le tante donne dei secoli a seguire che tralasciamo per soffermarci sulla figura di Agrippina Solmo, donna silenziosa e protagonista del romanzo “Il marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana. Il libro, a giudizio unanime della critica, è considerato l’opera narrativa più felice dell’autore siciliano, per la spinta realistica, per la ricerca psicologica, per l’attrazione per il soprannaturale, per la ricerca del gusto del particolare, reso con minuziosa accuratezza, per la vivacità dei personaggi, per la condizione di vita brutale e angosciosa che domina. Ed è in questa cornice che va inquadrata la figura della donna Agrippina Solmo protagonista femminile, umile, devota, riservata, di bellezza prorompente, inconsapevolmente provocante, quasi diavolo tentatore, amante silenziosa ed obbediente, innamorata del marchese e pronta a qualsiasi sacrificio, ma anche personaggio forte e deciso, eroina e vittima al tempo stesso, figlia del suo tempo. Intanto va detto che il romanzo, pubblicato in pieno verismo ed in Sicilia dove Verga e Capuana erano in auge, presenta una scrittura paratattica, formale, realistica nella narrazione oggettiva, nella messa in evidenza di situazioni precarie del mondo contadino e degli umili, nel racconto distaccato in sequenze -se ne contano sei- che ha come voce narrante l’autore, esterno e onnisciente, dotato di senso di estraneità.
Fa di tutto per rinunciare al matrimonio che mamma Grazia vorrebbe facesse, ovviamente con persone del suo rango, o per lo meno per rinviarlo il più possibile. Per questo un tentativo di matrimonio combinato con una fanciulla nobile, tale Zòsima, il cui cuore palpita per lui, non si conclude per il suo rifiuto più o meno palese. La sua vita monotona e tutto sommato piatta è appena smossa da personaggi del paese che appaiono, per una ragione o per l’altra, un tantino stravaganti o, al contrario, sonnacchiosi e vittime del sistema di relazioni e di rapporti statici e convenzionali. Lo stesso marchese, che esce in calesse per i campi a controllare che i lavori procedano bene, raramente si intrattiene a chiaccierare con il canonico Cipolla, con don Silvio La Ciura, con don Aquilante che interroga i morti e rievoca gli spiriti.
La vita del marchese continuerebbe a scivolare mesta e triste se non capitasse nella sua enorme casa Agrippina Solmo, giovanissima e assunta da lui a servizio per intercessione di amici. Ella è bella, nella semplicità della persona e senza l’ausilio di artificio alcuno, nemmeno il belletto per le guance, serena, discreta, disponibile, attenta e con il suo silenzio eloquente conquista il cuore e la mente del marchese.
Questi, senza neppure farle una corte discreta, ma quasi considerandola di sua proprietà, la seduce, o è sedotto da lei e dalle sue maniere, e diventano amanti strani e segreti. Ella soggiace a tutte le richieste e le voglie di lui e lo fa con naturale sottomissione forse per appartenenza ad un ceto poverissimo, forse perché si sente onorata di essere al servizio del marchese, forse perché lusingata e innamorata pur consapevole, sin dal principio, che non potrà diventare mai la marchesa di Roccaverdina, ruolo al quale non osa nemmeno aspirare. Durante il giorno lavora attivamente e la sera rientra a casa sua; successivamente comincia, di tanto in tanto, a fermarsi a dormire con il marchese che è sempre più preso dalla donna. E’ addirittura stregato dalla sua condiscendenza, dal suo concedersi tutta senza reticenze e senza chiedere nulla in cambio, nemmeno una parola d’amore. È a sua disposizione tutte le volte che egli la desidera e sa scomparire quando la sua presenza potrebbe infastidire o semplicemente disturbare: è come un’ombra discreta e delicata, gradevole e silenziosa, e illumina con la sua presenza l’ambiente.
Dopo qualche tempo Agrippina Solmo non torna più a casa sua se non assai di rado e tutti cominciano a capire che ella appartiene al potente uomo: è la donna del marchese ufficiosamente. E’ lei che al mattino apre la porta di casa, come una vera signora ma senza darsi le arie, con atteggiamento umile, da serva.
E serva rimane fino a quando il signore non ha voglia di lei; poi diventa l’amante docile capace di fare tutto quello che il marchese desidera e di usare con lui sempre il tono di riguardo e il voi anche nei momenti più intimi. Le basta la sua fedeltà, il suo essersi concessa totalmente, con tutta la sua persona. Il suo sacrificio lo accetta di buon grado. Sarà la serva del marchese sempre anche quando egli, per soddisfare le convenzioni sociali, deciderà di sposarsi. Allora ella rimarrà solo la sua serva e, come tale, servirà anche la nuova padrona, senza portarle rancore e, se egli qualche volta vorrà degnarla ancora di uno sguardo e la desidererà, sarà totalmente a sua disposizione. Si tratta di una figura femminile assai particolare e richiama alla mente la Diodata nel romanzo di Verga, ‘Mastro don Gesualdo’. Intanto la gente nel paese comincia a mormorare e trova strano che il marchese rifiuti tutte le proposte di matrimonio anche le più convenienti, cioè con persone del suo stesso rango e cosi Agrippina Solmo, che viene additata come donna corrotta e di facili costumi, in qualche occasione, subisce apprezzamenti non propriamente positivi. Ella tiene duro. Le considerazioni delle persone non la scalfiscono: quello che conta è la forza del suo amore anche se non benedetto dalla chiesa. Per sua fortuna però Don Silvio, il curato del paese, mette a tacere i pettegolezzi per non rischiare di guastare i rapporti con il marchese.
Ma questi è ossessionato dai parenti e da una vecchia zia, che prega e minaccia e che palesemente gli ricorda i suoi doveri e il suo casato, invitandolo a prendere moglie, a regolarizzare la sua situazione e soprattutto a mandare via Agrippina da casa sua. Il marchese non ne può più e allora pensa ad un diabolico stratagemma per mettere a tacere la gente e non rinunciare ad Agrippina.
Parla con uno dei suoi fattori più fedeli, Rocco Criscione, che è in un momento di particolare bisogno; gli offre aiuto e vantaggi ad una condizione e cioè che egli sposi Agrippina Solmo ma la rispetti come una sorella. Del resto, sarà libero, di andare a donne come e quando vuole. La consegna è terribile: con Agrippina solo gesti formali anche se per tutti devono essere marito e moglie, cosicché la gente possa tacere. Rocco, pur inizialmente reticente, accetta la condizione. Allora il marchese, che nel frattempo non ha fatto parola con alcuno, nemmeno con Agrippina, sicuro che ella non rifiuterà la soluzione proposta da lui, per devozione nei suoi confronti e per amore, una sera le comunica la sua idea, senza giri di parole ma direttamente e quasi brutalmente.
E Agrippina ascolta in silenzio, non batte ciglio, non replica, non pronuncia neppure una parola: se quella è la volontà del suo uomo-padrone ella non potrà che obbedire senza obiettare alcunché: il suo amore è talmente sconfinato e totale che qualunque volontà del marchese deve essere accettata di buon grado.
L’affare si combina. Il marchese si fa ripetere la promessa-giuramento da parte di Rocco Criscione e tutto sembra mettersi a posto, con sollievo della vecchia zia, del parroco, dell’avvocato amico del marchese.
Il matrimonio si fa e Agrippina, da donna sposata, può liberamente andare a casa del suo padrone che la vede anche più bella, forse perché più tranquilla.
E poi, prima di allontanarsi sotto lo sguardo indifferente dell’uomo, mormora: Le ho voluto bene. L’ho adorato come si adora Gesù sacramentato!…Mi ha preso dalla strada, mi ha colmata di benefici, lo so…Ma in compenso non le ho dato in mio onore, la mia giovinezza, il cuore tutto? Nessuno saprà mai quel che ho sofferto dal giorno che voscenza…-Quasi fossi stato uno straccio da buttar via. Oh, era il padrone di fare quel che le pareva e piaceva – Mi disse: -Devi giurare- ed io giurai, davanti al Crocifisso. Mi sarei fatta polvere per essere calpestata dai suoi piedi! Crede, forse, voscenza, che non sentissi ripugnanza?…Che la coscienza non mi rimordesse? Che importava?…Ero nel peccato (quando è destino, una che può farci) e restavo nel peccato. Per questo avevo giurato, alzando la mano dritta davanti al Crocifisso!… E ora me ne vado!…Mi scoppiava il cuore se non parlavo! È convinto voscenza che ho fatto ammazzare io Rocco Criscione? Mi denunzi alla giustizia! Mi faccia condannare a vita!…Ma no voscenza non lo crede, non può crederlo. C’è nelle parole di Agrippina tutto il desiderio di uscire pulita dalla storia dell’assassinio e di essere creduta. Solo questo importa a lei. Se il suo uomo l’amerà ancora e la vorrà, passa in secondo piano. Quello che conta è che egli sia certo della sua innocenza. C’è la dichiarazione del suo amore per lui fino all’adorazione senza alcun pentimento anche ora che tutto sembra precipitare. E soprattutto c’è tanta nobiltà d’animo nella donna che riconosce di aver avuto benefici dall’uomo e non gli rinfaccia nulla né, meno che mai, lo minaccia di una qualche ritorsione. Ed è una bella figura di donna, colpevole certo, che ha sbagliato per amore e che continua ad amare e a rivendicare in silenzio il suo amore. E lo fa anche quando rievoca il passato: -Mi lasci stare, mi lasci tare- io le ripetevo. E mia madre piangeva, poveretta. -E’ la tua disgrazia, figlia mia!-. È stato vero. Che m’importa se ora non mi manca niente? Casa, oro, roba, voscenza può riprendersi tutto…Un’altra non parlerebbe così! E intanto la baronessa, il Signore la perdoni, dice che io vengo qui per tornare di nuovo da voscenza, per…Mi vergogno di ripetere quel che mi ha rinfacciato!…Quando mai? Quando mai?… Neppure allora che voscenza ogni giorno: -Sei la padrona, qui, sarai sempre la padrona!- Oh, non si arrabbi!… Me ne vado.
E noi la chiudiamo qui, pur essendo tentati di continuare, di dire di tanti stravolgimenti, del matrimonio del marchese con la nobile Zòsima, del travaglio interiore dell’uomo, della sua follia. Aggiungiamo solo che alla fine sembra prevalere il buon senso borghese. Il medico annuncia che per il marchese è solo questione di ore e invita Agrippina ad allontanarsi: le regole vogliono che non sia l’amante a stare accanto al morente: meglio se non c’è nessuno piuttosto. E Agrippina, dopo aver baciato e ribaciato quelle mani che avevano ucciso per lei, docile obbedisce e si lascia accompagnare fuori.
