Recensione di Giovanni Robertella
Non è mai cosa semplice interpretare il pensiero degli altri, soprattutto quando bisogna trasformare la parola scritta in immagini mentali e concetti astratti in azioni concrete. Ancora più complicato è tradurre sensazioni, impressioni, emozioni, sentimenti, affetti, legami familiari e relazioni sociali. La poesia implica queste difficoltà, ma nello stesso tempo crea il mondo sociale e struttura la civiltà umana. “Forse è per questo – scrive Bruner – che i tiranni sono soliti nutrire timore e odio verso poeti, romanzieri e storici, più di quanto non ne nutrano verso gli scienziati: anche questi creano dei mondi possibili, ma nelle loro creazioni non lasciano spazio di sorta a possibili prospettive alternative su quei mondi”. Lo aveva già detto Platone: “I poeti sono pericolosi per la morale pubblica”. Non è il caso dei nostri due autori. Prospero e Valerio Cascini, con quest’ultima pubblicazione, hanno avuto la capacità di accendere nel lettore una curiosità che nasce dal primo contatto fisico col testoe dall’armonia tra ritmo, musicalità della parola e successione dei versi. Per non parlare delle metafore e delle implicature necessarie per comprendere i significati.
Prendendo il libro tra le mani e sfogliandolo velocemente si avverte subito la sensazione di trovarsi con un progetto grafico editoriale che mentre dà piacevolezza allo sguardo e al tatto, nello stesso tempo mantiene la sua sobrietà nei confronti del contenuto. Nessuna attività di marketing e nessun effetto scenografico, dunque, ma solo necessità di offrire al lettore modalità appropriate per rapportarsi con il testo. Le fotografie inserite nel libro sono una parte indispensabile della struttura testuale. Se le osservi in profondità sembrano parlarti e l’immaginazione porta a rivivere quei momenti della vita di cui ne avevi dimenticato l’esistenza. Ricordarsi bambini, rivivere i luoghi della spensieratezza, immergersi nei paesaggi e farsi attraversare dalle sensazioni forti di un tempo, riscoprire le carezze della madre, prendere confidenza col nuovo sono tutte situazioni che riemergono e ti parlano ancora, con un linguaggio diverso e più toccante. Bene hanno fatto l’editore e gli autori a corredare il testo con queste immagini che non appartengono solo a Castelsaraceno, ma fanno parte di un più ampio contesto nel quale ognuno di noi può ripercorrere i propri vissuti. La propria lucanità. È come se le poesie trovassero forma e corporeità proprio nelle immagini fotografiche. Le poesie e le fotografie dialogano tra di loro in modo penetrante e rendono il contenuto adatto non solo a un pubblico evoluto e attento, ma anche a quanti non hanno particolare dimestichezza con il testo poetico. È un’indagine a tutto campo della relazione tra persone e contesto e ancor più del legame tra la rappresentazione delle esperienze vissute e la loro interpretazione. Di questi tempi la poesia non gode di buona fortuna perché la dimensione economico-utilitaristica è poco evidente in essa. L’aspetto prosaico e paradigmatico è prevalente su quello poetico, creativo e narrativo. Vengono privilegiati gli elementi materiali ed economici a scapito di quelli immateriali e culturali. Tradizioni, consuetudini sociali, eventi rituali e festivi non rappresentano più l’identikit di una comunità. Sono ben altri gli interessi che imprigionano le culture umane. Eppure “La poesia, che fa parte della letteratura pur essendo più della letteratura, ci introduce alla dimensione poetica dell’esistenza umana. Ci rivela che abitiamo la Terra non solo prosaicamente –sottomessi all’utilità e alla funzionalità – ma anche poeticamente, votati all’ammirazione, all’amore e all’estasi. Essa ci fa comunicare, attraverso il potere del linguaggio, con il mistero che è al di là del dicibile”. Queste considerazioni ci aiutano a capire la differenza tra le due prospettive. Le scienze empiriche si preoccupano di scoprire il vero e descriverlo, il pensiero narrativo, invece, è il regno della verosimiglianza e dunque del possibile. Se della poesia comprendiamo gli effetti, molto più complicato è cercare di darne una definizione. La poesia è come il tempo in Sant’Agostino: “Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so”. È dentro questo quadro di riferimento che si sviluppa il valore conoscitivo della poesia, così come lo esprimono i due Cascini. I due autori fanno scelte diverse, ma complementari. Valerio opta per alcuni frammenti di realtà e per i ricordi legati alle esperienze di vita. Gli piace far parlare le cose e lo fa in lingua popolare: il dialetto, senza il quale, probabilmente, perderebbero di efficacia. Parlano la matita, le lucciole, la luna, il pino loricato e tutti gli oggetti che hanno lasciato segni indelebili nella vita dell’autore. E parla il tempo che penetra nelle case abbandonate alle ragnatele e al muschio che scende dalle grondaie coprendo il muro. È il mondo della semplicità, dell’ingenuità e della frugalità. Nel descrivere i vari momenti, che ricorda ancora con una certa enfasi, si serve del dialetto castellano certamente per rivendicare le sue origini, per richiamare alla mente il legame mai interrotto con il paese natio e per evidenziare la sua lucanità radicata nella roccaforte saracena. “… L’uso del dialetto non ha assolutamente una funzione nostalgica o naturalistica ma ha una dimensione colta, di artificializzazione del linguaggio, contro la parola usurata e impoverita della quotidianità e della chiacchiera di stampo televisivo”.
