
di GERARDO ACIERNO
S’annunciava una giornata come le altre. Il primo sole stingeva il cielo di rosa perlato e l’anello d’asfalto intorno al lago lentamente andava rianimandosi. Sbuffavano e sudavano maratoneti, ciclisti e pattinatori. A pelo d’acqua, chiassose, si rincorrevano rondini assetate e più al largo scivolavano, timidi, tre bianchissimi cigni. Nella loro scia sottile, impertinenti, sguazzavano nugoli di svassi e di pavoncelle. In lontananza, immalinconito di foschia, si scorgeva l’antico paese lucano accerchiato dall’avanzare senza scrupoli del cemento spruzzato a piene mani da uomini senza memoria. Piegato sulle ginocchia a riprendere fiato uno sfinito podista si era bloccato davanti al rovo gialloverde di una ginestra. Dentro aveva intravisto un corpo. Era un corpo di donna. Nudo, con la faccia all’insù. Un cadavere bianco e floscio come un sacco di farina vuoto. Il corridore smise di ansimare. Una robusta signora infagottata dentro una tuta madida di sudore si fermò a fissarlo con sguardo accusatorio. Il campanello di una bicicletta d’altri tempi interruppe il canto solitario della cinciallegra. Arrivò altra gente. Qualcuno distribuì tonici cioccolatini al caffè, altri pietosamente calarono sul corpo esanime una giacca a vento per impedire a un palestrato giovanotto di continuare a scattare foto pruriginose. Infine, la voce ferma e arrogante del maresciallo dei carabinieri riportò nel crocchio di quella gente la gelida consapevolezza della realtà: “È la moglie di Carmine il pizzaiolo!” L’uomo della corsa impallidì. La cicciona sputò gocce di sudore dal labbro superiore. Il giovanotto tutto muscoli sentì le gambe molli. Tutti e tre, per un atroce scherzo del destino, erano in quel posto e a quell’ora insolita di fronte a quel cadavere. Tutti e tre conoscevano la vittima; tutti e tre per certi versi erano a lei legati: la grassona era l’amante del marito; l’uomo le telefonava di notte mettendosi a ronfare nella cornetta come un maiale; il ragazzotto era lo stesso che tutte le mattine andava al forno a fare il cascamorto. Tutti e tre, come i dodici passeggeri sulla fredda carrozza dell’Orient-Express di Agatha Christie, avrebbero, quindi, potuto uccidere – da soli o in gruppo – la moglie del pizzaiolo. Il maresciallo dei carabinieri che come tante altre storie paesane anche questa storia ben conosceva rivolse ai tre impauriti paesani la stessa domanda: ‘Hai qualcosa da dirmi?’ La donna ammise senza vergogna l’adulterio; l’aspirante maratoneta confessò la sua telefonica passione; il bulletto a capo chino biascicò la sua devastante impotenza. Tutti e tre si dichiararono innocenti. Arrivò il giudice, diede un’occhiata al cadavere e dopo i rilevamenti del caso ne ordinò la rimozione. Prima, però, di licenziare guardie, curiosi e altro personale si rivolse ai tre sospettati: “Ci sono cose giuste, cose sbagliate e poi ci siete voi” – disse puntando lo sguardo negli occhi di ciascuno di loro – “Non lasciate il paese e ricordate che un assassinio non è mai cosa giusta.” Accese una sigaretta, tirò due boccate come di orgoglioso sollievo per le belle parole che era riuscito a pronunciare, osservò per pochi istanti la leggerissima increspatura del lago provocata da un airone cenerino alzatosi in volo, poi fece un cenno al suo autista, risalì in macchina e se ne andò. Sulla collina del paese iniziò l’acido brucare dell’erba del sospetto. Sussurri e mormorii volarono da un uscio all’altro, dai balconi alle finestre, dai crocicchi al bancone del salumiere: fu tutto un velenoso andirivieni di congetture, conclusioni, di rincorse tanto affannose quanto improbabili lungo le vie traverse di soggettIve verità, di sentenze pronunciate prim’ancora del processo, di illazioni, di strambi teoremi e di assurde ipotesi. Anche la notte si fece chiassosa, seminatrice di dubbi e l’improvviso, inspiegabile falò scoppiato sul rovo di quella ginestra omicida ingigantì il caso, ne arricchì il mistero, gelando il sangue nelle vene a tutti i paesani. L’intero paese sembrò bruciare di ogni cosa. Quando spuntò il nuovo giorno, la luce del sole schiarì quell’angolo di mondo, laggiù, sul lago della piana: il fuoco della ginestra era diventato cenere, il lago stesso non aveva più voci e tutt’intorno, stranamente, non risaltava neppure una macchia di colore se non un piccolissimo ritaglio di prato ricoperto da un rosso fazzoletto di papaveri. Sembrava una vistosa macchia di sangue. Il paese, lassù sulla collina, con i suoi tetti e vicoli e campanili si era intanto disperso nella foschia, ma poteva essere anche fumo. O qualcos’altro di sconosciuto, di misterioso, di mai visto prima.