Dal punto di vista imprenditoriale, se si toglie l’agricoltura e il turismo, non possiamo dire di avere una vera imprenditoria, se non lodevoli eccezioni alla regola, come l’history case dei Di Leo a Matera o la costellazione digitale di Smart Paper dimostrano, per cui c’è da chiedersi se adesso che passa il grande treno veloce della 4.0 l’economia regionale è in grado di prenderlo al volo. Non è cosa semplice e non siamo in grado di farlo, non come lucani dal punto di vista imprenditoriale e anche istituzionale. Qui non sono in discussione le politiche, che anzi in questi ultimi anni, hanno segnato una positiva e meritoria svolta. Qui è in discussione la modernità culturale, organizzativa e logistica di una imprenditoria che, avendo già acquisito il nuovo, sia adesso in grado di agganciare il nuovissimo. Noi invece , Meridione a macchia di leopardo, ma Lucania,Calabria e Sicilia quasi interamente, siamo, come imprenditoria endogena, gli ultimi della classe, abituati in questi anni a far soldi intorno ai subappalti o ai rifiuti, cioè lì dove pecunia non olet, e intorno allo sfruttamento intensivo delle risorse ambientali sotto terra e sotto il cielo. La democrazia cristiana si è resa colpevole di una industrializzazione post sismica che ha riciclato macchinari vecchi, prodotti supeati e processi obsoleti, richiamando tutti gli avventurieri possibili . La politica che ha preso in mano la Basilicata negli anni 90 si è resa protagonista di investimenti da rapina, petrolio e vento in testa, ma anche inceneritori e spazzatura. Oggi, quello stesso Sindacato che sulla industrializzazione post sismica ha alzato le barricate, facendosi una verginità, e sulla politica di questi ultimi venti anni ha calato le mutande, perdendola, si preoccupa del treno 4.0 che sta arrivando e si chiede, guarda un po’, se siamo in grado di prenderlo. No che non siamo in grado, a meno che qualcuno non ci porti per mano in un recupero di un sistema industriale che salti il vuoto di quarant’anni e apra una pagina nuova. Chi è in grado di intercettare il nuovo nella produzione industriale se non Ferrero, Enea, FCA, Eni, o le grandi partecipate italiane nei settori della meccanica, della chimica, della farmaceutica, della ricerca spaziale. E siccome il nuovo si coniuga anche alla formazione, non siamo in grado nemmeno di offrirla se qualche Università di serie A ( Politecnico di Torino o Milano o Pisa) , che già poi non sono l’eccellenza mondiale, non prende il nostro Ateneo per mano e gli fa fare il salto di qualità. Ecco il tema vero: o siamo vecchi in carrozzella e occorre che ci si aiuti a salire sul treno, o siamo piccoli e inesperti e occorre lo stesso aiuto. Tutto il resto è ambizione oppure voglia di affari e basta. Ora, a mio parere, questa fase politica ha avuto il merito di farci uscire dalla sudditanza verso le grandi imprese, con le quali finalmente ci diamo del Lei . Alle stesse dobbiamo chiedere di giustificare la loro presenza in direzione del nuovo, dell’energia green, della componentistica a base di polimeri, della ricerca avanzata, dell’industrializzazione di supporto alle realtà che vivono e che debbono avere futuro, della verticalizzazione della filiera.. Quello che è stato fatto finora nelle politiche produttive non è poco se paragonato ai 4 anni di questo Governo, ma è servito a passare dal segno negativo a quello positivo del PIl, a dare vitalità all’imprenditoria medio piccola e artigianale ( turismo, agricoltura) e a iniziare il processo di filiera nell’agricoltura con coldiretti e Cia che hanno meritoriamente messo in sintonia il territorio con la grande distiribuzione nazionale. Oggi, le stesse cose dovrebbero farle i grandi dell’industria lucana: il tema è come farci sentire e se lo Stato , in questa 4.0, è in grado di metterci strumenti ( non soldi) per il Sud che correndo appresso al treno, possa essere messo in grado di prenderlo. Il patto sulla Basilicata dovrebbe avere una appendice , che poi sarebbe il prologo di uno sviluppo vero di questa terra. rocco rosa
altro che 4.0 ! i nostri imprenditori amano cemento e rifiuti
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