ANDREA DI CONSOLI. RIFLESSIONI A CUORE APERTO SULLA SUA AMATA TERRA

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Lucia Lapenta  

Rimanere ancorati alla “madre Terra” per non essere soffocati e sconfitti.

Il legame che si costruisce con le proprie origini, il nocciolo duro dell’identità e della memoria, è qualcosa che rimane dentro ognuno in modo indissolubile,  facendo sì che ci si senta “protetti”, al sicuro, nonostante il trascorrere del tempo e le distanze geografiche.

Per raccontarsi limpidamente, senza alcuna censura, Andrea Di Consoli, nato a Zurigo nel 1976 da genitori rotondellesi, emigrati in Svizzera, cita, non a caso, il mito greco di Anteo, il gigante re di Libia, alto quanto sessanta braccia, pressochè invincibile finchè legato alla terra, e soffocato da Eracle allorquando lo sollevò dalla terra, da cui riceveva la sua forza.

“Se perdo il contatto con la concretezza – dice il poliedrico scrittore e giornalista quarantatreenne, autore del programma  “Il caffé di RaiUno” – mi perdo, mi sbando. Ho sempre bisogno di sangue, carne, legno, pietra, ferro, di sentimenti anche a molto forti per andare a fondo, per sentirmi vivo. Mi rendo conto che in qualche situazione non riesco ad arrivare a patti con le sfumature, i sogni, le raffinatezze, quelle che in francese si chiamano rêveries… Sono stato sempre brutale, una brutalità che solo in apparenza è un aspetto della violenza, ma che è piuttosto un modo per toccare e segnare le cose per paura di perderle”.

Pare una ruvida e inquietante confessione, in realtà è un’emozione intensa, quasi carnale che anima questo lucano, figlio di contadini che hanno conosciuto la miseria più severa e, insieme a lui, la frustrazione di sentirsi stranieri in terra straniera, ghettizzati e presi di mira dallo xenofobismo repressivo.

“Mio padre – riporta con commozione Andrea, autore di numerosi libri tra narrazioni come La Collera, poesie raccolte in Quaderno di legno e saggistica d’inchiesta (tra tutte quella lucana sulla misteriosa morte dei fidanzatini di Policoro, La Commorienza)– prima di andare in Svizzera nel ’69, nel boom dello sviluppo economico italiano, lavorava in una segheria in Calabria, a Cosenza. Ascoltando i suoi racconti ho capito che le motivazioni che spinsero lui e sua madre ad emigrare, così come succede ancora oggi per tanti giovani, non erano puramente di tipo economico, ma anche di reazione e intolleranza ad un sistema patriarcale molto duro, ai limiti della repressione . “L’emigrazione la ricordo come una grande solitudine: noi italiani, insieme agli jugoslavi e turchi eravamo emarginati dal sistema culturale della Svizzera. Addirittura, ci sbeffeggiavano chiamandoci cinkeli, vale a dire giocatori di morra. Fu una grande liberazione, per me, tornare a 11 anni in Basilicata: a contatto con la natura, i campi, la terra, in un sistema accogliente come quello lucano, mi sono salvato in tempo e non sono diventato un disadattato”.

Di buono, tuttavia, della Svizzera, Di Consoli serba il ricordo di uno scrittore che ha contribuito molto alla sua formazione letteraria, nonché al piacere della lettura: Max Frisch, l’autore di Homo Faber.

Questo scrittore e architetto svizzero-tedesco fu uno dei pochi che si occupò di noi italiani emigrati e utilizzò una frase che mi continua a commuovere e che utilizzo come faro nella notte che stiamo vivendo rispetto agli attuali migranti: “Cercavamo braccia, arrivarono uomini”.

E, lui come uomo libero, che si è costruito dal niente e costantemente in cerca della verità vera, oltre le braccia ha un cuore che solo al parlare di Basilicata, reagisce con  un sussulto di energia vitale: “La Basilicata mi ha dato tante cose. Sicuramente uno sguardo poetico. Sono anni – conclude Di Consoli, appassionato soprattutto di poesia e di autori come Sinisgalli, Saba, Montale, Scotellaro, Albino Pierro…– che me ne occupo anche con la mia professione”.

Un esempio, Mater Matera: un documentario nel quale Andrea Di Consoli, avvalendosi anche del prezioso contributo di Domenico Notarangelo (l’incontro più bello che abbia fatto e che gli ha fornito alcune immagini e sequenze di grande impatto come quelle del funerale di Carlo Levi, ndr) ha narrato la bellezza arcana e vetusta della città, patrimonio mondiale e Capitale Europea della Cultura 2019.

“Matera – spiega – è un unicum perchè dalla massima miseria abbiamo ereditato il massimo della bellezza. E, così è per tanti altri luoghi della regione, tanto che di Basilicata se ne può parlare solo al plurale: è un paesaggio antropico e psicologico molto variegato. Ogni lucano ha la sua idea di Basilicata e noi, a volte, per sperdutezza, solitudine, per bisogno di calore ci riconosciamo in questa parola e ci abbracciamo per il bisogno di appartenenza, ma se andiamo a fondo, ciò che ci unisce è solo una suggestione…”.

D’altra parte, come dicono a Napoli: “Il mondo è come te lo fai in testa!”. 

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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