LUCIO TUFANO

 

Andreotti e Colombo, due vite parallele della Democrazia Cristiana, due figure, due sagome, simulacri che il potere ha potuto scalfire, cesellare e conservare nel corso di numerosi decenni. Il potere come scultura quindi, che leviga leggermente o scolpisce il volto, i lineamenti, il busto e la figura dell’uomo politico, fino a farne un monumento già da vivo, e sempre più rifinendolo nella statura, nell’immagine, nel modo di porgere e di eloquiare. Un potere educatore, terapeutico e ricostituente non solo per la salute del leader, quanto per la longevità e la sua immortalità.
Un fenomeno quasi mai verificatosi nella storia dei partiti e degli uomini politici.
Figure autentiche e nel contempo analoghe, che solo la lunghissima gestione del potere, e il potere stesso (che logora chi non ce l’ha) hanno potuto indelebilmente curare senza logorio o repentina decrepitezza.
Qui appare superfluo ripeterne la storia, una vicenda già raccontata e ripetuta da altri.
Ma vi è stata una sorta di coincidentia oppositorum tra il doroteismo dell’uno e il pragmatismo funzionale dell’altro. Ad entrambi è toccato di recitare la propria parte con una certa dose di cinismo machiavellico.
Il pallore, il gesto misurato, la suadente parola, la voce stentorea di Emilio Colombo e, di contro, la voce sommessa, le frasi a metafora, le risposte ironiche a volte agghiaccianti, la sagoma cupa, il portamento compostissimo e i silenzi significativi di Giulio Andreotti, ci hanno reso i ritratti, più o meno originalissimi, di due cardinali laici, in veste borghese, di quella elitaria, eccezionale militanza politico-chiesastica degli ultimi settanta anni della storia del nostro paese.

Si! “Cardinali civili” del potere pubblico ed istituzionale, portatori sani del virus clientelare e della protectio, della raccomandazione o del discrimine.
Il misticismo carismatico di Emilio Colombo ed il pragmatismo guicciardiniano di Giulio Andreotti, entrambi assennatamente dotati di consueta assuefazione, compassionevole accondiscendenza alla guisa degli ecclesiastici.
Prelato politico di rappresentanza l’uno e prelato politico di potere l’altro. Entrambi attori di un teatro particolare ed importante, amici e anfitrioni di gerarchie affabili ed efficaci, clericali, imprenditoriali e politiche, l’uno, Andreotti, nel Lazio e in Ciociaria, circondati da schiere di fedelissimi, come Franco Evangelisti, Vitalone, Cirino Pomicino, Antonino Draghi, Sbardella (lo squalo), Salvo Lima, big e pezzi da 90, come Michele Sindona, Roberto Calvi, l’arcivescovo Marcinkus, i fratelli Caltagirone, Ciarrapico, il finanziere Bagnasco, Giubilo e Formigoni (da un articolo di Eugenio Scalfari).
L’altro, invece, a misura e dimensione un po’ più ridotte specie al cospetto della provincia meridionale, il notevole esercizio di strapotere rispetto alle infinite realtà della Lucania. Anch’egli però circondato da attenzioni e da amici come Egidio Sarli, Gino Viggiani, Canio Glinni e tantissimi altri. A Roma gli erano vicini altri amici come Guidotti, Dario Crocetta, Carlo Russo, Antonioni, Attaguile, Silvio Aleppo, Mario Mazzarino …
In qualità di autorità politica, Andreotti, in frequente rapporto con le autorità vaticane, infaticabile tessitore, tra parrocchie e Curia romana, di fili clientelari, più pregnante e determinato dell’amico-nemico Emilio Colombo, al punto da potersi concepire la abituale dimestichezza nei rapporti di familismo politico, rispetto al modo signorile e quasi distaccato di Emilio Colombo, assai meno accalorato.
Si racconta che Andreotti non abbia mai abbandonato i suoi amici, fermo restando una certa spietatezza nei confronti degli avversari.
Aspetto elegante, figura snella ed eccentrica, Colombo ha pure ricoperto ruoli alti di governo, da presidente del Consiglio, a ministro e sottosegretario, da presidente del Parlamento europeo a presidente di enti ed organismi importanti con abiti e soprabiti impeccabili, uno dei padri del doroteismo, frequentatore, anch’egli, di parrocchie e di diocesi, amico dell’arcivescovo Augusto Bertazzoni e persona ben voluta dalle gerarchie ecclesiastiche di Basilicata e di Roma, di parroci e sacerdoti della Trinità e della Cattedrale, di imprenditori come Nino Somma, di costruttori come Michele Tolla, Baldi e Carriero, di burocrati e politici come Egidio Sarli, Gino Viggiani, Canio Glinni …, e a Roma, di Dario Crocetta, factotum della sua segreteria romana … e di altri.
Dotati di attitudini psicologiche, entrambi conoscevano bene l’indole, le consuetudini e il modo di pensare della propria gente e del proprio elettorato, la cui propensione al consenso e la venerazione per quell’investitura di leader li rendeva idoli prediletti nelle  proprie regioni.
Conservatori ad oltranza, erano soliti adottare minute dosi di elargizione, gradualità e parsimonia nel concedere favori, sobrietà negli affidamenti di nomine e di cariche, perché non venisse meno quel sussiego semifeudale di soggezione, alimentato da richieste, aspettative e codazzi.
Sempre accompagnati, nelle passeggiate e quando, nei loro uffici o nelle loro abitazioni, si aprivano alle udienze degli elettori, da rappresentanti di categorie, da burocrati ed amministratori, da provveditori e consiglieri, si da dare ai visitatori la convinzione netta del proprio potere, e più pienezza alle possibilità di esaudire le varie richieste.
Un poliedrismo raffinato d’incontri, sia come ripudio della spontaneità, data la variegata complessità degli interlocutori, dai capizona contadini, ai parroci, dai boiardi di Stato, ai prefetti, ai sindaci, quasi di benevolenza organizzata e di disponibilità inizialmente e intenzionalmente programmate.
Emilio Colombo si è prodigato nei tentativi d’industrializzazione della sua regione, per lo sviluppo economico, per quello edilizio, per l’incremento dei lavori pubblici, per il piano di sviluppo redatto nelle Camere di Commercio di Potenza e Matera, negli anni ’70, da Rossi Doria e Gaetani D’Aragona, nonché propositore di riforme graduali e di trasferimenti di risorse dalla Cassa per il mezzogiorno, tramite interventi ordinari e straordinari, da guidare e distribuire politicamente.
Non si è speso eccessivamente per una più compiuta rivoluzione sociale, il che avrebbe potuto rappresentare uno squilibrio alla stabilità del potere democristiano.
A lui si devono: la Valbasento, il polo industriale di Potenza, e altre opere, rispetto ad un Andreotti che, pare, abbia poco operato nel Lazio, limitandosi a conservare, magari, quelli che altri, come Mussolini, avevano fatto.
Ebbene, ma chi furono e chi sono i successori? Per quanto ci consta, abbiamo saputo anche di lillipuziani e di nani, quelli delle ricevute taroccate, degli scontrini collezionati e presentati per rimborsi non dovuti, quelli dei rimborsi elettorali a valanga, quelli dei gruppi eretti da singoli consiglieri, delle vistose indennità, quelli che per gli eccessivi benefici da ottenere hanno annientato storia, ideologia e militanza, quelli che con la caduta dell’alibi ideologico hanno strumentalizzato sia la destra che la sinistra, hanno cambiato sedia e formazione politica, ma non la indennità, hanno tradito il lealismo “trasformista”, di un tempo e dato luogo al fenomeno eversivo della “mobilità inamovibile”.