(parte terza)
di Antonio Lotierzo
31 – Giuseppe Garbati ha prodotto anche un quadro: Panorama di Marsico, del 1904. Non so dove si trovi, né posseduto da chi. (cfr. L. Ventre, La Lucania…,tavola 6)- Il quadro mostra ancora la vecchia compressione del paese lungo le antiche strade; mentre il panorama si è ora infittito per l’esplosione edilizia, lungo e sotto il viale e che ha fatto scendere il paese lungo i bordi e fino alle Fontanelle, consumando il territorio ma riplasmandolo.
Garbati resta famoso per il soldato del Monumento ai Caduti della prima guerra mondiale, buon blocco di pietre e bronzo, un emiciclo a sorvegliare la valle, statua dove lo spirito nazionalistico e prefascista si evidenzia nella racchiusa forza del vigile soldato che presta obbedienza agli ordini per la Patria. E’ un primo monumento laico, con stilemi da nazionalismo aggressivo. Con il Garbati si può definire conclusa l’arte d’impronta religiosa a Marsico. Appare il panorama con accenti realistici e lo spirito positivistico della tecnocrazia, sotto la forma militaresca che è difesa oltre che spirito d’aggressione. Furio Jesi sottolineò che funzione avesse, durante il ventennio fascista, la retorica del ‘Milite ignoto’, che riempie i paesi e scivola, come il passaggio di Garibaldi, per le terre, non solo del Sud. Tra le due guerre, il soldato senza nome diventa l’eroe della nuova collettività e la ricaduta politica di questo processo è evidente: le politiche totalitarie eludono il bios, la temporalità del singolo, per accomunare la Collettività nella figura di un corpo anonimo, lontano nello spazio, privo di tempo, intangibile e per questo idealizzabile. Solo così la politica poteva essere trasformata in retorica, la tradizione mutata in kitsch sublimato, sostenne F.Jesi. In certo senso quelle statue sono l’analogo della poesia poematica, per la quale G. Contini parlò di un ‘mondo biologico’, definendo quella di Dante un organismo vivente, per la sua intensa partecipazione alla coscienza storica. Che poi i sindaci, anche democristiani come mio padre Michele o socialisti come Vita abbiano continuato il due novembre a pronunziare accorati discorsi intorno al monumento, è il segno di una continuità di tradizione e di rispetto che, però, non rimarca gli aspetti negativi contenuti in quella retorica. Trovandomi a Vienna, nella strada centrale, ritrovando i corrispettivi monumenti funebri austriaci , sono rimasto sgomento dalla asimmetricità del nazionalismo, con benedizione religiosa. Vi è un pericolo della monumentalità, cantato anche da V. Riviello. Forse l’ermetismo, basato su estrema economicità delle parole, nacque per sfuggire e contrastare la tradizione poematica fascista, gonfia di retorica carducciana-dannunziana. Anche al Nord, d’altronde, il ‘Sacrario dei martiri’, che divenne il nucleo della mostra della Rivoluzione fascista (1932-35), è presente e recupera per il regime l’aura sepolcrale della retorica del Milite Ignoto, anche se, basta poco e per carenza di stile o di temperatura mitologica, risultò un baraccone allestito con destrezza coreografica, trasfigurando il sacrario in un santuario di una religione di morte. Precedente culturale erano le celebrazioni massoniche di G. Carducci, con il suo passato della patria da inneggiare. Quando gli italiani diventeranno massa, offrendo il proprio consenso di massa al Duce,come i Tedeschi con Hitler, i Russi con Stalin, allora espressione del sacramento di questa comunione sarà il culto del milite ignoto, in cui si pone la coincidenza fra l’anonimo indifferenziato italiano e la morte. (F.Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, specie pp.158-159)
Sant’ANGELO
32 – Anna Grelle Iusco, grande storica apripista, con i suoi libri e dotte note, fra 1981 e 2004, ha illuminato l’arte in Basilicata. Utilizziamola qui per i portali e per discutere intorno a Melchiorre, architetto e scultore. “I quattro portali di Marsico Nuovo e Calvello presentano evidenti affinità tra di loro (strutturali, stilistiche, iconografiche), ma sono notevoli le difficoltà che si incontrano nella definizione della cronologia, a causa della mancanza di fonti. Le chiese di cui fanno parte sono anteriori alla loro realizzazione. Bisogna pertanto ipotizzare che siano stati eseguiti durante una stessa campagna, a seguito di non meglio precisate esigenze. Escludiamo un intervento diretto di Melchiorre sulla base dei confronti con le sue opere. In particolare le decorazioni di stipiti e architravi sono notevolmente al di sotto delle capacità dell’artista. In S. Michele, ad esempio, l’architrave presenta una ripetizione paratattica di elementi decorativi che ha poco a che vedere con il plastico girale vegetale e i carnosi frutti dell’architrave del portale di Teggiano. ( su cui anche Didier). Anche le rappresentazioni sul portale di S. Gianuario sono, allo stesso modo, nettamente al di sotto delle capacità del magister, che sa costruire la figura umana in maniera salda e tridimensionale. Tuttavia, confrontando i capitelli di questi portali, con quelli del portale e del pulpito di Melchiorre ( a Teggiano), nonché alcune cornici decorative, si nota una certa conformità tra i vari esemplari. Sappiamo inoltre che Ruggiero Sanseverino, conte di Marsico e signore di Teggiano, tra il 1271 e 1272 chiese ed ottenne privilegi per le sue chiese nel feudo di Marsico ( A. Giganti, I Sanseverino e la Basilicata, Bari, 1987,pp-90-93). E’ possibile quindi che parte delle maestranze che lavorarono a Teggiano si siano poi trasferite in questi centri ed abbiano eseguito i quattro portali. C’è però da fare una distinzione tra i vari esemplari, poiché quello di s. Michele ci sembra pensare a maestranze locali e meno esperte. Per quanto riguarda s. Gianuario, sono riconducibili a queste maestranze anche i capitelli che sostengono la Cantoria settecentesca in controfacciata e un architrave erratico (fig.33, Grelle), di cui in questa sede si denuncia la dispersione. Sono inoltre presenti, murati nell’attuale facciata, dei frammenti lapidei molto simili all ’architrave del portale maggiore di Calvello.”.
Ricordo che pezzi di quell’architrave scomparso sono stati fotografati, al restauro del pavimento, da Mario Vignola e presentati nel suo ‘Foto regesta’ (pag.35).
Nel 1270, mentre veniva consacrata la cattedrale di Matera, Melchiorre doveva trovarsi a Teggiano, nel cantiere di Santa Maria Maggiore. Pertanto, se ne dovrebbe dedurre che i lavori in Marsico, anche se opera di maestranze a lui vicine, siano d’età successiva (anche perché si ritiene che Melchiorre muoia nel 1271).
Melchiorre era maturato nel cantiere di Lagopesole, sotto re Manfredi, su cui ora ha scritto pagine importanti A. Caddei (1994, st.2000) ma suoi primi lavori, dopo il 1255, restano i rifacimenti architettonici di Rapolla (cfr. Basileus on line). Con Mele da Stigliano e con Sarolo da Muro, Melchiorre rappresenta l’apice della scultura lapidea lucana, apprezzata anche in Puglia. Integrati i tratti arcaici, Melchiorre lascia comparire elementi di derivazione borgognone-gotica, appresi nel cantiere di Lagopesole.
La voce su “Melchiorre” nella Treccani on line è da consultare e leggere per la profondità unita all’ equilibrio critico.
Melchiorre ha una sua tipicità: innesta i tratti gotici (addolciti su consiglio di Sarolo, eliminando tratti grotteschi) con e sulle suggestioni romaniche, che, a loro volta, risentono della cultura popolare.
OPERA DI L.,FILIPPINI
33 – Il pittore e grafico più importante che sia vissuto ed abbia operato a Marsico nel Secondo Novecento è stato Luigi Filippini, professore di materie artistiche presso la Scuola media, nato a Urbino nel 1933, formato presso l’Istituto di Belle Arti d’Urbino e venuto ad insegnare e vivere in Basilicata dal 1957. Aveva iniziato la produzione a Fermignano (Ps) con Walter Piacesi (su cui cfr.il catalogo curato da P. Piacesi e F.Rossi, nel 2009) ed ha partecipato a circa venti premi, oltre a esporre mostre personali, che usava presentare in dei garage lungo il Viale Margherita durante il mese d’agosto. Lo scrittore Mario Santoro, presso il Consiglio Regionale, ha pubblicato –ora anche on line – un repertorio eccellente di poeti e di ‘profili di artisti lucani’, fra cui il nostro L. Filippini, con sette riproduzioni. In esso la sua opera è descritta come “ una straordinaria espressione pittorica tra fiaba e magia”. Nel giudizio scorgo aspetti retorici e una certa evanescenza del dire che non sempre rivela l’opera di Filippini, che viene collocata in un ‘mondo irreale, fantastico’. E’ vero che le sue ‘pennellate lievi, quasi tocchi’ hanno bisogno di essere viste ed interpretate, ma Filippini (al contrario di W. Piacesi che è ironico, con punte di grottesco e realismo comico) è pittore della natura, che scorge in segmenti limitati e di cui dà conto con maestria d’acquerello o colori ad olio. Persona educata, tranquilla e solitaria, quasi sempre relegata nel suo studio di casa in s. Donato, assoggettata ad essere utilizzato come creatore di cornici per quadri altrui, Filippini si profondeva nel suo lavoro non realistico di resa della naturalità di un ‘paesaggio’, di un ramo, di poveri papaveri ma forti e ampli in uno scorcio in cui solo da lontano contrastano degli alberi. Raffigurando la neve fra dei rami, il caotico sbocciare dei colori d’una siepe in primo piano o l’emergere della “Linfa vitale”, Filippini rende simboliche e polisemiche le sue immagini, in cui può leggersi la contraddizione dell’uomo, anche la lotta fra il bene ricercato ed il male già concreto, resa nei toni dal giallo al viola, lungo l’ossuta linea del bianco. Quando affronta la figura umana, come in ‘Parco in estate’ appare la relazione al milieu di W. Piacesi, una semplicità di segni, un accavallarsi di linee che sbozzano volti (come in “Figure”), dei perdigiorni in attesa metafisica di chissà cosa. Si leggano i giudizi di Vito Cracas, di Lia Ciatto e Rita Pengo che illuminano aspetti che l’osservatore può non cogliere, colpito da altre deformazioni e accenti di luminosità.
34 – In Marsico sono presenti altri pittori, il cui stile è per lo più quello della positiva figurazione, con attardamenti sul bozzettismo civico e naturale, del impermeabile non solo agli sperimentalismi novecenteschi ma a tutta la pittura dall’impressionismo alla pop art.
Alcuni sono pittori della domenica, occasionali, che non posseggono una forte espressività e non hanno una maestria o approfondimento tecnico, privi ancora di una visione del mondo organizzata. Pertanto quasi mai raggiungono un’eccellenza formale; non riescono ad esprimere tensioni simboliche; non è chiaro il loro rapporto con la tradizione; non conseguono una solida carriera né si confrontano ed arricchiscono con la conoscenza e lo studio di altri pittori e collezioni novecentesche.
Pietro Ramagnano, figlio di strenui lavoratori, autodidatta non privo di coraggio, presenta una pittura naturalistica, molte le ‘nature morte’ che raffigurano la realtà con adesione innocente ed un velo di tristezza nei toni scuri dei colori. Sembra riprendere stilemi secenteschi, alla Ribera, immergendo le cose in un’aria di povertà decorosa e senza riuscire ad andare oltre la semplice rappresentazione.
Luigi Canarino, impiegato e dedito in maturità alla pittura, riprende formule di realismo naturalistico, preimpressionistiche, con un certo brillio di colori, aderenti alle cose viste ma in cui non traspare alcun aspetto simbolico o suggestivo. Il mondo esterno è reso nella sua positività, mentre non affiora né uno stile riconoscibile né una sua voce interiore che sia come il fuoco sotto la cenere.
Luigi Votta, impiegato e dedicato alla pittura da adulto e con intermittenza, riprende aspetti della natura e della realtà, senza scavarne l’anima inquieta, senza riferimenti ad una tradizione accademica e senza costruirsi una forma riconoscibile, data la sua adesione immediata ai colori ed alle forme.
Luigi Mazziotta, architetto, produttore di un intelligente monumento cimiteriale, raccoglitore di legni dalle forme animate, suonatore di basso nel complesso degli “Araldi”, estroso e lieve, presenta una pittura che segue il realismo tradizionale, coglie scene di vita quasi fotografiche ma, a volte, è capace di tentare effetti geometrici, in cui si allineano gli oggetti e, più di rado, in certi ‘cavalli’ o ‘paesaggi’ riesce a far trasparire alcune sue impressioni interiori, con le trame delle sue tensioni psicologiche, che di certo l’attraversano ma che poi sfuggono, forse per una sua incapacità teoretica di scegliere un metodo e di aderire al senso profondo della realtà esterna.
- Vignola, Ritratto di A. Lotierzo (1972)
Franco Vignola, impiegato e con lunga esperienza romana, ravvivatore della vita associata (ricordo i pochi fogli de ‘La voce marsicana’) ha esplicato il suo estro in una rara pittura che solo in apparenza aderisce alla realtà in quanto qui non mancano effetti simbolici e una carica di intenzionalità, che è il suo modo di presentare il mondo caricandolo del suo sguardo ironico e sornione, che a volte tendeva ad un espressionismo delicato, per cui i colori sono scaricati sulla tela per delineare simboli e svelare significati quasi metafisici della realtà raffigurata. Mi permetto qui di riportare una mia lettera alla famiglia su ‘Franco Vignola e il ritratto dell’artista da giovane’, lettera del 29.09.1994, post mortem : “ Sarà stato il 1972 quando F. Vignola, nella sua casa alle Ginestre, mi fece un ritratto. Prima avvenne l’incontro fra due estraneità, se non si vuole dire, con cosciente vanagloria, fra due artisti. F. Vignola, rientrato a Marsico da Roma, aveva ottenuto il trasferimento agli Uffici Governativi di Potenza già da un triennio. Il ritratto venne realizzato sul terrazzo, nel verde e nel silenzio rasserenante della campagna preautunnale. Io, al primo anno d’insegnamenti di storia e filosofia, avevo avuto con lui alcune discussioni peripatetiche sull’arte. In quelle discussioni si passava dalla poesia alla pittura, da Guttuso a Sinisgalli o a Zanzotto. Ut pictura poesis. Le parole avevano la forza di trasformare le nostre modeste persone, portandoci in un’aria più raffinata. Diventavamo estetologi alla ricerca di definizioni del bello, io da letterato mi aggrappavo a brandelli di filosofi e lui da pittore si riferiva alle acutezze della pratica e delle tecniche dei colori. Era un bastian contrario, un socratico interrogante; sviluppò una sua forma di socialismo umanitario e di cristianesimo delle origini, che lo portava a difendere i deboli ed a sentire su di sé il dolore dell’altro, sviluppando una pietà che era la sua forma d’empatia e di compatimento. Un’aria adolescenziale, se il sogno e l’astrazione dalla contingenza sono un dato della gioventù, penetrava nei nostri dialoghi, che erravano liberi, non impauriti dei misteri della creatività .Franco, impiegato, sapeva che sarebbe stato al più un artigiano della pittura, ripetendo l’artigianalità del padre, maestro del cuoio, che gli aveva trasmetto il senso della precisione, le tecniche della manualità,la consapevolezza nella manipolazione dei materiali. Con due suoi disegni, nel 1986, avrebbe poi arredato il saggio ‘Le parrocchie in Val d’Agri’ che G.A. Colangelo stava approntando per la mia rivista-editrice ’Nodi’. Gli incontri per fare quel ‘Ritratto’ furono una conferma di forza creativa e un gesto d’amicizia ma ancora di più un gesto di conoscenza. In quel clima ottobrino, in cui cominciavano a rosseggiare i nostri querceti e l’aria s’inebriava per i trascinamenti dell’uva, per alcuni pomeriggi ci incontrammo e posai per il ritratto. Da pari a pari, da poeta va pittore, transumanammo i limiti del quotidiano, che spesso invelenisce ed umilia la vita, nei nostri borghi di fiele. Parlando di fonti dell’arte, il ritratto si materializzava. Franco era, per lo più, ironico. Dalla magrezza ossuta del volto, reso quasi triangolare dal breve ma deciso pizzetto, sprizzava un caldo entusiasmo per il suo prodotto riuscito e per le possibilità non utilizzate. Dalla tela, senza sfondo, emerge il busto di un borghese, ripreso nel suo modesto maglione bianco a v, con un paio d’occhiali neri che ne suggerivano l’inculturazione . Da un punto di vista esterno, l’artista da giovane (siamo in un riferimento a J. Joyce) emerge dal vuoto con l’atteggiamento di chi aspira ad essere riconosciuto nelle sue interiori qualità. Il volto regolare, i capelli inanellati ma non folti, lasciano emergere una fronte già alta, incastonata da una regolarità di tratti che s’aprono interrogativi verso lo sguardo dell’osservatore. Si va verso il futuro. Si manifesta una certa pensosità. Quel volto ignora il vortice dei problemi che ne avrebbero corroso, come in molte vite, lo sviluppo. La minorità è un dato che possiamo constatare oggi, che più storie si sono concluse, ma allora, nel quadro, Franco offre al giovane una pensosità che può portarlo ovunque, con decoro. Il ritratto, con realismo lieve, con colori tenui luminosi, con pochissimi giochi d’ombra, vuole cogliere la mattina della vita, la situazione liminare in chi sta per essere tuffato nella vita, carico di preparazione e speranze, che allietino una comunità. E’ un ritratto borghese in cui sono annullate le miserie della vita piccolo borghese e venne espresso l’augurio di un futuro radioso e saggio. E’ quasi la missione del dotto, che viene auspicata. Si ignora la sconfitta, quell’essere ‘uva puttanella’, quell’accontentarsi di quello che si ha, come recita la lucanità intesa come modestia e non come aurea mediocrità ed eudaimonìa. Speriamo che il quadro giunga ad una pubblica fruizione, perché ad essa quel dono era destinato.”
Sculture contemporanee sono il ‘Monumento a Mariele Ventre’ e la ‘Porta di San Gianuario’, opere dell’illustre maestro, anche pittore e grafico, Antonio Masini di Calvello (1933-2018), che fu allievo di Domenico Spinosa e che ha lasciato molte decorazioni in Napoli, al Colasanzio, ma anche a Potenza: il monumento a Leonardo Sinisgalli e ai Lucani nel Mondo. Altre sue sculture sono da Montreal a Melbourne; da Abriola a Calvello, da S. Chirico e Castronuovo S.A. a Noci (Ba). La bolognese Ventre (1939-1995) è raffigurata, emergendo da un tronco di bronzo con stilemi in parte espressionistici, con intenso sguardo al cielo e nel suo consueto e deciso gesto di direttrice di coro e svolazza sul breve giardino, senza subire il tributo escrementizio dei colombi, che offende altri come Balzac di Rodin o Parini a Milano. Sulla ‘ porta di S. Gianuario’ si legga il completo saggio del veneto Giorgio Segato (Erreci,2000).
Francesco Manfredi, autore di ‘Cinque secoli di presenze artistiche ad Avigliano’ (2015) descrive una Madonna del Soccorso che, in omaggio agli Agostiniani, era raffigurata mentre colpiva col manganello o randello il demonio, posto ai suoi piedi, e pertanto recava soccorso ad un insidiato bambino. Il Manfredi scrive che “una delle più antiche testimonianze in Basilicata di tale iconografia è la tela cinquecentesca attribuita a Leonardo Fede, nell’Episcopio di Marsico Nuovo”.
Arte di strada
Solo dal 29 maggio 2015, dal web – art. di E. Casaletto su Il Lucano – ho appreso del nostro ‘artista ribelle’. Rodrigo Figueredo, in arte Chakal (anche Rodrigo), nato a Caracas, nel 1978,da madre marsicense, dal 1995 ha lavorato come rapper e come pittore, trasferendosi in Svizzera, dopo un soggiorno a Marsico. Di continuo vuol passare per ‘Hombre radical’ ma l’ éngagement è una moralità europea del secondo Novecento. Resta il tono rivoluzionario, una rabbia decisa ed una contestazione motivata, che segnalano un indirizzo politico-sociale della sua arte e vita, incentrato sul concetto di “insieme, oltre ogni frontiera, per costruire la pace”. Credo che Marsico gli debba essere grata anche per il singolo “I Got Soul” e per ‘ Ahora si se ‘. In arte, la sua pittura appare di tonalità coloristica sudamericana, tono che si applica anche ai soggetti europei. Inoltre, in una mostra di Potenza, del 2015,espose gli acclamati quadri:’ The dance of Kobane’s ‘, efficace tributo alle donne curde combattenti ed ‘ Alien love’, un’esaltazione della voglia di amare, che supera la ‘differenza’ e mira a costruire la pace. A Salerno ha vinto il premio A. Grassi con il dipinto ‘ Batalla’ caleidoscopio di colori affastellati in scene diverse che ripropongono la rivolta studentesca venezuelana. Per la nostra area importanti e preziosi risultano i due dipinti con soggetto della Val d’ Agri: il ‘S.Gianuario’ e la ‘Madonna di Viggiano’ (ora nel santuario) che evidenziano lo stile di felicità coloristica, con linee geometriche riavvolgenti i simboli di culto e che rivelano una spaziosa serenità di sguardo insieme ad una generosità personale.
LE PRIME DUE PARTI DEL SAGGIO DI ANTONIO LOTIERZO
