ARTE A MARSICO PATERNO: Notula    (1 parte)

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                                                                                                                                             di        Antonio  Lotierzo

(Avvertenza: queste note, in forma  quasi aforistica, non sono arredate con le citate immagini, che il lettore interessato potrà ritrovare sia in libri che sul web, integrando il lavoro dell’autore)

 

Una valle ovale, la Val d’Agri, con una elevata corona di monti calcarei, sulle cui dorsali, accessibili a fatica ma difendibili con facilità, sorsero i più antichi centri urbani, mentre già dopo il 1730 s’avviò la recente espansione nel fondovalle. Quando nasce la bellezza estetica? Tracce ne ritroviamo nell’archeologia, per cui la partenza d’un viaggio nell’arte non può che iniziare dal Museo archeologico nazionale dell’Alta Val d’Agri, a cui è dedicato il denso ed illuminante volume curato da Paola Bottini nel 1997. L’asse centrale della Valle è costituito dal fiume Agri ed affluenti, con molti valichi che s’aprono, per lo più verso il parallelo Vallo di Diano e termina verso il bacino del lago nel restringimento del Pertusillo, che prelude alle gole di S. Martino, che chiudevano l’intero lago pleistocenico. Intorno al lago, circa 80 mila anni fa, i pochi uomini vivevano della caccia, con strumenti in pietra, alla fauna ed ai grandi mammiferi (equidi ed elephas antiquus). Dopo sporadiche frequentazioni di gruppi di raccoglitori e cacciatori, nel Neolitico si consolida un’economia fondata sull’agricoltura e sull’allevamento.   

       All’Età del Ferro appartiene l’abitato della Civita di Paterno, un’altura divisa da una gola dal crinale irto che separa le due valli (Agri-Diano) che segnala la presenza di isolate ‘fattorie’, luoghi di concentrazione sia di animali (produzione del latte) che di derrate, anche per lo scambio. Sulla sommità pianeggiante, vi è l’altura che ha una lunghezza di meno di trecento metri per cinquanta, è rifornita d’acqua dalla sorgente Sorgitora. Sembra certo che questo insediamento avesse solo carattere stagionale, legato al ciclo della transumanza estiva, come segnalano i resti della struttura semicircolare, eretta con pietre, vero riparo temporaneo addossato a due spuntoni di roccia. Da questo sito ecco la ceramica delle scodelle con orlo a tesa e gli scodelloni con collo alto, con ornati curvilinei e con onde contrapposte e che rivela il legame con la cultura della fascia appenninica del Tirreno, estesa fino al Cilento, per cui gli archeologi hanno descritto quest’area come il comprensorio omogeneo che ingloba Paterno e Moliterno, Latronico e Grotta del Noglio, in cui da questi ‘siti stagionali’  si pratica la diffusione culturale per mobilità e transumanza. Poi il sito è abbandonato e tutto scompare.    

Non prima del IV sec. A.C. sorse Grumentum, due secoli dopo Armento, nuclei che intrattennero rapporti sia con Siris e sia con la Campania etrusca. Rari gioielli ed armi, un guerriero, pezzi di insegne bronzee con Ercole, cisterne per il culto della Mefite, qualche cantero in bucchero pesante, riti funerari a deposizione prima rannichiata e poi supina costituiscono il primi nucleo di manufatti o oggetti in cui si espresse anche un’intenzionalità estetica.  Gli scavi recenti hanno repertato materiale nelle contrade Piana del Lago, Civita, San Donato, Contrada Agri, Galaino in Marsico e in Petazzo, Valle Romana e Civita in Paterno.  La ceramica fine nera è decorata da fasce con motivi a spirale e ad onde o geometrici contenitori e ciotole con manici connessi sia con la lavorazione del latte e sia con il nuovo rito funebre dell’incenerimento, che prevedeva la deposizione delle ceneri in un’urna biconica, che veniva coperta da una ciotola a testa in giù. Dalla contrada S. Donato sono emersi degli ornamenti femminili (ora nel Museo Pr. Potenza) in bronzo che segnalano l’affinità con reperti altoarcaici di Sala Consilina. Gli Enotri, popolazioni indigene collocate fra il Tirreno e lo Ionio, entrano in crisi sia per la caduta di Sibari e sia per il crollo degli scambi commerciali e politici nella Magna Grecia. E’ lungo la metà del V sec. a.C. che appare un ceppo dei Sanniti, i quali si portano in quest’area, forse non in modo violento né veloce ma con una lenta penetrazione e non sempre guerriera, Sanniti che denominano ‘Lucania’ questa regione. E’ ciò che l’archeologa P. Bottini chiama la ‘ lucanizzazione degli Enotri’, con effetti nella cultura religiosa e funeraria. Un secolo dopo e dal III, si assisterà all’altra trasformazione: l’ingresso della valle nell’orbita dei Romani. Gli scavi hanno messo in luce, nella Civita di Marsico, la presenza di un ‘ lembo del tessuto urbano antico, all’interno della cinta muraria medievale’ (Bottini,p.78), databile fine del IV secolo, con l’affiorare di  molti pesi da telaio, che fanno pensare ad un’attività di tessitura. Ma questi reperti possono fare ipotizzare l’esistenza di una cittadina?  A Paterno è affiorato un  ‘piccolo nucleo rurale’ , definito come una ‘fattoria’, tipologia che appare come il modello di  ‘ insediamento più largamente adottato dai Lucani, anche perché è quello che consente un capillare sfruttamento delle risorse agricole e boschive del territorio’. La ceramica affioratane evidenzia una certa espansione demografica, analoga a quella della Civita di Marsico, ma non si trattava ancora di un ‘paese’ e non deve ignorarsi la successiva decadenza. Fattorie e cinte fortificate, lungo il IV secolo, evidenziano i conflitti fra indigeni e Italioti oppure anche fra alcune tribù della stessa etnia. Tuttavia la necropoli più documentata sembra quella di Montemurro (Fossa Concetta e Vracalicchio, con ritrovamenti di vasi monumentali e figurati), mentre l’unica area sacra e cultuale d’età preromana nota appare quella di S. Marco in Grumento (statuette femminili panneggiate e con acconciatura coperta da un velo e busti con chitone aderente). Mentre Marsico Paterno ospitava un ‘sito rurale’ (sia fattorie che ville o strutture minori), Grumentum romana si struttura come prima città lungo il III sec. a.C. con impianto ortogonale e mura, analoga e confinante con Atina, Cosilinum e Tegianum, una primazia che va riconosciuta fino alla crisi avviata, fin dal VI secolo d.C., anche per la guerra greco-gotica.  Grumento, sede di prefettura, dopo gli attacchi subiti nella guerra sociale, fu ricostruita dal 51 all’età augustea, con portico, terme e edifici per spettacoli. E di questo periodo restano preziose opere d’arte: il blocco con fregio dorico, i capitelli in arenaria locale, con foglie d’acanto a forma di corona; una mano grande; vari torsi virili in marmo bianco con muscolature morbide che rivelano influssi di Policleto; stele funeraria d’età repubblicana con ritratti, spesso di coniugi. Notevole l’ellenistico torso di Arpocrate, le testine fittili; le antefisse con corone di pampini e grappoli d’uva; alcune lastre funerarie; i mosaici del triclinio; olle e calici; balsamari in vetro e ceramiche e monete magnogreche e romane. Un secolo dopo, mentre da Grumento, divenuta sede episcopale, si diffondeva ed organizzava il cristianesimo, già a fine VI secolo, la struttura della città di Grumento iniziò a decadere, con un disfatto abbandono degli edifici pubblici. Più cause vanno richiamate per tale disfacimento di Grumento, non certo solo la successiva scorreria dei Saraceni nel IX secolo, ma la malaria con le sue epidemie, il clima, l’impaludamento dei fiumi e torrenti, le tensioni endogene fra proprietari assenteisti e ceti rurali che aggravarono un quadro di declino economico più generale. Dalla decadenza e scomparsa di Grumento, due secoli dopo, il potere congiunto, militare-politico ed ecclesiastico, convoglierà su Marsico quelle forme istituzionali e giuridiche che faranno decollare il paese da un modesto sito alla città fortificata ed episcopale che troviamo nel XI secolo con il relativo sviluppo artistico oltre che urbanistico.

 

1 -E’ stato, forse, il geografo tedesco Filippo Cluverio (morto a Leida nel 1622) ad offrire  la definizione di Marsico  più sintetica ed efficace, ma terribile quanto ad eredità,  centrando la sua ‘forma urbis’:  un “ episcopale oppidum”.    Scrisse infatti:” Porro ad Acirim amnem et Appenninum montem situm nunc est episcopale oppidum cui volgare vocabulum Marsico “ (Italia antiqua, II,col1280, 1624). E sottolineò anche che il nome era ‘volgare’, cioè usato dal popolo. Quale   descrizione più strutturale per l’intero basso Medioevo ed Età moderna: un paese fortificato a connotazione vescovile – più che feudale – che si sviluppa   di lato fra il fiume Agri e l’Appennino, paese che in lingua volgare è nominata Marsico. ( E le foto aeree, e le riprese dai droni, confermano questa corporeità. Il peso e la forma delle strutture ecclesiastiche era e resta preponderante rispetto alla visione paesaggistica feudale, anche perché palazzo Pignatelli e poi gli altri, del ceto civile, non appaiono prima del Seicento. L’ Italia antiqua fu un successo editoriale, venticinque edizioni fino al 1728. La definizione del Cluverio, che è del 1624, anticipa di circa un ventennio la venuta del vescovo J. Ciantes e ne spiega la sua attenzione per la giurisdizione civile, che caratterizzava la figura del vescovo-giudice. Ma che sembrasse un ‘oppidum’ lascia aperte molte riflessioni. E, con tale struttura di potere si trovano connesse le successive forme ricettizie delle chiese patrimoniali, che vedevano partecipanti i figli di quelle famiglie che, pagando le tasse – a testatico – univano religione e potere economico, controllo di mentalità e uso privatistico delle terre, masserie, commerci e pastorizia. E  ancora nella ‘antica topografia  istorica ‘di Domenico Romanelli, del 1815, si riporterà il dibattito dell’astioso Antonini di Centola contro il geografo greco Strabone, che, anche lui, mortificava il sito, questa volta Grumento, che veniva definito un “oppidula”, addirittura un ‘ piccolo oppido’, facendoci riflettere che allora Marsico, forse, neppure esisteva. Il brano del litigio era la frase: “ Sunt et alia oppidula Lucanorun exigua in mediterraneis”  Grumentum, Vertina e Calaserna. E da qui impazzivano gli storici locali non solo per contestare il denigratore Strabone ma anche per annettersi un qualche titolo di esistenza quando i borghi ancora non ne avevano di civile, giuridica ed organizzata.

Un altro autore, da meditare per conoscere il Sud, è Pietro Giannone, avvocato e storico, valorizzato anche  da Benedetto Croce, il quale Giannone, fin dal 1723 scriveva una nota di metodo storiografico: “L’Istoria Civile (…) non può certamente andare disgiunta dall’ Istorica Ecclesiastica. Lo Stato Ecclesiastico, pareggiando il Politico, e Temporale de’ Prìncipi, si è, per mezzo dei suoi regolamenti, così forte stabilito nell’Imperio e cotanto in quello radicato e congiunto, che ora non possono perfettamente ravvisarsi li cambiamenti dell’uno, senza la cognizione dell’altro” (Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli, rist. 1766). Siamo all’origine del riformismo settecentesco. Sono al pettine tre secoli di mancato cambiamento: la struttura feudale-ecclesiastica cigola ma non si spezza, il Sud non riesce ad adeguarsi all’Europa, che nel frattempo s’è avviata verso la fisiocrazia, il mercantilismo e le prime forme del capitalismo mentre al Sud restiamo tutti imbottigliati in queste forme feudali-ecclesiastiche. La borghesia, tradendo se stessa, s’inserisce nei vestiti nobiliari. I don ed i galantuomini sono titoli che si sprecano quanto si desiderano ed esprimono un dominio sociale di conservazione e di inefficienza. Con Verga e De Roberto la narrazione di queste vicende si farà più limpida. Intanto, dal 1806, con la ventata napoleonica, il Sud conseguirà una nuova struttura amministrativa (Intendenza, prefettura, Comune, scuole, medico condotto) e commerciale (strade, scuole di agricoltura, maggiori scambi) e, pertanto, formerà un diverso potere sociale. Forme giuridiche che strutturano forme sociali differenti (diritto civile e commerciale).

2 –Il migliore testo municipale in cui la forma del ‘racconto storico’ è saldamente legata ed esposta insieme alla storia dell’arte, per le mie letture, resta quello di Vittorio Bracco su ‘Polla’. Dal Mausoleo di Uziano alle vicende dei pittori  Nicola Peccheneda e  Michele Ragolia si distende l’intreccio fra crescita sociale e apporto dei pittori, finanziato dai notevoli conventi, monasteri e chiese, le cui vicende Bracco ricostruisce, con duplicità di sguardo (esterno ed interno, storico contestuale e pollese), mescolandole anche all’evoluzione del ceto civile e dei professionisti.

( Occorre porsi molte domande se si vuole andare alla ricerca di risposte sensate. Come mai del prestigioso Convento delle Benedettine non è rimasta un’opera d’arte? Il convento era vuoto di affreschi e quadri o arredi? Cosa venne trasportato altrove, cosa distrutto nei riusi funzionali?)

3 – Quali quadri, statue o arredo sono e sono rimasti nelle case private, borghesi? Qualche quadro di sacerdote. Qualche borghese dell’Ottocento (un Masini). Esistono e che consistenza hanno le collezioni private, che non raggiungono né sfiorano quelle dei borghesi del Vulture. E’ un mondo ancora sotterraneo, inesplorabile, quasi inesistente, se è solo la parola a fornire di consistenza le cose del mondo.

4 – Nei  miei “Marsicensi” (2017), riporto parte della biografia del propagandato ‘feudatario santo’ G. B. Pignatelli, che, venuto in paese, trovò le pareti affrescate alla maniera rinascimentale ma, preso dal suo furore controriformistico e succube quale era, macerato dagli scrupoli moralistici, fece tinteggiare gli ambienti , coprendo le secentesche scene, forse, d’ispirazione ariostesca o con figurazioni da mitologia. Sparirono grottesche o scene boschive, geometrie pompeiane o altro dai soffitti e dalle pareti.

5 – Marsico era uno snodo fra la bassa Valdagri fino a  Metaponto-Taranto; fra Venosa-Potenza (Via Herculia); fra Padula-Trecchina-Cilento, fra Salerno  e la Capua-Regium  (Via Popilia).   L’arte, fissata negli stilemi del tempo, seguiva questi percorsi e s’intrecciava con le vie di comunicazione e scambi. Gli archeologi storici, come  Dinu Adamesteanu ed Antonio Capano, hanno illuminato queste tematiche.

6 –  Toccò proprio ad Andrea Barrese  (1728-1780), parroco di s. Marco e dottore in utroque, iscriversi alla lista degli intellettuali antiquari e di buon livello.  Andrea Barrese fonda la storiografia antiquaria in Marsico, similmente ai Carlo Diano o ai Giuseppe Rendina, aderendovi completamente. Dal suo manoscritto, consultato all’archivio potentino, per quanto mutilo, scaturisce l’attenzione per l’antichità, la curiosità per i culti pagani, la valorizzazione dei culti di Serapide, dio dei defunti e della vegetazione, d’importazione egizia, altro emblema di Zeus o di Dioniso, a protezione dei defunti d’epoca romana sepolti sotto i declinanti Fossi della Civita marsicense. Oltre che qui, nella parte alta della Civita, dove si aveva una posizione dominante per chi veniva dai boschi potentini o dal vallo di Diano, altro tempietto a Serapide è stato rilevato anche a Grumentum, con la sua ritualità di suovetaurilia (o suovitaurilia), rito apotropaico di purificazione che consisteva nel sacrificare sia un maiale e sia un montone o pecora e  sia un toro al dio (Marte), che forse si mescolava anche con il sacrificatore Mitra.(cfr. la scena al  Museo del Louvre e sul retro dei plutei di Traiano, a Roma, scena indoeuropea, vedica).   E Civita ha significato di Acropoli, anche se ce ne corre con quella ateniese. Aggiungiamo due citazioni intriganti, una per il culto di Serapide e l’altra per la valutazione della storiografia antiquaria. E’ l’imperatore Adriano che, nella Storia augusta, scrive: “  Gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo”. Qui Adriano, reinventato narrativamente da M. Yourcenar, offre un giudizio che forse consente di comprendere perché su molti templi di Serapide è trapassato con facilità un culto cristiano, qui di s. Stefano e rende con evidenza, come per secoli, sia durata anche quella confusione o aggiunta che si faceva agli dei antichi, per cui Cristo veniva sommato e rimescolato agli altri dei e culti. Dopo il IV secolo, con l’editto di Teodosio I, i culti vennero separati e Serapide divenne un dio vietato, come il paganesimo. Ma come giudicare lo storico Andrea Barrese? Pur rinviando alle paginette di storiografia contenute in “Marsicensi”, qui mi piace riportare una pagina assonante di  G. Leopardi, che, nel 1822, raggiunta Roma, ospite di Carlo Antici, zio materno, in via Caetani, ebbe modo di riflettere e distanziarsi sia da Roma che dai suoi boriosi storici antiquari. Leopardi, fino all’aprile 1823, usciva ogni giorno dal palazzo Antici e si perdeva nella ‘città che non finisce mai’, basito critico tuttavia per le strade disfatte e sconnesse. Roma gli risultò di una noia opprimente, cercava compagnia letteraria, persone con cui confrontarsi. Più tardi  Giacomo Leopardi scrisse, con il suo stile sintetico e classicheggiante:” Delle gran cose che io vedo, non provo il menomo piacere, perché conosco che sono meravigliose, ma non lo sento”. Ossimoro geniale fra la  comprensione razionalistica di stampo illuministico ed il  desiderio di essere coinvolto nel sentimento, nell’emozione romantica. Leopardi non si trova a suo agio fra i tanti intellettuali che gli vengono presentati, perché   non li giudica “ autentici poeti o scrittori”. Perché? Leopardi specifica – e stiamo entrando  in un giudizio sugli antiquari alla Barrese, ancora dominanti nel 1823 – chiarendo: “Tutti sono rapiti da un superficiale sentimento della memoria, perché gli antichi fasti di Roma sono un peso che obnubila le coscienze dei letterati.”  E più avanti, approfondendo :“L’Antiquaria (è) messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l’unico vero studio dell’uomo.(…) Letterato e Antiquario in Roma è perfettamente tutt’uno”. Alta concentrazione di giudizio, applicabile anche ai nostri Barrese, Rendina, Danio, Eterni. I letterati sono caratterizzati da “sciocchezza, insulsaggine e nullità” e si azzuffano fra di loro facendo “ misero traffico di gloria, e di gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall’uno all’altro; quei continui partiti, de’ quali stando lontano non è possibile farsi un’idea”.(da La lettura-Corriere della Sera, n.274, 26 febb. 2017)

                           

                                     Un inventivo ritratto della Marsico longobarda (dott. G. Pasquariello)

7 – Solitario e pezzo singolo, il guerriero longobardo, che sembra un pezzo di Cividale finito in area lucana,  è finito incastonato a sorreggere le fondamenta ritrattate della Badia di Santo Stefano. Gli occhi appena sbozzati e l’emersione laterale dalla pietra, in alcuni sensi, sono elementi che  si ritroveranno ancora negli occhi degli ecclesiastici scolpiti secoli dopo nel portale della cappella abbaziale di s. Stefano. Recenti testimonianze longobardiche ha studiato Franca Papparella (in ‘ La Basilicata di età longobarda’, con ricca bibliografia) che ribadisce che i Longobardi (ariani e cattolici), partendo dal Monte Gargano, estesero la devozione a San Michele Arcangelo, santo protettorein  cui ritrovarono attributi del dio pagano Wodan, dio della guerra, protettore di eroi e guerrieri e psicopompo (tramite fra il regno dei vivi e dei morti). Fra le testimonianze materiali, Papparella richiama il reperimento della Tomba 22 di Pagliarone in Marsico N., con la deposizione lungo il fianco destro dell’inumato di una spada in ferro, con la punta rivolta verso l’alto (p.394). Oltre a ciò, nel corredo, pur modesto,  sono state reperite  fibule ad anello aperto con protomi zoomorfe anepigrafi. Si pensa che, fin dall’età romana, vi fosse un locale o pugliese centro di produzione di oggetti bronsei, come le fibule zoomorfe o le borchie e gli anelli. Per i lettori curiosi ilo rinvio è al volume di A. Russo,P. Guerrini et alii :’L’alta Valle dell’Agri (Pz) fra tardoantico e alto medioevo. I nuclei funerari’ che sta in “Temporis Signa, Spoleto, Archeologia”,IV,pp.75-110. Essenziale resta sempre P. Bottini, Il Museo Archeologico Nazionale dell’Alta Val d’Agri” del 1997. Ma di Alfonsina Russo, ‘I rituali di sepoltura in una necropoli lucana del IV secolo a. C.: il caso Marsico Nuovo, loc. Pagliarone’ sta in R. D’Andria, et al., Gli allievi raccontano’, Atti…Galatina,2012 (pp.107-114).

8 – Marsico medievale, uno scenario di pietra chiara ( portali, capitelli, chiese e cattedrale), con la policromia degli affreschi, le rare sculture lignee, le pietre bianche scalpellate.

9 – Perché tutto è legato allo splendore del mondo ecclesiastico? Alle chiese e cappelle? Perché la committenza era soltanto ecclesiastica e per lo stesso ruolo di egemonia sociale che svolgeva la Chiesa su tutta la comunità.

10 – Marsico è tutta romanica. L’espansione del gotico si è fermata a Teggiano. Perché i Sanseverino privilegiarono Teggiano per i loro monumenti funebri? Le forme del barocco sono rarissime, per lo più resta ripiegato su Napoli capitale.

11 – Perché mancano edifici pubblici medievali? ( Sono stati incapsulati in una ‘ricettiziazione’ chiesastica, una riconversione?) Edificio poi davvero pubblico è solo il Palazzo Pignatelli, trasformato, dopo acquisizione, in Comune e ristrutturato dopo i vari sismi.

12 – Solo ‘ Museo diocesano?’ A quando un museo civico e non solo d’arte sacra ma aperto a pittori, incisori o altri artisti? Altrove: i Marsarte! In un altrove limitrofo, ad  Abriola, hanno attrezzato, per turisti o scolaresche, un ‘ Museo Virtuale ‘, con video interattivi o con semplici  ma utili fotografie con didascalie ampie e schede precise. Almeno un museo virtuale e immaginifico.

13 – Chi sono gli anonimi dipintori? Monaci o maestri ’ di seconda cucchiara’.  Chi  fu o  chi furono gli ignoti maestri del Tavolato  di S. Angiolo ( U tambëlàtë rë sant’Angëlë), che  affascina e mette in scena, con evidenza didascalica e forza scuotente, la lotta fra il Bene ed il Male, fra il desiderio e l’ordine? Tavolato dove, con realismo ma non caravaggesco, il dipintore nei volti dannati lascia rintracciare la faccia, con mustacci contadineschi, di alcuni paesani del tempo e tanto simili a noi.

14 – Alcuni affreschi sono una vivace trascrizione in vernacolo lucano di temi della lezione bizantina, poi pugliese e poi napoletana. Ma la rielaborazione era localistica. Infatti si accoglievano e si rielaboravano ed adattavano i definiti stili e le forme venute da fuori. La cultura sociale: o accetta o rifiuta o rielabora ed adatta ( come insegna l’antropologia)

15 – CONTESTUALIZZARE. Occorre ricollocare le opere nel contesto, riproporle come erano…   Sarà mai possibile? Riunirle al paesaggio (che sembrano riflettere e rispecchiare) : colline, vallate, campi, torrenti, ristretta pianura, alberi e boschi, pezzi di cielo. Un’Italia profonda è attraversata da fili medievali….

                                           

              Campanile romanico dei Conventuali                                                                                         (continua)

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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