BARNES FRA MONGOLFIERE E LUTTO

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Quella mescolanza incongrua di vite che è l’amore

di Antonio Lotierzo
Non ho iniziato a leggere con interesse questa storia di Julian Barnes perché pensavo di immergermi subito nel lutto, nella descrizione della perdita della moglie Pat, che invece occupa solo la terza e finale parte del libro ed a cui bisognava giungere con più pazienza. Non ho capito subito che il narratore sa costruire ed inanellare le storie proprio perché mostra un uso sapiente dei fatti, dei ‘livelli’ di vita e che per portarci sulla personale perdita della moglie ci fa fare un giro lungo su di una storia ottocentesca di voli aerostatici, di forza del vento sulla Manica, fra un’attrice e un fotografo, entrambi geniali e noti. Ma Barnes aveva dichiarato il suo punto di vista già nell’incipit, che recita: ”Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia”. Siamo sempre in Francia, terra d’elezione per la scrittura di Barnes, ed eccoci fra mongolfiere con un colonnello, la Sarah Bernhardt e il fotografo Nadar. Volare sull’aerostato significava esprimere la libertà assoluta e una reazione di felicità, un benessere del  corpo e dell’anima, sebbene sottoposta ai venti ed al clima.Senza magia, l’aeronautica permetteva di visitare lo spazio, che per secoli era stato soltanto di Dio, e di colonizzarlo, tanto che V. Hugo sostenne che il volo con mezzi più pesanti dell’aria avrebbe portato alla piena democrazia: “Geo diventerà Demos”. Nadar, nel 1858, registrò il brevetto della fotografia aerea, che sarebbe stata utilizzata per mappare terreni agricoli, per ricognizioni militari e poi anche per scoprire siti archeologici (come da ultimo ci insegnò Dinu Adamesteanu). Era finita l’era in cui sfidare l’altezza veniva considerata un peccato; il fatto non si poteva più ignorare e disfare. Un secolo dopo, nel 1968, sulla luna atterrò l’Apollo 8. Al centro del secondo capitolo vi è Sarah, una dilettante, avvolta in una cappa è fotografata da Nadar con le spalle nude, senza gioielli ma con due cammei alle orecchie, con i  capelli sciolti. Nel ritratto sembra “ l’incarnazione di sincerità, teatralità e mistero” ma la sua futura naturalezza sul palcoscenico era frutto di un artificio, come lo è il realismo nelle frasi di un romanziere. Barnes si chiede perché se siamo creature destinate a vivere con i piedi per terra, in dimensione orizzontale, perché desideriamo elevarci, perché sogniamo di elevarci verso gli dei? Eppure alcuni si elevano attraverso la religione; altri con l’amore, che è “punto di incontro fra verità e prodigio. Verità come nella fotografia; prodigio come nel volo aerostatico”(p.39). Sarah interpretò donne appassionate: La dame aux camélias di Dumas anni prima che Verdi la musicasse ed anche la Tosca, di Sardou prima che Puccini ne estraesse la sua geniale versione. Appartenente alla schiera dei ‘mongolfolli’, Sarah dichiarava di non essere fatta per la felicità e che nessun uomo poteva darle tutta l’eccitazione di cui aveva bisogno il suo cuore, per cui si finiva presto fra i membri sorridenti della coorte dei suoi ex amanti. Ad ognuno ripeteva:’ vi amerò fino a quando vi amerò’. Era sincera; erano gli altri ad ingannare sé stessi ( e se rimanere con i  piedi per terra non proteggeva dal dolore, allora era meglio desiderare di vagare fra le nuvole).  Il lutto appare nel terzo capitolo, dove, per qualche ragione, una delle due persone viene a mancare e ciò “ che viene meno è più della somma di ciò che c’era”. Scrive Barnes che nella “ prima parte della vita, il mondo si divide fra chi ha fatto sesso e chi no. Più avanti, fra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Più tardi ancora si divide fra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo” (p.70). Dopo trent’anni do coniugalità, la moglie Pat muore in trentasette giorni. Il lutto diventa inimmaginabile, anche perché abbiamo un cattivo rapporto con la morte: non siamo più in grado, nel tempo del nichilismo, di inserirlo in un disegno più vasto. Nulla ci prepara alla realtà nuova, in cui coliamo a picco. Ed ogni lutto non getta alcuna luce su di un altro lutto. E la morte ci appare banale ed unica; nella sofferenza si registra la misura di quanto vale la perdita. Ed allora il dolore appare come una condizione umana, non clinica, per il quale non esistono farmaci in grado di guarirlo. Si diventa tristi. Barnes ci descrive la sua decisione di prendere a parlare di sua moglie, di fare il suo nome in ogni conversazione, rifiutando il silenzio degli altri che gli sembrava un rinnegamento, tale da produrre una rabbia anche verso gli amici. Barnes attacca i ‘sacerdoti del silenzio’, a cui le parole vengono meno e non riescono a rievocare la ‘radiosa curiosità di lei’.
Barnes con Pat Kavanagh
E’ lei a mancare o è la tua vita insieme con lei: la felicità è solo nella condivisione. Lei gli manca. Nessuna partita di calcio o opera lirica potrà riempire quella perdita. La posizione difensiva dal dolore esalta il proprio egoismo; non riusciamo a vedere il mondo dall’alto. Viviamo fatti che non ci uccidono ma ci indeboliscono; tante persone ricavano danni emotivi dalla vita quotidiana (chi si occupa di torturati, di stuprati, di vittime di violenze domestiche). Inoltre il dolore altera la durata del tempo e fa perdere ogni logica e giustificazione alla nostra esistenza. Il fatto è che da quando sappiamo che Dio è morto, che la metafisica non è una scienza solida ma una serie di schemi utili, che Dio ha smesso di guardarci dai cieli, da allora tocca a noi fare la storia. Nadar ci ha fornito la distanza dell’altezza, Nietzsche ha evidenziato la fine di un senso del mondo. “Uccidendo, o esiliando, Dio, ci siamo suicidati. Niente Dio, niente aldilà,niente noi stessi. Intendiamoci, a eliminare Lui, il nostro ongevo amico immaginario, abbiamo fatto bene. Tanto l’aldilà non l’avremmo avuto lo stesso. Peccato che abbiamo segato il ramo sul quale stavamo seduti. E la vista di lassù – pur essendo illusoria – non era affatto male”(p.88). Persa la prospettiva di Dio, abbiamo ottenuto quella di Nadar, che ci ha fatto perdere l  profondità. Una volta  potevamo scendere agli Inferi e ritrovare i morti che lì continuavano a vivere. Adesso, abbandonata quella metafora, non possiamo che scendere con la speleologia, rovistare sotterranei, fotografare fogne, come fece Nadar per Parigi. Chi cerca l’altezza dovrà far sparare le proprie ceneri con un razzo verso il cielo o lasciarle orbitare intorno alla Terra. Barnes distingue fra lutto e dolore: il dolore è uno stato; il lutto è un processo; i dolore è verticale; il lutto è orizzontale. Continui a fare le cose per abitudine ma sai di essere in trappola, non puoi che avvertire la sua mancanza, per cui gli eventi si trasformano in una costellazione di non-eventi. Vivo come avrebbe voluto lei. Ed ecco il conforto dell’opera; Gluck e l’ Orfeo ed Euridice in cui Orfeo vorrebbe guidarla fuori dell’Ade ma è lei che lo convince a voltarsi…L’universo fa il suo mestiere e tutto involve il Nulla ( oppure: gli enti vengono riassorbiti nell’ Essere che sempre è). Se non possiamo scendere laggiù come Orfeo, possiamo riportare indietro i morti in modo diverso: scendere dentro i nostri sogni; scendere nella memoria. Scendendo nei sogni, che pure sa essere una proiezione autogena, Barnes dichiara di provare una ‘fonte immancabile di consolazione’. E poi vi sono i ricordi, accurati finché la memoria non viene meno e s’affievolisce. La conversazione con lei è simile a quella che sviluppa un bambino con un amico immaginario; si sente il bisogno di dirle le cose. E tuttavia sai che non c’è eco; non risonanza; non profondità di campo. “Chi non ha attraversato il tropico del dolore fatica a capire : il fatto che una persona sia morta può volere dire che non è viva, ma non che non esiste”(p.103). Perciò il sopravvissuto parla con il/la morta continuamente e quella voce lo calma anni di sopravvivenza diventano anni di sua presenza (come poetò A. Bertolucci). Lei resta una presenza attiva. Il dolore si rivela uno spazio morale. E Barnes riporta una canzone delle Supremes: You Can’t Hurry Love, che trasforma in : non si può mettere fretta al lutto (Grief al posto di Love). Se il lutto tormenta, gli altri, gli scettici intorno a te affermano con imperativo: – Supera questo lutto -, per far finta che la morte non esista o che venga mantenuta a distanza di sicurezza. Qui l’attacco che l’inglese Barnes rivolge è contro gli Stati Uniti e il loro ‘ottimismo emotivo’ che è per loro un ‘dovere costituzionale’; la famosa promessa di felicità! Non puoi che continuare a provare una ‘nostalgia indicibile’, che i tedeschi indicano con Sehnsucht, avverti che ‘ la cura per la solitudine è stare da soli ‘ (M. Moore). E ci si affeziona al dolore, che esalta il sapore dei ricordi ed è forse prova dell’amore. Si riesce ad uscire, infine, dal dolore ma si è come il gabbiano che esce da una marea nera: sporco di petrolio e incatramato per sempre. Ad un certo punto entrano in scena le nuvole, che noi non abbiamo la facoltà di fare entrare in scena né abbiamo il potere di diradarle. E’ la forza del Caso: si è levata una brezza o un vento che ci ha messo di nuovo in movimento. Verso dove? Verso ciò che ci resta della vita. Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, pp.118, e.10,00
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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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