GIAMPIERO D’ECCLESIIS

 

Altra giornata di lavoro, approfitto di una pausa di un paio di ore e mi tuffo nella folla delle strade per tornare verso il centro di Bogotá.

Nella parte più anticadella capitale della Colombia riesco a riconoscere i paesaggi urbani che mi aspettavo, molto diversi dalla ipertecnologica Bogotá moderna, è una città fatta di palazzetti a mattoncini, con archi e piccoli portici, la Bogotá coloniale del mio immaginario.

La strada è come la mia colazione di frutta, colorata, allegra, venditori di frutta esotica, di succhi, di fritture varie, e poi ragazzi universitari, botteghe, rivendite, in una grande confusione allegra e affatto spiacevole da affrontare.

Superata una lunga strada in salita sulla sinistra mi compare un edificio bianco, un palazzo coloniale di quelli elegantissimi, dalle insegne capisco di essere arrivato al Museo di Botero.

L’edificio è bellissimo, con piccoli cortili interni lastricati con fontane e giardini curati, su questa corte interna si aprono, lungo il ballatoio, le sale del museo.

Un museo ricchissimo e assolutamente gratuito: l’arte è per tutti.

Mi sfilano davanti tutti i grandi da Renoir a Chezanne, da Picasso a De Chirico , gli artisti della scuola americana, il novecento, sono quasi stordito dalla bellezza e dalla ricchezza della collezione.

Al secondo piano c’è lui, il padrone di casa, con le sue donne-pera e i suoi uomini con i baffetti, con le sue sculture che sono ancora più belle.

Mi fermo ad osservare una bellissima donna-pera scolpita in una pietra nera, la perfezione delle sue rotondità opulente ma perfette, quella sua boccuccia imbronciata è quella mano, deliziosa, che porge un frutto. Ho il desiderio di toccarla, sfiorarle quel suo sedere tondo e liscio, provare il brivido lascivo di quelle curve tonde e morbide, di una bellezza malinconica, ma desisto.

Le rotondità delle sculture di Botero sono troppo perfette per essere profanate con il tocco greve di una mano, quella compattezza, quelle superficie liscia, deve essere sublimata dall’immaginazione.

Non mi giudicate male, dovreste vederla dal vivo come ho fatto io per capire il mio turbamento che non è per niente sessuale ma del tutto e assolutamente intellettuale.

Proseguo verso il Banco National che ospita un’altra mostra del novecento e mi sazio di macchie di colore, di schizzi violenti e cui seguono immagini nere, gravi, di morti ammazzati, dei tanti che questa terra bellissima ha avuto fino ad oggi.

Esco dalle mostre, la pausa è finita e si torna al lavoro, lungo la discesa il sole è caldo, sono ai tropici e si sente, compro una specie di saccottino fritto con riso, carne e verdure, molto saporito e piccante, lo mangio con calma sui gradini della grande piazza del Parlamento, al centro della Piazza Simon Bolivar è sempre lì con la sua spada sguainata verso la liberdad.

È un paese interessante la Colombia, e ai miei occhi di italiano, occidentale, europeo, suscita ammirazione, si capisce che questa è una terra di gente tenace, che ha una speranza e che, se pure tra le mille contraddizioni della storia, ha una direzione chiara e cerca di perseguirla.

Mi sorprendo a pensare al mio Paese, alle sue eterne lotte di guelfi e ghibellini, alle sue discussioni fatte per il gusto del potere, della polemica senza mai entrare nel merito, senza mai discutere di ciò che è meglio ma solo e soltanto di discutere per il gusto di spuntare un vantaggio dialettico illudendosi (inutilmente) che tale vantaggio possa aiutare a conseguire un risultato concreto.

Si fa sera, finisce quest’altra giornata, il sole che tramonta all’orizzonte mi porta l’ultimo saluto della Colombia, è ora di partire, mentre l’aereo rulla sulla pista dell’aeroporto di Bogotá per riportarmi a Parigi mi sorprendo a pensare che l’eventualità di dover venire qui per un periodo non è più così terribile.

Non ho preso impegni, si vedrà, ci sono altre tessere della mia vita da mettere a posto, e ho intenzione di provare a finire di metterle in ordine, almeno per un po’.