“Gli uomini hanno bisogno di misteri, di miracoli. E di speranza” (Beniamino Placido)
Lo dico subito: per me, è stato come tornare a casa. Ho rivisto un luogo che ho molto amato, e amici di vecchia data, sodali di molte battaglie. Il 28 ed il 29 giugno il Cecilia di Tito ha ospitato i lavori di Build Up 2019, uno dei più interessanti progetti del dossier Matera 2019; interessante in particolare perché finalizzato a incentivare relazioni fra persone e partecipazione, e in qualche modo propedeutico a tutti i progetti che vedono coinvolta la scena creativa lucana raccoltasi in questi anni intorno alla candidatura.
Una partecipazione che viene da lontano, in realtà: fin dal 2007 la comunità creativa regionale si è raccolta intorno al progetto Visioni Urbane della Regione Basilicata, un progetto in forza del quale sono stati collettivamente elaborati i contenuti creativi – e i mezzi necessari per realizzarli – da sviluppare in 5 contenitori culturali (fra i quali il Cecilia di Tito) distribuiti sul territorio regionale. Abbiamo progettato i contenuti, ben prima di sapere quali sarebbero stati i contenitori. Un intenso lavoro, durato 4 anni, al termine dei quali si era costituito un substrato culturale (una community, le infrastrutture, un rinnovato clima collaborativo) in forza del quale la candidatura di Matera ad ECoC 2019 è stato quasi una naturale e ovvia conseguenza.
I lavori di Build Up si sono svolti su due giornate. Nella prima, sono stati esplorati i confini di una capitale culturale: cosa funziona, cosa no, i costi, i possibili rischi, il ruolo della community creativa, il ruolo delle istituzioni e della amministrazione, come attrarre i pubblici, qualificarli, selezionarli. Coinvolgimento del pubblico, non sviluppo numerico fine a sé stesso.
A farlo, insieme a tutti i convenuti, Paolo Verri, direttore di Matera 2019, Chris Torch, già nel team direzione artistica di Matera 2019 e oggi nel board di Rijeka 2020 (risultata vincitrice), Iker Tolosa, direttore di Donostia / San Sebastian 2016, e Chris Baldwin, direttore di Wroclaw 2016.
Ad essi la comunità creativa intervenuta, dopo aver ascoltato l’esperienza vissuta, ha potuto porre domande concrete, chiedere chiarimenti, esternare dubbi. Una discussione serrata, intervallata e conclusa da momenti conviviali nei quali è stato naturale stringere collaborazioni, (ri)annodare legami e porre le basi per progetti da realizzare insieme.
Molti gli spunti illuminanti venuti fuori dalla discussione, diventati una sorta di cassetta degli attrezzi per chiunque decida di porre in campo progetti culturali, ed in particolare per chi vorrà lavorare fino al 2019 ed oltre. Me ne sono rimasti dentro due, su tutti:
- E’ necessario non dimenticare mai la provincia da cui proveniamo, portandocela dentro, perché contiene valori universali comprensibili in qualunque altra provincia del mondo. Un concetto che avevo già imparato da Cesare Pavese e Bruce Springsteen, ma che sono stata ben contenta di riascoltare a Tito;
- bisogna però anche avere l’umiltà di sapere che nel nostro piccolo mondo non ci sono tutte le risposte. Un progetto come Matera 2019 DEVE avere una dimensione non localistica, non regionale, ma compiutamente europea (e anche oltre).
La seconda giornata, ancora più della prima, è stata dedicata al lavoro: si sono costituiti tre gruppi di discussione, che si sono concentrati su tre temi autoproposti: la cultura scientifica (divulgazione, contaminazioni), teatro e forme teatrali, paesaggio ed identità. Presente Simone Tani, l’uomo della Presidenza del Consiglio dei Ministri incaricato di seguire la realizzazione di Matera 2019 per conto del Governo. I risultati delle discussioni ai tavoli sono stati poi condivisi con tutti, nell’ultima sessione plenaria della due giorni.
Lo dicevo in apertura: per me, è stato come tornare a casa. E non è affatto tempo passato invano, se oggi siamo capaci di prendere tutto quello che abbiamo imparato e sperimentato per l’Europa e applicarlo, che so, al nostro quartiere. Se dopo quasi dieci anni siamo ancora di nuovo insieme, ma a parlare di progetti europei, con direttori di capitali europee della cultura, in almeno tre lingue, per scrivere insieme una visione di futuro per il nostro piccolo pezzo di mondo che traguarda almeno ai prossimi dieci anni.
Tornare a casa. Per ripartire.
