Gerardo Acierno – Il racconto della domenica

Mimì dormiva ancora sulla panchina della piazzetta. Lo svegliarono il tabaccaio e l’edicolante che tutte le mattine davano vita a quell’angolo di mondo lucano. Un tempo lontano e Mimì, in tasca, aveva pochi spiccioli.
Chiese una sigaretta e aiutò a sistemare sul banchetto le dieci copie dei quotidiani lasciate dal vetturino del postale che alle sei attraversava, rumoroso, il paese addormentato. Spiò i titoli senza interesse e quando anche la saracinesca del bar si sollevò, Mimì andò a spendere le sue poche lire dal barista che non lo degnò né del saluto né di uno sguardo. Dai vicoli, gente silenziosa cominciò a scendere verso gli orti, s’aprì una finestra, i gatti rincasarono furtivi dai buchi delle porte e i camini fumarono lenti. Il caffè non gli tolse il sonno e quando fu a casa, Mimì si lasciò cadere sul letto e si riaddormentò.
Aveva perduto tutto al gioco d’azzardo: il guadagno settimanale, la scarsa eredità dello zio americano, i risparmi e il castagneto di Sant’Angelo. Tutto compreso, una bella cifra sperperata da un quarantenne scapolo con automobile nel garage e la casa in proprietà. Davvero una bella botta!
Negli anni Cinquanta i negozi dei paesi lucani erano aperti anche di domenica mattina. Quello di Mimì, quella domenica, restò chiuso. Tutti i paesani, però, conoscevano il perché. Il sabato notte a casa di donna Lina si giocava forte. Dalla città arrivavano strani personaggi incravattati, accompagnati da donnine querule e vistose che subito si disperdevano nelle stanze ammuffite del palazzo patrizio.
Eppure la serata era iniziata alquanto bene: gli era stata presentata Elisa (..salernitana di piazza Malta, conosci?..); avevano sorseggiato rosolio insieme e brindato alla salute di donna Lina; avevano anche ballato, poi era arrivato il notaio che gli aveva chiesto: ‘Baccarat?’, mentre ripuliva gli occhialini con una pezza grigia.
Mimì accese una sigaretta e chiese banco. L’ottenne. Ma glielo portarono via quasi subito. Ritentò. Alzò la posta ma la sorte non cambiò. Dapprima svanì il denaro liquido, poi l’eredità. La fortuna era girata altrove. Donna Lina portò panini al prosciutto e vino frizzante. Si fece rivedere anche Elisa: si avvicinò, gli passò le dita tra i capelli impomatati e gli offrì una cicca dicendo: ‘tira!’. Mimì tirò ma si sentì venir meno.
Quando il vecchio orologio a pendolo di donna Lina batté le quattro, Mimì puntò su due carte il castagneto di Sant’Angelo. Le adocchiò soltanto: aveva un otto di quadri e una donna di cuori. Sorrise, capovolgendole. Il notaio sfilò le sue carte dal mazzo, le osservò e poi, sibilando, le girò: ‘Nove!’
Ci fu un silenzio tombale. La giacca fece fatica a infilarsi; l’accendino inutilmente tentò di dargli la fiammella. Intorno a Mimì si fece il vuoto. Lasciò il paese la sera stessa di quella domenica. Partì e non si seppe più nulla di lui. Il negozio andò in malora con la merce rosicchiata dai topi e dal tempo.
Qualche mese dopo vennero gli ufficiali giudiziari accompagnati dal maresciallo dei Carabinieri. Sul letto di Mimì trovarono un mazzo di carte sminuzzato all’infinito e disperso tra il cuscino e le coperte. Sul tavolo della cucina un bicchiere ancora colmo d’acqua e la foto di una donna ritratta in costumi locali che stringeva la mano ad un bimbo riccioluto e ben vestito. Sul retro, una scritta: ‘io e la mia mamma’.
Anche questa, a suo modo, una carta. Di vita.
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