Mario Santoro
Una cascata di colori, silenziosa, avvolgente, morbida, a tratti pastellata nella vellutatezza dei toni e nella morbidezza delle sfumature, ti sorprende e ti accoglie coi suoi molteplici profumi che segnano una sorta di distinguo fascinoso che ti conquista e ti induce a pensare o ingenera in te una forma di stordimento dovuta a causa che non sai dire e apre un mondo fiabesco di cui, nella immediatezza dell’impatto, senti di far parte sebbene ancora non riesci a ritagliarti un ruolo e uno spazio preciso: sei al tempo stesso gnomo, folletto, elfo, mago, e tanto altro ancora e ti accorgi, pur nella tua non chiara identità, di essere parte integrante della natura che ti appare incontaminata nella sua lussureggiante e leggiadra bellezza e puoi capire, ben oltre le affannate spiegazioni del tuo insegnante di turno, la condizione di simbiosi del poeta D’Annunzio raccontata nella poesia “La pioggia nel pineto”:
Piove sulle tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginepri folti
di coccole aulenti…
E ti senti un po’ più fortunato a sogliare il volume di Caterina: non il rumore della pioggia domina nella varietà dei suoni che sa produrre in forza della “verzura” che incrocia, pure con qualche traccia di possibile monotonia nel rimando agli improvvisati strumenti musicali, ma una stragrande varietà di suoni dolci, che puoi immaginare, senza prevaricazioni, in una condizione di perfetta armonia; si tratta di musiche minime, di voci delicatissime, di pigolii leggeri, di rumorini tra le foglie che non impaurano, di sussurri che accarezzano l’orecchio, di inviti quasi taciti, voluttuosi, non peccaminosi, di assenza totale di strisciamenti o di sibili, ed a tratti hai quasi la sensazione di ascoltare rintocchi ammorbiditi e lontani, quasi allucinati crepitacoli di zucca, o più vicini e familiari come taluni borborigmi accattivanti. Ti lasci coinvolgere e, se talvolta hai la sensazione di voler tenere tutto dentro quasi una sorta di implosione beckettiana, di tanto in tanto vuoi far esplodere il tumultto delle sensazioni e delle immpressioni in un grido libertorio imitando quasi Yoice. Il libro di Caterina Potenza Tagliavini “Erbe e fiori del territorio lucano: un mondo da scoprire” è tutto questo ed altro ancora e va ben oltre l’indicazione di una documentazione ricchissima e pregiata e di un inno alla “grandezza del Creato” come si dichiara in esergo. Intanto vanno sottolineate le fascinose immagini con la messa in evidenza, senza mai forzatura, di taluni aspetti e particolari, come il dato specifico che salta agli occhi in ogni foto e si ricompone nelle meraviglia dell’insieme, come la cura del dettaglio che risulta meticolosa ed è frutto del paziente, perseverante, intelligente lavoro dell’autrice che sa essere caparbia fino all’acribia nella resa anche del più piccolo particolare, senza scalfire o limitare la visione globale ed aprendo continuamente spazi infininti, quasi impalpabili orizzonti, tracciati talora desueti, prospettive pronte a rincorrersi, in un rinnovante gioco di sensazioni, di emozioni, di scoperte, di meraviglie, di finezze. E pazienza se, per ottenere l’effetto desiderato, ella deve costringersi a posizioni scomode, a contorcimenti del corpo fino a subirne, quale contraccolpo, la sofferenza fisica, per catturare il dettaglio e l’angolo di luce giusto nell’attimo da non farsi sfuggire. E così, dopo avere sfogliato il volume e chiuso momentaneamente per consentite al cuore di smettere di far capriole e di ripristinare il battito riportandolo al consueto ritmo e per prmettere alla mente di incamerare le sensazione e tentare di dare ordine al groviglio dei pensieri, viene quasi spontaneo aprire nuovamente a caso e riprendere ad immergersi in un mondo che continua ad avere il sapore delle fiabe antiche, dove è facile lasciarsi andare nella certezza di non smarrirsi e comunque di sapersi ritrovare e magari perdersi ancora per il piacere di un ulteriore ritrovamento, tra erbe, fiori, cespugli ed altri elementi della natura che non puoi concepire maligna come nella definizione leopardiana ma, al contrario, straordinaramente generosa e francescana. Siamo, facendoci guidare da Caterina, all’Eden, ossia al paradiso terrestre, senza alcuna forma discutibile di divieto e allora già ti vedi, novello Adamo, timido e vergognoso, scalzo nei piedi, muoverti leggero ed accarezzare piante e fiori e non temi serpenti tentatori né l’occhio inquisitore di Dio a scrutarti. E, miracolo nel miracolo, finanche la tua nudità non ti fa paura e non ci sono incomprensibili peccati da commettere e da far pagare all’umanità, né proibizioni di sorta. Riprendi il volume e ti fermi così a leggere le note illustrative, estremamente curate in ogni parte, opportunamente sintetiche e concise, impreziosite da rimandi storici, da richiami puntuali, capaci di varcare il muro del tempo, e torni a godere e ad apprezzare le immagini che sanno parlare più e meglio di tante parole. Domina la sinestesia multipla nella partecipazione attiva di tutti i sensi: vista, odorato, gusto, udito, tatto. Ti pare di volere andare ben oltre il desiderio catulliano nell’immaginarsi tutto naso; tu vorresti essere tutto di tutti i sensi. L’occhio spazia leggero, scivola sui fiori senza saziarsene: spazio e tempo sembrano fondersi e tu sei qui come altrove, presente o almeno vicino eppure lontanissimo, insieme con gli altri eppure solo, solissimo ma la solitudine non ti fa soffrire, anzi! I sensi si appagano tutti e l’anima ne gode. Ecco ora sei finanche fanciullo ai primi amori ma non ti sfiora l’idea di staccare delicatamente qualche fiore (ti sembrerebbe sacrilegio) da infilare tra i capelli della figura femminile che allucini venirti sorridente incontro coi movimenti sinuosi e quasi senza posare per terra i suoi piedi. Torni ancora al libro e ti fai suggestionare da qualche titolo: “Allium roseum”, pianta che conosci fin dalla remota infanzia, quando percorrevi sentieri tortuosi, quasi “polverosi biancospini” pascoliani, capaci di inerpicarsi per le colline; “Anacamptys fragrans” con tutt’intorno un sentore chiaro e penetrante di vaniglia; “Anacamptys piramidalis” tutta inebriata di luce a far bella mostra vezzosa di sé coi suoi piccoli fiori. Poi mutano decisamente i colori con la “Anagallis arvensis” nel suo rosso mattone o nel suo blu intenso, come fa notare l’autrice che fa di tutto per non apparire e che, al contrario, campeggia. Torni a leggere altrove altri titoli che sembrano suggestionarti ed altri ancora con sempre il timore vago che da un momento all’altro il miracolo possa scomparire ma anche con la gioia profonda di ritrovarti gradevolmente a tuo agio nel mondo ovattato che l’autrice sa ricamare, con la naturalezza che le è congeniale e, in qualche modo, la rende unica. E ti fermi al “Crocus neapolitanus” e quasi torni bambino a recitare: L’autunno comincia il suo gioco / dipinge le foglie di croco…e ti fermi ad osservare il fantasioso carciofo selvatico con le sue “infiorescenze corimbose” e leggi nella scheda le sue unnumerevoli proprietà benefiche e ti incuriosiscono certe pianticelle coi loro rimandi storico-mitici. E vale per la “Daphne oleoides” con rimando al deciso rifiuto della ninfa dal nome omonimo delle attenzioni del dio Apollo; vale anche per la “Speronella di Aiace” nel richiamo alla non troppo nota leggenda che vuole la sua nascita dal sangue del condottiero omerico, come saggiamente sottolinea l’autrice; vale ancora per il “Garofanino del Vulture”, sacro a Zeus, padre degli dei, come scrive nella “Historia plantarum” il lontano Teofrasto. E procedi ancora fino all’ultima illustrazione dal titolo un po’ misterioso “Vitex agnus-castus” ovvero “L’agnocasto o pepe dei monaci” le cui molte proprietà erano ben conosciute dai Greci e dai Romani. Lo spettro dei colori è completo, arricchito dalle infinite sfumature ed è davvero uno splendore: ogni pagina una sorpresa con la miriade delle allusioni e l’evocazione di richiami sottili e trasparenti, quasi fili di ragnatela in controluce e con certi sottintesi ad aggrumare nell’anima in un mescolamento, abilmente dolce ma non mieloso, senza poter essere raccontati, pena la banalizzazione. E dunque anche la parola deve, se non arredersi, almeno fare un passo indietro! E se gli sfondi sono dominati dalle diversità del verde nel suo susseguirsi morbido contro cieli liberi e azzurri, nel richiamo a strani seni di mare e a favolose colline, a tratti staccano, nella estrema diversità delle forme, i colori dei fiori che, talora danno la sensazione vaga di tendere a decampare, ma si tratta quasi di illusione ottica perchè, pressocché nella immediatezza, tornano a farsi vividi e quasi a suscitare una gestualità amichevole, ammiccante, affabulante se non anche amorosa nell’invito. E così ti senti un po’ confuso nel perivilegio incredulo di poter essere meritevole di godere tanta bellezza e come frastornato tra realtà e fantasia. Ti lasceresti andare ad un sogno ad occhi aperti, quasi un dormiveglia e un coro di figure femminili compare dinanzi a te a una certa distanza: si muove in maniera armonica con un dinamismo ammorbidito nella flessuosità. delle forme. Sono entità soprannaturali, quasi visioni irreali o di fantasia, nel loro procedere lento e misurato: un cono di luce nella luce, un tributo alla bellezza della natura raccontata da Caterina. E, se in fondo scopri, quasi un puntino, la bella Euridice nel suo volgersi indietro e perdersi, quasi una evanescenza lieve, davanti puoi vedere le immaginifiche e un po’ tetragone Amadriadi muoversi un po’ goffe, quasi a saltelli, ciascuna nel suo tronco e ancora un po’ più in avanti le immortali Driadi, leggere nella danza e negli evidenti ammiccamenti, e quindi il folto gruppo di splendide fanciulle, ben modellate nei corpi, voluttuose e mescolate insieme ma non confuse, le Meliadi, le Potameidi, le Naiadi, le Napee, le Oreadi, le Nereidi e altre ancora in un tripudio senza fine. E infine al centro, come Flora-primavera nel famoso dipinto di Botticelli, festante e gioioso con le immancabili tre grazie (Aglaia-bellezza, Eufrosine-castità, Talia-amore), o come Aurora nello splendido quadro di Guido Reni, ritrovi lei, Caterina, “raggiante di luce” ma non in trono, che guida simbolicamente e si lascia guidare.
- Editore: Editrice Hermaion
- Data di Pubblicazione: 2021
- EAN: 9788894618044
- ISBN: 8894618048
- Pagine: 288
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