Pubblichiamo il racconto del nostro autore, il giornalista Franco Cacciatore, terzo classificato al Premio ” Melina Doti”
di Franco Cacciatore
Era una serata, anzi una nottata straordinaria, dove tutto intorno appariva statico, immobile. Gli alberi non stormivano più,le loro fronde assomigliavano a pinnacoli di cattedrali gotiche. L’acqua del torrente non emetteva più la sua garrula voce,scorreva lenta e pigra. In cielo risplendevano tante, tantissime stelle. Era una volta celeste trapuntata da cento, mille fiammelle, che emettevano una tremula luce. Sembrava giungere ad intermittenza. Seduto su un ripiano qualcuno, immobile anch’egli, mirava quel meraviglioso manto di stelle, in estasi. Poi all’improvviso le sue labbra s’incominciavano a muovere lentamente, in sintonia con la tremolante luce, come in un colloquio fra sordomuti. Pareva impossibile, quasi inverosimile, che quell’uomo potesse svolgere un dialogo così strano.

la proclamazione dei vincitori del Premio “Melina Doti”
Eppure,quell’intesa esisteva. Era costui un tale Niccolò, il cui nome gli era stato dato dal padre, in omaggio a Copernico, del quale era fervente sostenitore, in contrasto con quanti,nonostante fossero passati i secoli, erano detrattori della tesi copernicana, che appariva loro un’eresia. Lui al figlio, anziché leggergli libri di favole, gli declamava il “De revolutionibus orbium coelestium”, il testo di Copernico, nel quale l’astronomo polacco, pone al centro del sistema il sole e non il nostro pianeta, come nella concezione tolemaica. Così era cresciuto Niccolò e così gli era stata inculcata la passione per l’universo infinito, le galassie, i sistemi planetari e le stelle. E spesso, condotto per mano dal padre, era portato fuori città per osservare la bellezza di un cielo stellato. Oggi in lui, adulto, era nato, anzi esploso, quest’amore verso le stelle. E notte dopo notte riusciva a trovarne delle nuove, intessendo con loro quell’impossibile,incredibile dialogo. In paese quel suo strano comportamento era ben noto. Niccolò non ne faceva mistero ed a tutti raccontava quegli strani messaggi stellari. Alienazione mentale, tagliava corto la gente, aggiungendo:“Le stelle da che mondo è mondo non hanno mai parlato”. Ma l’inverosimile accadeva. Egli colloquiava con le stelle, con un singolare sistema,molto simile a quello dell’alfabeto morse. Niccolò l’aveva imparato durante il servizio militare. E lui, un po’ sognatore, n’era rimasto affascinato. D’altronde, non poteva essere altrimenti e per la sua giovane età e per gli insegnamenti paterni. Quello strano modo di comunicare faceva cavalcare la sua fantasia e quei segnali gli apparivano come provenienti o diretti a galassie sconosciute. Ora, per lui, quell’immaginario diveniva realtà. Il luccichio breve delle stelle era un punto, quello più lungo una linea. Niccolò, sceglieva la stella per lui più bella, forse perché più luminosa, e avviava il colloquio. Dopo aver ringraziato la stella per la rispondenza alla sua attenzione, si infervorava e le sue labbra a volte sembravano quelle di un corista di un canto a bocca chiusa, altre sillabavano le parole. A seguire una serie di preamboli,e poi il dichiarare il suo amore alla stella.
Un amore alla follia, che Niccolò esternava recitando versi e brani di autori classici. Da Ovidio ad Orazio e in assoluto del poeta a lui caro, George Byron, o suoi versi improvvisati: L’amore cos’è?/Un’alba senza tramonto./L’amore cos’è?/Una notte senza buio./L’amore cos’è?/Un orizzonte senza fine./ L’amore per te:/una vita senza tramonto,/una vita senza buio,/una felicità senza fine. Un vero banco di prova, per dire a se stesso di essere, come un tempo, il primo della classe. Dopo una lunga, faticosa recita, madido di sudore, rimaneva immobile, con gli occhi fissi alla stella, che non sempre rispondeva con immediatezza. A volte la risposta seguiva all’esibizione di Niccolò, altre dopo una lunga attesa. L’astro iniziava lentamente la sua trasmissione. Una luce lunga, poi una breve. Era una linea ed un punto. Una “n”. Proseguiva con due brevi, una “i”. E poi lunga, breve, lunga e breve. Era la “c”. Identici segnali per un’altra “c”. E così via, via la stella trasmetteva il nome di Niccolò. Per lui era un’immensa gioia. Qualcuno, anzi una stella, l’aveva chiamato per nome. E il messaggio proseguiva con luci brevi e lunghe e cosi scorrevano vocali e consonanti e nel mentre la soddisfazione di Niccolò saliva davvero alle stelle. Al suo nome la stella aveva aggiunto, qualcosa di non ascoltato da tempo: “ti voglio bene”. La trasmissione poteva fermarsi qui o proseguire con un’infinità di frasi d’amore. Poi d’un tratto il luccichio della stella s’interrompeva. Era il segnale della fine del messaggio. Niccolò, al colmo della felicità, lasciava la sua postazione e andava via. Il giorno dopo,altra stella ed altro struggente colloquio con frasi d’amore, le più dolci, le più calde. Un amore platonico,ma intenso e vero, che appagava e tanto il nostro Niccolò. A volte dai suoi occhi sgorgavano grosse lacrime ed il suo cuore era gonfio di gioia. E amava così tanto le stelle che, stranamente, anche il dormire sotto un cielo stellato, era una gioia. Per lui, avere le stelle come coperta. A Niccolò,che viveva ai margini della società, quasi da reietto, o peggio un’esistenza ai limiti del reale, avere questo feeling con gli astri, era sempre più una vera ragione di vita. Il giorno di burrasca, quando le stelle sparivano dal cielo, egli gironzolava smarrito, senza una meta, infinitamente triste.
A vederlo così la gente gli gridava dietro: “Niccolò, stasera come dormirai senza avere come coperta le stelle?”. Egli rimaneva indifferente, non ascoltava e tirava dritto. Senza il luccichio delle stelle che lo avvolgesse,il suo sonno quanto mai agitato. La speranza era che all’indomani le stelle potessero riapparire e ancora fargli da coperta lungo la notte. Niccolò viveva così fra terra e cielo e forse più in cielo che in terra. Ma questo da quando accadeva? Ricordarlo era difficile, quasi impossibile. Nella sua mente svagata tutto dimenticato,tanto da sembrare che quello fosse stato da sempre il suo mondo. In lui erano stati cancellati i giorni di una gioventù passata, di una vita normale, cancellate le sue radici. Tutto appariva a Niccolò come un sogno, un sogno sognato, di cui rimanevano labili ricordi. Ad un tratto il sogno, anzi la realtà di un tempo, appariva nitida, poi tutto svaniva. Egli aveva avuto una famiglia, una casa, un largo impegno da studioso informatico. Nel campo primeggiava e le sue sensazionali intuizioni riscuotevano ammirazione e plauso. Viveva in pieno il mondo dei social, tanto da fare una ragione di vita il navigare, con la tastiera del suo computer, in mondi sconosciuti. Per lui,l’esplorazione nel digitale rinnovava la piacevole avventura dell’alfabeto morse. In quanto alla conoscenza dell’evoluzione informatica, le sue cognizioni partivano da molto lontano, dai primordi del suo avvio. Nei suoi studi,attribuiva la scoperta al filosofo e scienziato, Pascal che aveva realizzato una macchina per addizioni con ruote e denti. E nel suo racconto l’apparecchio, a metà 700, era perfezionato, quasi automatizzato, divenendo un elaboratore di dati con tavolette perforate. Poi,stranamente, un passaggio legato al poeta Byron, sua antica passione scolastica, che non aveva dimenticato nemmeno ora nel suo navigare tra gli astri, tanto da recitarne suoi versi alle stelle. In quel cammino a ritroso, allora intrapreso, aveva ritrovato con piacevole sorpresa, la sorella del poeta inglese, Augusta Ada Byron, che con il collega matematico e inventore Charles Babbage,a fine 800, dava vita ad un primo programmatore che apriva le porte al computer digitale. Una macchina,che conservava i dati immessi e li trasmetteva ad una rudimentale stampante. E poi via, via sino a giungere agli anni sessanta, settanta quando il computer diveniva una realtà. Una realtà, che Niccolò viveva da protagonista, partecipando alle sue evoluzioni, che esponeva con trasporto nei suoi saggi. Ovviamente,al nostro Niccolò larghi erano i consensi e tanti i prestigiosi riconoscimenti per gli studi,la ricerca e la diffusione di un sapere che apriva nuovi orizzonti alla scienza multimediale. L’unica a non partecipare,quasi che ne fosse avulsa, era la sua compagna, certamente non comprendendo quel trasporto che lo portava a vivere chiuso ad ogni rapporto. Niccolò cercava qualcosa di impossibile, che non fosse solo nel suo isolamento. In lui la mancanza di calore umano che cercava e non dava,in quell’irregolare percorso di vita,lo portava a sentirsi come avvolto da una presenza- assenza. C’era e non c’era. La sua esistenza,quasi in un limbo. Sempre più per Niccolò un vivere, che appariva qualcosa di astratto. Intorno a lui era calata una strana solitudine. C’era tutto un mondo che gli ruotava intorno, ma lui aveva la sensazione di essere ignorato, come avvolto in una cappa di comune indifferenza. Avvertiva sempre più un disagio, che lo portava fuori dal mondo, sino a dargli la convinzione di appartenere ad un altro pianeta. Un crescendo sentirsi avulso dalla realtà dell’oggi e vivere non più nel presente ma nel passato. Con il trascorrere del tempo questo nella sua mente si consolidava sempre più, sino a divenire addirittura ossessionante. E così un giorno aveva deciso di tagliare la corda. Di spezzare, definitivamente quel cordone ombelicale,che lo faceva sentire legato ad un mondo, per lui inesistente. La scelta a divenire un cittadino senza patria, di girovagare di città in città senza una meta. Il vivere da accattone. Ed in quella nuova esistenza, fatta da disagio e povertà, la foschia della sua mente si dissipava. Finalmente il sentirsi felice. Ogni volta intorno a lui, in una stazione, sotto un ponte trovava una famiglia nuova, che l’accoglieva con affetto. In quella miseria era riuscito anche a ritrovare l’amore. Un sentimento profondo,per una donna dalle sembianze di una signora d’altri tempi. Lei, era fuggita da un mondo che l’aveva dimenticata. E lei aveva dimenticato anche il suo nome o forse l’aveva voluto cancellare. Per Niccolò era la “mia Gelsomina”, sentendosi lui, quasi uno Zampanò. Insieme, avevano iniziato un viaggio senza meta. Più il tempo passava,più il loro vincolo si rinsaldava. Estati dal caldo asfissiante,inverni dal freddo intenso,vissuti all’addiaccio. Ma per loro l’avere le stelle come coperta, acquistava sempre più un fascino particolare. Entrambi, si sentivano essenziali, l’uno importante per l’altro. Oramai, nel mondo di quei diseredati, Niccolò e la sua Gelsomina, erano divenuti un’istituzione. Sembravano fatti davvero l’uno per l’altro. Un giorno, un terribile giorno di un inverno durissimo, Niccolò al mattino, nel risvegliarsi, sentì al suo fianco Gelsomina immobile. Le sue labbra accennavano un sorriso bellissimo. Non aveva resistito al gelo della notte e così era andata via, con un sorriso che diceva della felicità di quella nuova vita. Per Niccolò sembrò la fine. Di nuovo smarrito, solo, iniziò un altro suo viaggio verso l’ignoto. Alla fine in tanta solitudine, in tanto sconforto, ricordò quella mano paterna che lo conduceva là, lontano, per vivere quel mondo fantastico di un cielo stellato. Così, era iniziata quella strana frequentazione. E nelle stelle aveva ritrovato l’afflato che gli mancava. Ma in una strana notte , con la tramontana che sibilava come non mai, forte e gelida, Niccolò fu costretto a rinunciare alla sua solita coperta stellare. Trovò riparo in un grosso scatolone. Al mattino i vari barboni, che affollavano l’esterno della stazione, erano spariti e così i loro cartoni. Rimaneva solo lo scatolone. Passarono i netturbini e credendo che fosse uno dei soliti contenitori abbandonati, lo sollevarono per buttarlo nella spazzatura. Non tanto il peso, per essere Niccolò ridotto quasi ossa e pelle, quanto un certo non gradevole odore, spinse un netturbino ad aprire la grande scatola. All’interno, Niccolò semi assiderato che non dava segni di vita. Solo a tarda sera, egli riaprì gli occhi. Forse un calore, oramai dimenticato, lo portò a risvegliarsi da quel sonno che sembrava infinito. All’improvviso, dopo un tempo trascorso senza tempo, si ritrovò, pulito come non mai, in un letto vero mentre la mano di una donna, vestita di bianco, gli rimboccava le coperte. Un gesto antico e dimenticato,che ora gli tornava alla mente prepotentemente. Un gesto che lo riportava alla sua fanciullezza, quando la mano materna, ugualmente gli rimboccava amorevolmente le coperte. Poi la visione passò e Niccolò ricordò l’ultimo colloquio con la sua stella. Grazie mia stella, diceva, o meglio farfugliava, e nel mentre stringeva la mano della donna, che gli era accanto. La stella riuscì a comprendere quel suo dire ed ora, non più con l’alfabeto morse, ma con la sua voce, sommessamente gli sussurrò: “Sì, la tua buona stella questa volta ti ha aiutato e per davvero”. Niccolò ritrovò così,quel calore umano perduto,la nebbia della solitudine si dissolse, ma gli rimase, nonostante la brutta disavventura vissuta, la nostalgia di avere come coperta,le sue care amiche stelle. Il cielo, un manto di stelle. Gli alberi come pinnacoli –
Alcune immagini del Premio “Doti”. Cacciatore con i conduttori della serata Sabino Zaba e Anna Langone e con il Sindaco di Melfi, Giuseppe Maglione. Mentre legge un brano del racconto.