
RICCARDO ACHILLI, ECONOMISTA
Occorre premettere che ci troviamo in una situazione del tutto inedita, in cui fare previsioni, anche a breve termine, è quasi impossibile. Non sappiamo nemmeno quando questa epidemia, finirà, essenzialmente perché non conosciamo ancora le caratteristiche epidemiologiche di questo virus, non sappiamo se con la stagione calda ridurrà la sua virulenza (anche se l’andamento in Paesi colpiti durante la loro estate, come l’Australia, potrebbe essere incoraggiante) se e quanto pericoloso sia il rischio di recidiva, ecc. non sappiamo, soprattutto, quando sarà pronto un vaccino, che decreterà la fine dell’emergenza sanitaria.
Alcuni aspetti socio-economici, tuttavia, appaiono già oggi abbastanza evidenti. L’economia globale sarà colpita in modo durissimo. Ovviamente nessun modello econometrico potrà cogliere gli effetti di una esogena imprevedibile come questo virus, quindi nessuna previsione, al momento, può essere ritenuta affidabile, però alcuni indicatori congiunturali parlano chiaro: le nuove immatricolazioni sul mercato automotive europeo, un indicatore fortemente legato alla congiuntura, è in previsione di calo del 20% nel 2020. Le previsioni sullo shipping di container, altro indicatore legato allo stato di salute dell’economia mondiale, parlano di una capacità di stiva inutilizzata dell’11% già a inizio marzo, quando in molti Paesi le misure di contenimento sanitario più rigide, e più impattanti, non erano state ancora prese. Il “baltic dry index”, un indice misurante la domanda di navi mercantili, indice estremamente sensibile al ciclo, utilizzato anche durante la grande recessione del 2010-2015, fra gennaio ed aprile 2020 è crollato del 40%, mentre il calo annunciato all’inizio della crisi del 2008 fu solo del 35%.
Se paragoniamo questi numeri a quelli della crisi del 2008, definita peraltro la “più grave dell’ultimo secolo”, è evidente che ci avviamo verso una depressione globale di dimensioni ancora maggiori, anche perché colpisce sistemi economici ancora fragili, in lenta e non omogenea ripresa dalla grande recessione e che stava incubando già una nuova bolla finanziaria ed immobiliare. Nella crisi del 2008, infatti, il Pil mondiale, in termini reali, scese dell’1,8% nel 2009, per poi riprendere a crescere, seppur in modo disomogeneo, e trainato da alcuni dei Paesi BRICS, nel 2010. Le stime parlano di una riduzione di Pil mondiale nel 2020 compresa fra l’1,6% (Prometeia) ed il più probabile ed aggiornato 1,9% (Fitch) e si basano su uno scenario relativamente ottimistico, ovvero che l’epidemia venga fermata entro fine luglio. Per l’Italia, parliamo di un crollo del Pil di quest’anno compreso fra il 4 ed il 5%, quindi probabilmente di una ripresa che inizierà molto dopo rispetto al resto del mondo, forse neanche nel 2021.
E’ evidente che, come in ogni crisi epocale, niente sarà più come prima. I cultori dei “conti in ordine” e del neoliberismo possono rilassarsi. Il concetto stesso di “disciplina di bilancio”, come lo abbiamo conosciuto con l’oramai defunto Patto di stabilità (attualmente sospeso, ma che ovviamente non verrà mai ripristinato nella versione attuale) dovrà essere profondamente rivisto, non per andare verso un utilizzo “free” del bilancio stesso, ma per un utilizzo più laico e meno ideologico dei parametri finanziari utilizzati sin da Maastricht. Le proiezioni di Goldman Sachs sono impressionanti: il rapporto fra debito pubblico e Pil italiano potrebbe arrivare a superare il 160% nel 2021/2022, superando la soglia psicologica oltre la quale i mercati, in presenza delle condizioni strutturali di bassa crescita potenziale dell’Italia, potrebbero iniziare a ritenere che il rischio di rinnovo del debito pubblico in scadenza diventi eccessivo, imponendo condizioni socialmente inaccettabili di avanzo primario del bilancio e/o tassi di interesse insostenibili. Ma il debito pubblico tedesco, nello stesso periodo, potrebbe arrivare al 74%, ben 15 punti percentuali in più rispetto al livello previsto per il 2020, quello francese al 116% (16 punti in più) e quello spagnolo al 118% (20 punti in più).
Di fronte a tale situazione, non soltanto gli attuali parametri di deficit/Pil, di debito/Pil e le attuali regole di determinazione dell’equilibrio strutturale di bilancio, basate sull’output gap (per la verità, queste ultime già messe in discussione prima dell’epidemia, nella bozza di riforma del Patto di stabilità) dovranno subire un decisivo rescaling (come ancora oggi pensa di poter fare un falco dell’austerità come il baltico Dombrovskis[1]), ma probabilmente si dovrà determinare una diversa definizione del concetto stesso di disciplina di bilancio, basato, ad esempio, sul controllo della spesa pubblica corrente entro certe soglie, magari associata ad un rispetto, comunque su un arco temporale di lungo periodo, degli impegni alla restituzione dei prestiti contratti sui vari strumenti finanziari (Mes, Sure, ecc. che, ritengo, per la partita del Mes saranno sottoposti soltanto a condizionalità “tecniche” e non macroeconomiche, in termini di destinazione d’uso della spesa basata sui prestiti contratti e di impegno alla restituzione dei fondi) che la Ue sta costruendo in questi giorni, mentre è del tutto chiaro, persino dalle dichiarazioni della Presidente Von der Leyen, che per molti anni ancora sarà necessario spingere sulla leva degli investimenti pubblici, cioè della spesa pubblica in conto capitale, per ricostruire le capacità di crescita delle economie europee, senza preoccuparsi troppo dell’impatto immediato su deficit e debito. Anche perché i cosiddetti “successi” del vecchio Patto di stabilità sono piuttosto dubbi: la Grecia viaggia al 180% di debito/Pil, il Portogallo al 121%. Valori molto più alti di quelli precedenti alla “cura” europea ricevuta tramite la Troika.
Evidentemente, una Europa che naviga nel debito pubblico non potrà che prolungare ed anche potenziare i già imponenti programmi della Bce di acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi più fragili, checché ne pensi la signora Lagarde e non può escludersi nemmeno la possibilità che la Bce sia, ad un certo punto, costretta a violare il suo stesso Statuto, intervenendo sul mercato primario dei titoli di Stato, acquistando l’invenduto delle aste, se vi fossero massicci attacchi speculativi mirati al fallimento dei Paesi più deboli. Inutile girarci attorno. Circa il 31% del debito pubblico italiano nel 2019, una astronomica cifra pari a quasi 760 miliardi, è in mano a soggetti esteri, perlopiù tedeschi, statunitensi, francesi e britannici. Se lo Stato italiano dovesse andare in default per insostenibilità del suo debito, l’effetto sul sistema finanziario globale sarebbe quello di una supernova che implode trasformandosi in un maxi-buco nero in grado di risucchiare qualsiasi cosa. Anche solo un downgrade del rating di debito italiano potrebbe essere pericoloso per i delicati assetti patrimoniali delle banche internazionali. Non stiamo parlando dei circa 170 miliardi di debito estero della Grecia al momento della crisi del 2010. La proporzione è di 1 a 4,5.
Un secondo fronte di profondo ripensamento sarà costituito dal ruolo dello Stato nell’economia. Per lunghi anni stigmatizzato come fonte di ogni male dalla dottrina neoliberista imperante, tale ruolo diverrà fondamentale per programmare, attuare, monitorare e valutare i programmi importanti di investimento pubblico che i vari strumenti di sostegno alla ricostruzione economica europea, in corso di varo in questi giorni, prevederanno. E, d’altra parte, la pesante crisi renderà inevitabili interventi pubblici di salvataggio di imprese, o perché strategiche, o perché socialmente troppo delicate per fallire. La Commissione ha già aperto, di fatto, all’ennesimo salvataggio pubblico di Alitalia. Altri casi seguiranno, e non solo in Italia. E’ impensabile, ad esempio, che il governo tedesco prima o poi non intervenga per salvare il suo colosso bancario, la Deutsche Bank, già oggi molto pericolante, stanti anche i legami vitali esistenti fra banche e grandi industrie in Germania.
Un terzo fronte, e qui entriamo, forse, in territorio più delicato, è quello sociale. L’economia, specie quella di Paesi come l’Italia e la Spagna, recupererà molto lentamente. Ma anche la Francia e la Germania, fra i Paesi più duramente colpiti dall’infezione, assisteranno ad un ingente aumento di disoccupazione e povertà, che sarà riassorbito solo nell’arco di lunghissimi anni. Come noto, disoccupazione e associata povertà sono fenomeni caratterizzati da isteresi rispetto alle fasi crescenti del ciclo economico, cioè rispondono con ritardi temporali anche significativi alla ripresa della crescita, anche perché spesso quest’ultima si accompagna ad aumenti della produttività, quindi non vi è una significativa crescita della domanda di lavoro aggiuntivo da parte delle imprese. Questa crisi, peraltro, si intreccia con la quarta rivoluzione industriale, che sta portando avanti, fra le tecnologie-chiave, anche la cibernetica e l’intelligenza artificiale. Nuove tecnologie che, come riconosciuto persino da chi ha la visione più ottimistica (ad esempio il Politecnico di Milano[2]) distruggeranno, nel medio periodo, milioni di posti di lavoro, prima che i “nuovi mestieri” indotti dalla Rivoluzione tecnologica e dalla crescita economica conseguente compensino positivamente tali perdite. Secondo l’Osservatorio sull’intelligenza artificiale del Politecnico di Milano, infatti, nei prossimi 15 anni, in Italia, al netto degli effetti demografici di invecchiamento della popolazione, la diffusione delle tecnologie cibernetiche distruggerà 3,6 milioni di posti di lavoro equivalenti.
Tutto ciò significa una cosa molto chiara, per molti aspetti inevitabile. Già da oggi, con il coronavirus, e nei prossimi anni, fino a quando l’attuale rivoluzione tecnologica non entrerà a regime, dovremo abituarci a sistemi economici dove ampie porzioni di popolazione saranno oggetto di programmi di assistenza passiva, senza aver la possibilità di entrare nel mercato del lavoro. Tutti i dibattiti sterili di chi ancora assume una logica lavorista, tipicamente la destra, sul grado di “assistenzialismo” di programmi come quello del reddito di cittadinanza, non tengono conto del fatto che, nei prossimi anni, con l’epidemia già domani, milioni di persone, semplicemente, non potranno accedere ad un posto di lavoro. E per disinnescare questa bomba sociale e politica ci saranno solo due strade: lo sterminio di massa, che ovviamente ci auguriamo che nessuno desideri (ed in fondo le misure di contenimento sanitario messe in atto da quasi tutti i Paesi europei mostrano come la nostra civiltà conservi un DNA umanitario) oppure l’assistenza di massa.
Questo aspetto, però, pone una serie di altri problemi. Una ampia massa di popolazione assistita, anche giovane ed attiva, diventa una massa di manovra facilmente manipolabile da chi coltivasse progetti autoritari. Niente di nuovo: con il motto “panem et circenses” gli antichi romani avevano capito perfettamente che il mantenimento del consenso del popolo dipendeva da distribuzioni frumentarie e spettacoli. E ci sono chiare evidenze storiche del fatto che l’antico cittadino romano libero, anche se in condizione di povertà, lavorasse poco, specie se residente nelle città, perlomeno rispetto agli standard odierni. Secondo lo storico Jérome Carcopino, nel suo libro “Daily life in ancient Rome”, il cittadino romano lavorava fra le sei e le sette ore al giorno, per non più di cinque o sei mesi all’anno, godendo di rilevanti integrazioni da assistenzialismo pubblico al suo reddito personale. Naturalmente, specie in epoca imperiale, tale dipendenza dall’assistenza pubblica era pagata in termini di minore libertà personale, di assenza di quei diritti civili e politici cui la nostra democrazia liberale ci ha abituati.
Non è peregrino immaginare che lo schema si possa riprodurre anche oggi, magari in forme differenziate, fra chi propone un autoritarismo globalizzato, con istituzioni, come quelle europee, lontane sia dal cittadino e sia dai comuni meccanismi di rappresentanza democratica dello Stato liberale, ma che però detengono i “cordoni” della borsa dell’assistenza, generando di fatto una sorta di oligarchia tecnocratica che dispensa soldi dalle finestre della sua cittadella verso le masse degli esclusi che premono alle sue porte, e chi restaura un autoritarismo etnico, confessionale o nazionale.
[1] Che avrebbe parlato di ripristino del Patto di stabilità dopo la crisi, con un mero rescaling dei valori dei parametri per tenere conto della nuova situazione determinatasi anche nei bilanci degli Stati più virtuosi.
[2] Cfr. https://www.zerounoweb.it/trends/lavoro-e-ai-piu-che-una-minaccia-o-unopportunita-lintelligenza-artificiale-e-una-necessita/