DALL’OCCHIO BORGHESE E CONTADINO ALLA METAMORFOSI DELL’ARTE

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LUCIO TUFANO

La campagna è immensa, profonda e misteriosa, ci raccoglie nel suo grembo con le case disseminate sulle fiumare e sui lembi di cielo. Potenza è il centro più grosso, sede degli uffici, dei tribunali e delle carceri. La campagna è dentro di noi e conserva la sua anima antica, i lamenti, i festini, la inesorabile fatica, le leggi naturali, i moti del calendario e i significati; le fiere, la festa del patrono, i pellegrinaggi, la semina, il mercato della città. Siamo gli attori di un teatro, un angolo di mondo; viviamo sulla linea di frontiera, il confine tra città e campagna; paghiamo il dazio sulle derrate, balliamo la tarantella. Nel bicchiere tracannato scorrono le pestilenze, i terremoti, le accese trebbiate, i crepitanti scrosci, le fresche sorgenti occultate al giorno dalle cupole folte delle querce. Il cugno delle brecce racconta una natura aggressiva che penetra dentro le vie. I grilli d’estate giungono fino alla piazza e balzano sui tavoli del caffè Pergola, sui palchi del Teatro Stabile e l’erba cresce negli interstizi dei muri. Tra i molari delle pietre, sugli usci delle porte, il muschio feconda la base degli archi. Così accade ai castelli diroccati con le finestre vuote di cielo e avvolte di corvi…. Siamo i contadini, i figli dei contadini, i nipoti; tutto ciò che è storia, patrimonio, cultura è in noi, anche se la città indossa i vestiti di panno e i cappelli di feltro. Qui si appronta la nostra leggenda di contadini di città, di quanti vivemmo la frugale storia di maggesi e di stagioni, di maiali trafitti dal pugnale, impiccati alle travi maestre delle navi primordiali. Diverremo i piccoli borghesi del palazzo, impiegati degli uffici, i sottoproletari che indossano come riscatto, la divisa dei provveditorati e delle sovrintendenze. Quando la resa e l’omertà dei tempi hanno sostituito i fermenti, la memoria del segno e del colore ha sempre perpetuato nelle tele un antico rapporto violato dalla logica delle costruzioni. Centro storico e campagna sono le costanti di una pittura dei vasi comunicanti che nel paesaggio, ha trovato il modo di tramandarsi nelle diverse versioni di stile e tecniche. Se è vero che ogni città implica staticità nelle sue forme strutturate e dinamica nella sua storia, è anche vero che Potenza più che “dire” il suo passato, lo contiene. Lo contiene nel suo  centro storico, cuore e baricentro del suo equilibrio topografico, bussola delle latitudini e delle longitudini urbane, balcone, barbacano e balaustra delle case e delle chiese. Esistente e progetto, segno insieme delle strutture sociali, esito della circostanze determinate, testo dei modelli di vita e delle gerarchie di valori, risorsa e sfruttamento, campo di forze interagenti, simbologia di realtà evocate, produzione e scambio, rappresentano il diagramma psicologico del privilegio, del rifugio e delle disparità. Da esso dipartono la identità di città meridionale, le sue componenti, la sua centralità, l’origine della sua crescita, e quell’afflato poetico che ha preso decine di pittori assorti a ritrarla negli scorci di paesaggio e nella sua poliedricità. Spettava agli artisti cogliere questo pugno di città, di immagini, di relazioni, di impulsi sociali ed economici, nelle suggestioni e nella “memoria”, questo spicchio di mondo, questo riepilogo … e non era possibile, pena la caduta della sua identità, prescindere dalle sue vecchie pietre, dalle sue architetture, dagli spazi e dai cortili, dalle piazzette, dai vicoli, dal suo grigio e dai suoi scorci di paesaggio verde-gialli, dalla sua atmosfera di stagioni, dal rumore diurno, dalle sue intermittenze postmeridiane. Perciò sono inscindibili l’arte dalla comprensione dei temi che tratta, gli artisti dal giudizio dei critici, l’opera dal suo osservatore e l’esperienza del pittore dalla sua stessa vita e dal suo luogo di nascita. È così che prendendo in esame i quadri belli o meno belli, vi sono sempre interpretazioni da operare, equivoci da scansare, insidie da eludere. È sufficiente lasciarsi andare sul filo della memoria perché la vita e il mondo dei nostri pittori si riesumi non per categorie ideali, bensì per opere, iniziative ed esperienze, al fine di cogliere il valore finale che l’arte deve avere, il suo valore di poesia. Questo in sostanza l’esito che ci soddisfa, termine ultimo e naturale del lavoro pittorico, il solo che possa assicurargli durevole forza nel tempo. E questo anche perché il tempo, nel recuperare una sua dimensione, recupera la qualità delle produzioni d’arte. E se il tempo fissa una volta per sempre la realtà rendendola ossificata ed immobile, è pur vero che “la memoria è conservazione integrale ed automatica del passato, il passato come realtà che sopravvive a se stessa e si prolunga nel suo presente; una sopravvivenza indipendente ed integrale, una sopravvivenza in sé”. Il pittore dipinge le cose che ama? Certamente, anche perché raramente egli dipingerebbe le cose che non ama. E qual è l’oggetto d’amore che egli ama dipingere? Egli dipinge il volto della sua città. È bene perciò definire i termini, i limiti, gli intrecci di esso. Le basi non nebulose e quelle che hanno bisogno di essere delimitate. Si va così poeticamente a segnare il tracciato dentro il quale sviluppa la sua poetica. E l’atto d’amore diventa atto di possesso, nella sua tragicità e nella sua liricità. Il pittore si impossessa di una cosa che gli appartiene. E qual è la cosa che gli appartiene? La sua città, i suoi angoli, i suoi vicoli, le sue piazze, la sua campagna, infine il suo paesaggio. V’è quindi una condizione di rifugio dalle negatività, da ogni negatività, quella della società degli uomini, del lavoro, del potere, dei rapporti familiari, di tutto ciò che dentro il suo animo è turbamento, angoscia. Ecco che cerca disperatamente un approdo nella serenità di un atto che anche come soliloquio, come fatto onirico, come ricerca per sopravvivere alla propria morte, agevola questa fuga dalla realtà negativa. Il paesaggio urbano e quello campagnolo sono stati una condizione di natura geografica, una aggettivazione carica di significati limitativi dal punto di vista spaziale e multipla nel senso delle  relazioni e dei fermenti, specie se riferiti alla vita cittadina. L’evoluzione tecnologica ed economica è direttamente in funzione di quell’altra evoluzione che vede lo spazio dilatarsi. Il paesaggio richiama alla memoria i luoghi in cui si è stati volentieri, o magari si è sofferto, ma tutto trasfigurato e alleggerito, come distante nello spazio e nel tempo. Senza esservi costretti, i pittori si rivolgono alla immagine della città e a quella della campagna e vi ritrovano una loro esplicitazione e tensione emotiva. La campagna e la città in osmosi e come transfert, non disgiunte nella istantaneità di un univoco lirismo. Perché anche partecipando alla vita della polis, la borghesia trasferiva nella campagna i segni della città, alla linea del palazzo collegava anche quella del palazzo agrario e baronale, alle costruzioni notabiliari di città le rade costruzioni, altrettanto nobiliari, del soggiorno rurale, delle ville e dei villini quasi recandovi le molteplici tensioni che vive la città. Si è trattato infine di una sorta di approccio della città scaricato nella campagna. 
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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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