DENTRO LA STORIOGRAFIA SOCIO-RELIGIOSA: GABRIELE DE ROSA RICOSTRUITO DA GIUSEPPE M.VISCARDI

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di Antonio Lotierzo

Viscardi ha ripercorso in maniera originale e problematica le vicende storiografiche connesse con l’itinerario, anche umano, di Gabriele De Rosa (1917-2009) che, fra 1960 e 2005, rappresentò il maggiore esponente della storiografia socio-religiosa, diffusa da Salerno a Potenza ed a Vicenza, partendo dal nucleo fondativo di Giuseppe De Luca, che per primo stabilì un rapporto con i francesi nell’enucleare la storia della pietà ( qui con ampiezza ricostruita). L’insieme dei saggi, fusi in unità ideale e di godibile lettura, si muovono secondo un’ellisse, con curvature e riprese, riannodi teorici e vasti scavi nel ‘diario’ di De Rosa che vivifica ancora di più le pagine già dense di illuminazioni, fini distinguo e voluminosa bibliografia. La densa prefazione di André Vauchez riassume la gratitudine reverente con cui Viscardi si è accinto a descrivere un contesto culturale, il gruppo italo-francese che partì da Bremond-De Luca e pervenne a Le Bras-Poulat-Vovelle. Tutti condividevano l’insoddisfazione per la storiografia istituzionale della Chiesa (da Jedin a Schimmelpfennig) e le tematiche del potere temporale; tutti ricercavano il ‘vissuto religioso’ del popolo, superando le dinamiche già evidenziate dai marxisti. La pietà, ricercata non solo in testi letterari, si evidenziava nella quotidianeità delle esperienze umane, nelle forme particolari dell’amore di Dio, che spesso urta e si confronta con la popolare selezione delle prescrizioni del clero e dei vescovi residenti e sinodanti, mescidate con le forme tecniche del magismo ( qui appare il confronto problematico con A. Gramsci e con E. De Martino, di cui molto riferisce Viscardi ma che si amplia ora che Einaudi ha (ri)pubblicato testi da Morte alle Apocalissi – 2019). De Rosa definisce la religione popolare in termini di relazionalità umana: “ è sempre in rapporto a un comando, a un divieto, a un modello che viene dall’autorità ecclesiastica, dalla norma scritta, dalle leggi della Chiesa. Non è cioè una categoria a sé…”(p176). Eppure, qui, Vauchez scrive che “grazie a degli uomini come De Luca, De Rosa e Delaruelle, non è più possibile continuare a considerare la pietà delle masse come un semplice riflesso degradato di quella dei chierici”(ivi, XIII), anche perché il Vaticano II – che forse per contesto influenza sulla nascita l’ottica di De Rosa – mise l’accento su di una Chiesa costituita da un popolo di battezzati in cammino verso l’eternità attraverso i combattimenti di questo mondo storico. Viscardi non ignora neppure il tema della morte della metafisica (da Galilei-Kant a Nietzsche-fisica quantistica) vale a dire della decristianizzazione dell’Europa, dovuta anche all’industrializzazione, all’urbanesimo coercitivo ed alla globalizzazione nelle forma finanziarie che ci stringono, ma lo lascia aperto quanto ineludibile.

M.G.VISCARDI

Di De Rosa rimarca il celebrato saggio su Angelo Anzani (vescovo di Campagna dal 1736 al 1770) che non solo inaugura questa storiografia ma mette in mostra la bella forma della scrittura derosiana, che è fluida, scorrevole, illuminante senza pedanterie, da ‘Vescovi’ fino a ‘Chiesa’, un modo di scrivere che è pieno nella ricerca ma elegante e scorrevole nella resa linguistica finale, che evidenzia un’attenzione pregevole per le forme espositive del saggio. Voglio sottolineare che Viscardi opera qui ciò che in pittura si definisce una ‘mise en abyme ‘, una descrizione dell’altro (De Rosa) che riporti anche la fotografia dell’autore (Viscardi), una sorta di autobiografia scritta attraverso la figura da sfondo di De Rosa e questo gioco di specchi e di consonanze emotive rende accattivante questo saggio che è anche una sorta di proprio ‘diario’ ritessuto su e con un altro diario (pregnanti e ridicolose quelle sul Sessantotto a Salerno e le deficienze degli accademici, eterne e puerili ricerche di comodità). De Rosa ha seguito decine di ricercatori che si sono spinti a studiare sinodi, visite pastorali, relazioni ad limina, benefici parrocchiali e intrecci patrimoniali con le famiglie locali delle ricettizie, poi confluite nella borghesia ottocentesca positivista: cito qui per tutti e per la sola Basilicata,G. Colangelo per la diocesi di Marsico; G. Libertazzi per Lacedonia; A. Lerra per le ricettizie; fino alla produzione della laterziana Storia della Basilicata, opera in cui brilla per sintesi l’analisi di G. D’Andrea, opera che non ci fa dimenticare ma integra i precedenti storiografi: Racioppi e Pedio, ineludibili per forza delle tesi esposte e vastità degli scavi utilizzati.

Giuseppe M. Viscardi, Tra storia della pietà e sociologia religiosa. Gabriele De Rosa e la religiosità delle plebi rurali, Edizioni Di Storia e Letteratura, Roma,2022, pp.325,40e

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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