Mamma,
con dignità,
dopo avermi abbracciato,
e baciato
mi guardasti negli occhi:
io guardai nei tuoi:
la nostra amarezza era evidente.
Con dignità ti girasti
nascondendomi
una lacrima furtiva
scivolare sul tuo viso.
Il conducente della corriera
pronuncio`: Signori, si parte !
E` fu il distacco.
Ero piccino, non sapevo di viaggi…
Era il primo che affrontavo.
Sradicato dal mio mondo,
mi avviai verso l’ignoto,
ricordo, mi incollai al finestrino.
Osservavo trovando
interessante la parvenza
che alberi posti ai bordi
della rotabile fossero
più veloci di quelli
posti piu`lontano,
tutto sembrava rincorrersi.
Poi, con la mia piccola mano
ben stretta a quella di mia sorella,
a Metaponto, dal bus
passammo al treno per Potenza.
Non finirono le sorprese
viaggiavamo più veloci,
venivo sballottato: sussultavo.
Venivo spinto in avanti
mentre il treno rallentava,
con quel fastidioso latrare dei freni
quando ci si fermava alle stazioni.
Tutte simili: piccole, solitarie
ravvivate da vivaci rododentro.
Si riprendeva il viaggio,
nell’ illusione infantile, che,
a partire, fossero
le stazioncine del Basento,
o altri treni, in realtà fermi.
Il paesaggio cambiò,
La valle veniva stretta da irti pendii.
Poi si faceva buio e nei vagoni
si accesero le luci, per me fu strano:
Si era in pieno giorno….
Ed ecco alternarsi chiarore e l buio.
Mi chiedevo, confuso:
Perché già notte,
cosa stesse succedendo….
Poi di nuovo giorno,
troppo rapidamente,
mi guardavo intorno interdetto,
coglievo sguardi degli altri passeggeri.
Quegli sguardi sciocchi
che mal sopportavo,non li capivo
volevo fuggire quegli sguardi balordi
Non risparmiai loro un ” vaffanculo “
Poi mia sorella, notando il mio disagio,
mi venne in soccorso,
mi disse, delle gallerie
spiegandomi gli effetti.
Infine giungemmo a Potenza
con negli occhi le immagini
dei tanti paesini appollaiati
su colline e rupi il fiume Basento:
bella, povera Lucania.
Vi era una stazione grande nel capoluogo:
tanta gente frettolosa, studenti ben vestiti.
La città mi era nuova,
giungemmo a casa
in via Angilla Vecchia.
Osservavo deluso,
fuori non c’era il mare,
Ma solo orizzonti
monotoni, montani.
Poi venne sera, ero deluso,
mia sorella mi mise a letto.
Prima di addormentarmi
pensai a mia madre:
La chiamai col silenzio
del cuore e iniziai
a ripassarne il volto
la voce, la dolcezza,
le sue tiepide braccia
tenermi amorevolmente
ben stretto al suo seno.
Ripassavo quella sua lacrima
che voleva nascondermi
prima che io partissi.
Poi formavo un pensiero per lei:
“” Mamma, ti voglio bene,
Ma tanto bene !””
Il destino, allora triste,
ci separò per sempre
donandomi il ricordo più grande:
Il tuo,mamma.
Oggi, una lacrima si adagia
e bacia e indugia tra le mie rughe:
vi è la nostra vita ed il tuo amore
materno nelle mie rughe, nell’amore
che mi donasti quando ero piccino,
che ha sempre reso vana
anche la tua precoce morte, mamma.