Ieri pomeriggio nella chiesa di san Nicola di Lauria si sono svolti i funerali di Domenico Pittella, socialista senatore della repubblica e sopratutto medico. Anzi: , come ha detto il Sindaco di Lauria,”il medico” nel senso che, per la comunità lauriota, era il punto di riferimento di tutto quello che poteva essere il welfare sociosanitario: dal 118 notturno, al medico di continuità, al pediatra , all’gienista e anche all’assistenza economica e sociale. Nella omelia del vescovo della Diocesi, nei ricordi delle autorità è emerso prepotente il ritratto limpido di un uomo legato alla sua comunità , emblematica di tutti i territori interni, con la sua arretratezza, le difficoltà nelle comunicazioni, le difficili condizioni di vita. Mimì Pittella, chiamato Don Mimì per il rispetto che nei nostri paesi si dà alle persone che hanno carisma ed ispirano fiducia , è stato una meteora, atterrata da una politica condizionata da rancori, invidia e competizione sfrenata. Sull’uomo e sul medico si è detto tutto. Sul politico, sulla sua figura da socialista, ecco un documentato articolo di Lucio Tufano.r.r.
LUCIO TUFANO
DOMENICO PITTELLA, UNA METEORA NEL LAGONEGRESE
- Cronache del “provincialsocialismo” ed il “sud del sud”.
Era la routine, alla fine degli anni ’40 ed inizi ’50, quella delle fredde mattinate del 10 maggio, quando il solito sottoproletario, dalla giacchetta a toppe, precedeva il nugolo sparuto di quattro o cinque sindacalisti, qualche impiegato, gli operai dell’edilizia cittadina, l’indimenticabile deputato comunista. Freddolosi primi di maggio, festa dell’attesa, del grigiore, del sottosviluppo, degli assonnati contadini strappati alla campagna per un estenuante comizio, con berretti a cenci di velluto e carpe della domenica. Erano i cortei di “pane e lavoro”.
La lotta era scritta nei cartelli e la rabbia nei manifesti, ed era il segno della disoccupazione ansiosa. Gruppi di donne contadine, venute dai paesi vicini, canticchiavano, rauche le voci, “bandiera rossa trionfa già”. Era questa nella città, già democristiana e dell’invadente doroteismo di Emilio Colombo, la coraggiosa mobilitazione che, comunque, dava alla giovane nostra carica ideale, l’ardua speranza di una rivoluzione per il Socialismo. Si era negli anni dell’immediato dopoguerra.
Man mano però i partiti laici presero ad organizzarsi. Si aprivano le sezioni … Venivano da Roma Amendola e Chiaromonte. A Potenza i socialisti avevano tributato le onoranze funebri al professor Vincenzo Torrio e la sezione del PSI annoverava il primo gruppo dirigente in Ernesto Gatti, Ninì Vicario, Federico Gavioli, Oreste Onorati, Saverio Cicco, i giovani Antonio Micele e Vittorio Mecca. Vi era già stata la scissione con i socialdemocratici.
Ma la Democrazia Cristiana era già maggioranza … e man mano i contadini venivano organizzati nelle mutue dei coltivatori diretti, entravano nei can ieri dei lavori pubblici. La città stava generando pattuglie di giovani che dall’Azione Cattolica si trasferivano negli impieghi dei nuovi Enti, dei Consorzi, della Riforma, occupando le scrivanie degli Uffici pubblici, grazie al veemente clientelismo.
È qui che bisognerà raccogliere tutti il “primo maggio”, anche quelli più importanti delle nostre timide primavere potenti ne, rievocare le piazze piene, le proteste, gli scioperi, le campagne elettorali esagitate, i comizi assordanti; bisognerà riportare sulle piazze della memoria i capi popolo come Strazzella, Elio Altamura, Domenico Giannace, Gennaro Laus, Mauro Di Lonardo, Giuseppe Novello, quelli di Lavello e Venosa …
Poi, finiti i tempi eroici, catturati dallo stipendio e dal posto sicuro, sull’onda di quanto operava il clientelismo democristiano, molti si accingevano ad iscriversi anche ai partiti della sinistra, convinti ormai che la politica aprisse nuove occasioni e possibilità, specie quando qualche partito diventava forza di governo.
Fu allora che nel PSI, una vasta categoria di politicanti, di impiegati, di maestri, avvocati, medici, si collocava spesso alla testa delle sezioni, reclutava tessere e aderenti, capeggiava fazioni e correnti, per perseguire i propri obiettivi e le proprie ambizioni, strumentalizzando i congressi.
Ed erano, di solito, sostenuti dal sottoproletario subdolo ed ignorante, disposto a vedere nel piccolo borghese il proprio leader o il proprio onorevole. Il piccolo borghese che, con i suoi stimoli di temperamento o di “fascismo temperamentale”, trasmetteva a coloro che gli gravitavano attorno, formule, odi, retoriche, teorizzando i bisogni e le aspettative dei più, per acquisire posizioni o per impossessarsi di leve più agevoli.
Tutto ciò accadeva senza che si prescindesse dal tema della socialità nei discorsi e nelle azioni, mascherando i propri intenti ed usando slogan, espressioni, parole legittimate da motivazioni democratiche. Solidarietà e Socialismo erano le finalità, destinazioni sfumate e lontane, da perseguire e realizzare con l’impegno della base. Un tale alibi, se vogliamo, in anni precedenti, nobile e portentoso, diventava l’equivoco fondamentale. Il punto di partenza era sempre l’ambiente di provincia, con le sue miserie, le sue speranze, i disinganni, le illusioni, l’ambiente che, per la maggior parte dei casi, rimane inesorabilmente il punto di partenza e dove, anche in casi assai sporadici, si matura la genialità, più frequentemente si verifica la graduale caduta di tutti i sogni di gloria. Ed i piccoli borghesi imitavano i grandi borghesi, ed ogni fenomeno di inurbamento o di inserimento nel processo dei servizi o produttivo, nella scalata sociale, si riduceva in un mutamento delle condizioni economiche e nel rigetto di quelle lasciate, in un ripudio, anche astioso a volte, del paese di origine, del vecchio vicinato e dei parenti. Tutto portava la nuova folla, convinta di aver strappato il proprio riscatto, a tuffarsi nel ceto medio.
Eppure ai vertici della Storia e della tradizione vi erano state famiglie della borghesia agraria e professionale che avevano condotto gli eventi di buona parte dell’800 e di quella del ‘900. Alcuni esponenti erano ancora protagonisti dell’azione politica.
- Il Socialismo umanitario ed il cinismo della politica.
Si era ormai negli anni ’60, quando il segretario regionale del PSI, apriva una riunione del direttivo con la euforica espressione: “compagni abbiamo trovato una miniera”. La miniera era la montagna di Lauria, paese del Lagonegrese, le cui vene avrebbero portato al partito, bisognoso di voti per l’intollerabile egemonia, in Basilicata e specie in provincia di Potenza, della DC e del PCI, una maggiore forza. Si trattava del medico Domenico Pittella, noto per la sua assillante militanza ed assistenza professionale presso le famiglie contadine di Lauria e del Lagonegrese, sempre disponibile presso i loro sperduti casolari, raggiunti anche a dorso di mulo. La conquista elettorale di quelle popolazioni appariva piuttosto suggestiva ed interessante e, con il calcolo del rischio calcolato, la operazione non avrebbe dovuto minare la stabilità e l’equilibrio del gruppo dirigente del partito.
In verità si aveva il sentore che un tale prodigioso operatore sanitario, anche titolare di un accurato presidio clinico ed ambulatoriale, poteva promuovere una tale valanga di consenso e fruendo di fervori e stima dalle popolazioni da far crescere il magrissimo quoziente elettorale di un PSI che, dopo anni di opposizione si accingeva ad un meticoloso patto di incontro-scontro con la DC e ad assumere responsabilità nella gestione del potere.
Intanto il PSI aveva perso i suoi migliori quadri e molti iscritti nella scissione del PSIUP, gli autonomisti di Nenni si erano spinti a trattare con la DC, fermo restando, alla fine degli anni ’60, la proposta di un rapporto preferenziale con la stessa, senza la presenza del PSDI già alleato della DC negli anni precedenti. L’operazione non riuscì e, con un ennesimo monocolore, appoggiato dai socialisti, il dc Vincenzo Verrastro, con le elezioni degli anni ’70, istituì la Regione, non solo come struttura, bensì come organizzazione degli uffici e come recepimento del personale, quasi tutto dc, per comando ed assunzioni.
Quelle elezioni videro già il Pittella, eletto alla Regione, fatto dimettere per ineleggibilità, quale medico condotto ed ufficiale sanitario.
Questo fu il primo affronto subito da Mimì Pittella, in una realtà – come scrive Albino Rossi nel suo: Il mio lungo cammino (Creged Editrice 2001, Latronico – parlando bene anche di Michele Speranza, dirigente del PSI: «popolata da molti – troppi – trasformisti, mistificatori ed affaristi, privi di morale e vuoti culturalmente).
- Ma chi era il medico Pittella?
Un militante del suo ruolo, in soccorso di tutti, della povera gente e che concepiva il partito come strumento essenziale per la liquidazione del vecchio ordine sociale, per il primato delle persone e garante dei diritti democratici, da quello dello sviluppo a quello della dignità umana. Egli riteneva che un altro Mezzogiorno fosse possibile, non più solo corruzione, incapacità e spreco. Egli credeva nell’azione politica e nel buon governo, questo il suo ideale romantico al cospetto di una delusione pragmatica che man mano lo affliggerà. Perciò militava nel PSI perché il socialismo umanitario si prende cura degli ultimi conciliando libertà politica e libertà dal bisogno …
Che cosa voleva Pittella? Come medico delegato da popolazioni che non avevano la forza di esercitare i propri diritti, voleva una rivoluzione non violenta per sovvertire le ingiustizie e le vecchie angherie, far emergere un nuovo Sud, per diffondere la cultura, con la mobilitazione delle istituzioni … risollevare le sorti di quel “sud al cubo”.
Non fu un notabile, giacché si faceva carico di battaglie di cambiamento difficili, non si fregiò del titolo di onorevole senatore come accadeva agli altri votati della DC. Si sentiva, a suo modo, un rivoluzionario ed un riformista nell’adottare metodi più efficaci per ottenere conquiste utili al suo popolo. Del resto la storia della sua “clinica del popolo”, una struttura eccellente eretta e mantenuta per i bisogni del popolo, del suo popolo e che la mala politica pretese di annientare per due volte di seguito, lo attesta.
Ma il sistema politico, la logica degli arrivismi, l’ingordigia di chi fa politica di mestiere non avrebbero mai consentito tutto ciò.
Già agli inizi degli anni ’70 aveva intravisto nell’attuazione dell’ordinamento regionale un fatto molto importante, per il riordino dello Stato e della sua centralità, un freno alla invadenza dei prefetti, forme nuove ed originali di organizzazione dei servizi e dell’attività amministrativa, un nuovo modo di programmare lo sviluppo, il legame dei cittadini agli enti locali.
Né gli si può imputare la gran serie di leggi “prodomomea” che le “corporazioni assembleari” hanno via via approvati: indennità, rimborsi forfettari, spese di gruppi, vantaggi vari e vitalizi …
Da senatore tentò di operare contro le abitudini mediatorie dilatorie che stravolgevano le riforme appena formulate e decise, fu per l’autonomia del PSI, un partito che ancora si perdeva dietro i forti accenti di Rodolfo Morandi, un PSI che doveva preoccuparsi più di differenziarsi dal modello socialdemocratico risorgente che dal “centralismo democratico” del PCI.
Infine la vicenda giudiziaria lo fermò, una vicenda che, riletta oggi, – scrive Salvo Andò, nella prefazione al libro (Una vita per il socialismo unitario, Koinè editore, 2015) – vede emergere mostruosi errori, sia sul piano dell’accertamento dei fatti che sulla valutazione giuridica. Si è trattato di una tendenza che si è andata via via consolidando, man mano che si verificava una forte espansione del potere giudiziario e che avrebbe coinvolto nella “via giudiziaria al potere”, tutti i partiti. «E abbiamo bisogno di ricordarlo, in cui uomini e donne che avevano dedicato alla politica gran parte della propria esistenza, sono stati giudicati, come malfattori, corrotti e corruttori dei mafiosi, nemici del pubblico bene, da chi alla politica non aveva dedicato un minimo del proprio tempo», come ricordava anni fa Ugo Intini.
Dal libro: Ricordi … per vivere di Domenico Pittella, Litografia Dottrinari, Salerno, 1984.
Nato e cresciuto in una famiglia borghese, dove le feste avevano inizio la mattina, in farmacia con Vanna, Maria Teresa e Lidia, dando gli auguri al papà; si pranzava nel “grande soggiorno”, dove mangiando e godendo l’aria primaverile, “con le folate odorose del vicino giardino” si faceva tardi attorno al dolce fatto in casa, la zuppa inglese e il liquore. Un ambiente e una casa da descrittiva gozzaniana: Gli alti specchi, sostenuti da mensole di “stile” riflettevano (per lui bambino e per le sorelle) le coppie sospinte dalle note del tango o dei valzer viennesi.
Nelle pause dolciumi, liquori dai colori molteplici, fatti in casa dalla mamma, rapidi incontri ed intense, nei balconi aperti e malfermi, rievocazioni della guerra da poco trascorsa, racconti di bombe, di morti, di feriti, di prigionieri e dispersi. Atti eroici degli italiani di Lauria, del prete Spagnuolo, del medico sanitario Pisani.
Veniva dai sogni delle letture di Giulio Verne, di Emilio Salgari, di Ada Negri e di Liala.
Un ragazzo afflitto dal ricordo di una guerra che aveva colto il paese lasciando le case ridotte a cumuli di macerie, i momenti terribili del 6-7 settembre, il fischio delle sirene, il fragore delle bombe, il rombo degli aeroplani, la oscura nube dei fumogeni prodotti dai tedeschi, il lamento dei feriti, e quello dei sepolti nelle macerie, il ricordo di Ilda, di zia Ada, e tu recitavi i versi di Gozzano o improvvisavi per lei uno stornello d’amore. Il pianoforte Boisellot, di mogano, veniva gestito con suono leggero da Diga, che accarezzava con dita sapienti il diffondersi di note dolcissime, una musica dolce, triste, ovattata, infine il brindisi ‘nei lieti calici’ mia madre versava il dolce moscato locale, e l’oratore augurava al padre, alla sorella Giovanna ogni bene, ai figli Vanna, Maria Teresa, Lidia, e la serata volgeva al termine.
Baciavamo papà e mamma andavamo nelle nostre stanzette per un rapido ed irresistibile inventario dei regali ricevuti, crollando sui lettini di legno addormentandoci e sognando.
Questi i ricordi di Domenico Pittella dal carcere, dove sopporta “l’inutile martirio” …
… Era luglio del 1981, tra le 14,30 e le 15,30. Stavo pranzando con i miei parenti e con i medici della Clinica che allora dirigevo! Dalla vetrata bussò piano il mio avvocato! Uscii dalla porta più vicina e raccolsi una giovane donna, sofferente, appoggiata con un braccio al suo accompagnatore e con l’altro alla stampella metallica! … Sentii l’obbligo di farlo! … Ferita accidentale, arma non denunciata, pericolo della libertà altrui … particolare interesse dell’avvocato! Un fatto sanitario come tanti … da dimenticare … senza interrogativi inquisitori, che non affiorano neppure nella mia mente! … In quelle ore, inconsapevolmente, costruivo con le mie stesse mani il rogo su cui, due anni dopo, sarebbe bruciata la mia vita …
N.B.: Recente sentenza della Corte di Cassazione. Nessun favoreggiamento per due medici campani che curarono un camorrista in casa:
… in tema di favoreggiamento ascritto ad un soggetto esercente la professione sanitaria, la situazione di illegalità in cui versa il soggetto che necessita di cure non può costituire in nessun caso ostacolo alla tutela della salute (TD redazione 22 settembre 2015).
