DONNARUMMA: TUTTI BRAVI COI MILIONI DEGLI ALTRI

0

NINO CARELLA

Sarà il caldo agostano anticipato a giugno, sarà la fine del campionato arrivata praticamente a marzo, saranno le scorie della finale di Champions. Sui social c’è un solo argomento trasversale” Donnarumma.

Il giovanissimo portiere del Milan, che in porta sembra un panzer di 100 chili ma che salta di palo in traversa come un agile felino africano, ha unito gli italiani al grido di: traditore!

Si sono visti milanisti tirare indietro le pupille e mostrare il bianco degli occhi, allargare le braccia al cielo ed evocare lo spirito (sportivo) di Franco Baresi a vegliare sulla società ormai italocinese.

Il portierone avrebbe commesso l’ignobile peccato di preferire (più) soldi alla fedeltà alla bandiera, alla maglia, ai valori sportivi della società che l’ha cresciuto e lanciato.

E tutti: buuuuu.

Ah, come siete tutti bravi coi milioni degli altri! “Ma come” fa un tizio su facebook “non ti bastano 4 milioni l’anno a 18 anni?” E ancora, gli fa eco un altro saggio su Twitter “Ormai comanda il Dio denaro. Almeno abbiate la decenza di non baciare le maglie”. E Kotiomkin se la ride col cliché sessista: “Se si fosse chiamato Uomorumma, non avrebbe fatto così il volubile”.

Ora, va bene che siamo rassegnati a lavorare come schiavi per un tozzo di pane. Va bene anche che nessuno pensi più di scendere in piazza per rivendicare salari migliori per sé stessi e per gli altri. Ma se Donnarumma fa sindacato da solo, c’è da fargliene una colpa? Sarà mica che scagliare cacca virtuale sull’ex milanista serva a scaricare le nostre coscienze di classe assopite e spaventate? “Ehi, io lavoro a 1.000 euro al mese perchè io ci tengo alla Ditta! E se mi chiedono di fare straordinari gratis, io li faccio, perchè siamo una grande famiglia! E poi se mi licenziano, ne trovano uno più giovane, magari più bravo, e io che faccio?”

È così, senz’altro. Ma i giocatori sono professionisti pagati profumatamente da società che guadagnano più profumatamente di loro, grazie alle loro prestazioni (diritti tv, premi, merchandising). E, peraltro, a differenza degli operai di una catena di montaggii, non sono sostituibili: se Donnarumma si licenzia, non puoi mettere in porta un precario a 600 euro al mese con contratto di formazione, solo perchè “altrimenti non ce la faccio a stare sul mercato”.

È così: io valgo. Quindi tu sganci la grana, che misura il mio valore. O io me ne vado.

Invece di criticarlo, dovremmo fare tutti come lui. Con le dovute differenze, si intende. Ma non c’è fedeltà possibile, nemmeno (soprattutto) nello sport, ormai finanziarizzato da decenni. 

Voglio vedere voi, rinunciare a decine di milioni di euro, per senso del dovere verso una presunta fedeltà dovuta. Non c’è fedeltà in questo mondo. Non c’e mai stata. Ci sono i soldi, che misurano il valore del lavoro di ognuno. E ci sono società che utilizzano il nostro lavoro per guadagnare a loro volta. E se io partecipo in maniera decisiva alla creazione di quel valore, ne voglio una fetta più grossa.

I sindacati questo discorso lo avevano capito già un secolo fa.

Quindi, oggi, #JeSuisDonnarumma.

[Foto di copertina: da Twitter]

Condividi

Sull' Autore

Ho impostato il navigatore in direzione aziendale ma, blaterando di democrazia e di sviluppo, ho svoltato a sinistra finendo dritto addosso a un blog: ed erano già passati quarant'anni.

Lascia un Commento