
di GERARDO ACIERNO
Accadde a marzo del millenovecentosessantasette. Metà marzo per la precisione. Come tutte le mattine, anche quella mattina Maria si accingeva ad accendere il fuoco di casa. La primavera lucana, fredda, quasi sempre umida e ventosa, richiede per lunghe settimane una solida fonte di riscaldamento. La donna, ‘bell e pront’ fin dalle prime luci del giorno, cantarellava a fior di labbra una melodia semplice, ingenua. Un canto di chiesa appreso da giovane, quando c’era il Fascismo, il Cavaliere Tucci era podestà e don Eugenio Sasso era arciprete di un’unica parrocchia. A quella stessa ora di quella giornata di marzo tutte le donne del vicinato facevano le stesse, identiche cose prima di dare spazio e ascolto al pianto dei figli piccoli, alle richieste di quelli più grandi, ai mugugni degli anziani, alle pretese dei mariti.
Chi ce li aveva i mariti in casa.
E sì, perché molti mariti erano all’estero per necessità, stanchi di spaccarsi la schiena nei campi e nelle tenute altrui per quattro soldi. Meglio il gelo svizzero e quello tedesco ma almeno il lavoro era ben pagato.
Maria questa situazione l’aveva spiattellata in faccia al Commissario di Polizia fin dai primi giorni della protesta che da mesi s’era impadronita dei vicoli e delle strade del paese: ‘Mai giovani li vediamo i mariti nostri. La gioventù la passano all’estero e la vecchiaia qui!’
In quell’occasione altre donne, più giovani e più arrabbiate di lei, si erano addirittura stese per terra e avevano bloccato il traffico senza dar retta agli appelli dei carabinieri della locale stazione. Protesta soprattutto di donne, per l’acqua che non arrivava nelle case, per le scuole non riscaldate, per le cose da mangiare che rincaravano giorno dopo giorno e per una diffusa povertà a malapena addolcita dalla solidarietà del vicinato.
Il vicinato. Nel paese, quando si diceva ‘u’ cënanzë’ (il vicinato) si sottintendeva ‘la vicinanza’: sia quella fisica sia quella affettiva. Il vicinato non era soltanto un pezzo di quartiere ma una parte di popolazione nella quale si mescolavano amicizie e solitudini, scambio di doni e liti furiose, feste comuni e lunghi periodi d’isolamento. Tutti i vicinati del paese avevano scalinate sulle quali nelle calde serate estive si radunavano donne e bambini, questi a giocare fino a tardi, quelle a chiacchierare, a parlare di processioni e funerali, a combinare matrimoni, a scombinare fidanzamenti. E c’era sempre qualcuno che suonava qualcosa da qualche angolo appartato, rovistato dalle lucciole. Il vicinato era come una famiglia numerosa, una squadra bene affiatata. Bastava una voce per chiamare tutti a raccolta. Ma anche un niente per litigare per poi fare subito pace. Tutti invitati a un matrimonio, tutti partecipi a un funerale. Quando il profumo del pane appena sfornato invadeva il vicolo, si sapeva che quel giorno ci sarebbe stata la focaccia per tutti.
Anche metaforicamente le donne di questo paese lucano avevano tenuto le mani in pasta. Infatti, nonostante fosse prevista dal codice civile, ancora nel ’67, la cosiddetta “potestà maritale” (la moglie è soggetta al marito” ) quelle donne, ovviamente all’oscuro di quella legge, partecipando alla rivolta comune e sentendosi coinvolte fino in fondo erano sicure e certe di esercitare in quel modo un ruolo nella loro vita. Chiedevano, insomma, di essere finalmente prese sul serio. Del resto in paese scioperi e rivolte guidate dalle donne avevano avuto inizio, secondo quanto andava ripetendo Maria, dal lontano 1 maggio del 1898: ‘Nello stesso giorno di una famosa rivolta di Milano, le nostre nonne si rivoltarono qui contro il sindaco per il prezzo troppo alto del pane.’ La donna, nel raccontare quella vicenda, così si vantava: ‘A Milano le cannonate sulla folla ordinate da un generale ottuso, qui le bastonate all’impiegato delle Poste per il veloce telegramma da lui spedito per avvisare i carabinieri di Potenza della protesta delle nostre nonne.’ A dire il vero era stato Tanino, il segretario politico della sezione del PCI ad ammaestrarla. E Maria aveva mandato a memoria tutta la faccenda, utilizzandola quando certi tipacci con la camicia o la maglietta nera e con strani simboli tatuati sulle braccia la provocavano ripetendo stupide parole e vecchie credenze contro le donne.
Erano, quelli, anni di guerra fredda anche nell’antico paese. In politica si alternavano anni ‘rossi’ ad ‘anni’ bianchi. Protestavano le donne ‘rosse’ ma se la cavavano discretamente anche quelle dell’altra sponda. Una delle prime sindache di Basilicata era di queste parti e di fede democristiana. Fu eletta nel ’53. Durò poco e lasciò per motivi personali ma operò bene. La DC del posto aveva gruppi femminili che si davano da fare un po’ dovunque: nelle campagne, negli uffici, nelle scuole e ovviamente nel mondo ecclesiale. La loro fede politica e un’insistente propaganda si racchiudevano nel motto “croce su croce”, facile richiamo allo Scudo Crociato democristiano. L’altra schiera, orgogliosamente rispondeva: “l’anima a Cristo ma il voto ai comunisti!”
Mani e menti di donne capaci e volitive nello stesso periodo con discrezione s’impossessavano anche del piccolo commercio. Negozi di frutta e botteghe di generi alimentari spuntavano dal nulla e c’erano donne a gestirli. Le sarte, poi, andavano per la maggiore, tanto che dal capoluogo si faceva la fila per farsi cucire da loro giacche e cappotti. Il tempo delle donne del posto chiamate a scavare fossi nei vivai della Forestale o nei cantieri comunali era finito, e si stava concludendo anche quello delle donne di servizio nelle case dei signori della città. Non si spegneva, però, la loro voglia di farsi sentire sempre e comunque. Anzi, andava sempre più consolidandosi la loro consapevolezza di contare sempre di più nella vita familiare così come nella vita paesana.
Questa convinzione raggiunse il suo apice quella mattina di marzo del 1967. Tra la folla che protestava c’era anche, per lavoro, un giornalista famoso richiamato qui dalla strana storia che circolava circa i contatori dell’acqua rifiutati dal popolo. Titolò la vicenda “I moti dell’acqua” e la raccontò attraverso le voci, le richieste, le lamentele, i gesti anche estremi di quel nutrito manipolo di donne che da mesi sfidavano autorità civili, militari e religiose. Si respirava una sorta di aria nuova, pulita, l’aria di un mondo guidato da creature che provavano a sentirsi alla pari con gli uomini: donne che volevano essere finalmente ascoltate. E alla cronaca migliore si consegnarono anche gli occhi grandi e bellissimi della vecchia compagna di Maria descritti dallo scrittore napoletano con manifesta simpatia (… occhi come mai se ne vedono da queste parti …). Occhi che a un certo punto s’incresparono di lacrime. Qualcuno disse per colpa dei fumogeni della polizia usati inopportunamente. Altri invece parlarono di lacrime di rabbia, d’impotenza e forse anche di senso di colpa.
Quando la protesta si concluse l’acqua tornò nelle tubature; dei contatori non se ne parlò per un pezzo e il paese mutò profondamente. Anche il vicinato con tutta la sua carica di umanità si ritrovò immerso nel distacco e nell’indifferenza. Si colorò di un grigiore tipico di una alienante periferia di città ma uomini e donne del paese scoprirono forse per la prima volta che un ‘rumore’ continuo e insistente nel chiedere rispetto per i propri diritti vale molto di più di un silenzio sofferto e assordante.