ENTRANO IN SCENA LE MASCHERE

LUCIO TUFANO

 

 

«Da vive erano tumide, sfrontate, invereconde, trappolone, pacchione, leccarde e sonore che con le loro capriole, le loro pirriche e le loro zuffe, irrompevano nelle piazze, e balzavano sui banchi e sui trespoli, lercie e grifagne, tonfando, berciando e fischiando, ciurmaglia bracata o sbracata, in camiciotto grigio, con un torciglio di fune alla cintola, agitando coltellacci da beccaio e mazze e pagadebiti; e portavano il berrettone tondo, ricadente, la famosa “breta” degli zanni, o cappelloni sformati, alla brava ed alla sgherra, a punta, a becco, con due o tre fili di spennacchio smilzo di pollastro, ed avevano la collottola rasa fino alla cotenna, come gli schiavi barbareschi o i rematori di galera; e sguardature fisse, bieche, impudenti, o trivelline o a squarciasacco; e barbucce a broccolo, e a capra, ed a virgola; o barbone alla cappuccina; o schizzanti fuori, sospese, dalla lunga baz­za caparbia; nasi badiali, adunchi o a piffero, lividi, o petanciani o fuligginosi, nappe rinca­gnate, cappe sopraossute o cicciose, bocche in­gorde, vecchiarde, gonfie, svivagnate, svergo­gnate; mostacci feroci da spaventa passeri e da torcimanni.

Non è al teatro, con la sua cornice da quadro, che bisogna pensare, per comprendere le masche­re; ma al trivio, alla taverna, al mercato, alla fiera, all’acrobata liso, che stende il suo tappeto pesto sul lastrico, e s’ingessa le suole piatte di pezza, e mostra pomposo lo sguscio turgido dei muscoli; o ai ciondoli, alle patacche, alle coccar­de del ciarlatano, che, prima di mettere in ven­dita la sua merce, attira la curiosità dei passanti con filastrocche e spropositi.

Nelle feste rusticane e nelle osterie suburba­ne, noi possiamo trovare ancora i ruderi di quel­la lepidezza burlesca e caricata; gli ultimi can­tambanchi girano ancora per le campagne, con la tuba ammaccata e infiorata, accompagnando, con ballonzoli e scrolli e sberleffi e strofe scom­binate, gli arpeggi della chitarra e la fisarmonica che scompagina e divarica le pieghe del suo man­tice.

Ma un tempo essi erano folla. Un tempo arrivavano, nei giorni dei grandi Santi e dei mer­cati popolari, nei borghi e nelle città, in comitive, a carrettate, carichi come muli e sordidi come zingari.

Le piazze ne rigurgitavano.

Davanti ad ogni bacheca e ad ogni baracca, sopra ogni tavolato, o travato, o ponte, o pulpito, o palco, c’erano un urlatore, un ercole, una salterina, un infarinato, un insaccato, un Bertoldo, un lanternone, un trippone o un pagliaccio.

Il teatro aveva già tolto alla piaz­za e stava fissando alcuni tipi comici, mentre nel calderone della baldoria, della galloria e della ribotta plebea bollivano sempre le materie prime e si ricocevano i residui, i cascami ed i sottopro­dotti di quelle elaborate.

Ma non diversi furono il fracasso, il bailamme, lo strom­bettio, lo stamburamento e l’enfasi insensata dei festival medievali. Possiamo trovarne in iu nuce tutti gli elementi, dal ciurmadore girovago alla credula folla, nella decima novella del­la sesta giornata del Decamerone, do­ve Frate Cipolla promette a certi con­tadini di «mostrare loro la penna del­lo àgnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quelli che arrostirono San Lorenzo».

Salva la debita riverenza per Sant’Antonio, questo suo fraticellaccio impudente aveva, nell’aspetto fi­sico, nel nome, nella buffonesca rotondità del linguaggio, tutti i caratteri della comicità popo­lare, alla maniera di quelli di tanti mascheroni in formazione e di tante maschere compiute, che allude­vano ai cibi rustici, alle mangiate di scrocco, allo sfriggolio dei tegami, al borbottio delle pentole, al cottìo delle casseruole, all’acciottolio dei piatti accozzati, all’unto e al fumo, all’odor di fracido e di abbrustiato delle cu­cine nere, al masticare e pappare e lappare ed in­gozzarsi, da Maccus a Buccus, dal Ganassa a Frit­tellino, da Finocchio a Guazzetto e a Zan Farina, da Zan Padella a Zan Pignatta, da Zan Figo a Francatrippa e forse anche ad Arlecchino …

Vediamolo in azione, questo Fra Cipolla, cer­catore di limosine. Come il cavadenti delle fiere, egli manda avanti, ad adunare la folla a suono di campanelle, il suo fante o compare, Guccio Balena, detto Guccio Imbratta ed anche Guccio Porco: e quando il pubblico è fitto, comincia a sballare le sue invenzioni bislacche. Racconta i suoi viaggi in terra di Truffia e di Buffia, ed enu­mera le stupendissime reliquie che ha raccolte …

I paesi di Truffia e di Buffia? Ma sono la pa­tria di tutte le maschere! Tutte di là sono ve­nute, saccheggiando i pollai e facendo le boccacce alla ragazzaglia! I rintocchi di campana in bot­tiglia? Una mezza dozzina di raggi di cometa in scatola?

… Quando i Covielli, i Giangurgoli e i fanfa­roni calcheranno le tavole dei palcoscenici, rac­conteranno ben altre avventure e spacconate e conquiste, lassù, nel radioso girotondo delle sfe­re, nei palagi dei Numi, o più semplicemente in terra di Pagania!

… L’intero Olimpo, a rifascio e a ribocco, in un corpicciuolo allampanato e segaligno, dai calcagni rapidi e magari dalla vocina di zanzara!

Ma s’è udito anche di me­glio, ossia di peggio, se non sulle tavole del pal­coscenico, nelle adiacen­ze del teatro. L’attore Nicola Vedova, morto non più tardi del 1840, volendo dire che, nelle par­ti di tiranno, si te­neva per il più va­lente che avesse recitato mai, dal­l’anno della Saluti­fera Incarnazione in poi, soleva affer­mare: «Io sono il più grande tiranno dopo Cristo».

È, dunque bre­ve il passo e facile il trapasso da Fra Cipolla a un vero e proprio Zan Cipol­la, e a cento e a cento altri della stessa risma, che, come lui, rappre­sentavano l’abboz­zarsi, il formarsi, l’incessante diveni­re di quella che chiameremo anticipa­tamente «la Com­media dell’Arte» …

…  che significa professione o mestiere; tanto è vero che si ode ancora più d’un gondoliere parlare del «suo arte». È appunto la professione dell’attor comico che nasceva a quel modo; e tutti, tutti quei girovaghi e quei guitti avevano sì facile la parlantina e sì infa­rinata d’un grattume di dottrina decomposta e di retorica orecchiata, di detriti di scuola cavaio­la e di «class di asen», che il loro pubblico innocente li poteva credere dottoroni, appunto come il frate del Boccaccio pareva, agli ignari, un Cicerone o un Quintiliano.

A vilipendere burlescamente gli alti pensieri, e l’austera e immu­triata sapienza, i buffoni avevano cominciato as­sai presto. Ateneo parla di un tale Memphis, e lo definisce addirittura «ballerino filosofico» e racconta che l’alessandrino Matrèas, una specie di clown, celebre nel mondo ellenico ed in quello romano, parodiava Aristotile, proponendosi pro­blemi di questo genere. «Perchè il sole scende sempre e non si sprofonda? Perchè le spugne bevono e non s’ubbriacano?».

… c ‘è progresso e c’è inci­vilimento, in quel più ordinato e scelto alternarsi di tinte, poiché i rap­pezzi e i rattoppi della vagabonda povertà primitiva si sono leggiadramente dispo­sti in gaia e precisa geometria di losanghe e di scacchi, rossi, gialli, bianchi, verdi e turchi­ni; e si vedono zimarre tenebrose, ampie e curiali, fluttuare attorno ai corpi arzilli e scar­latti, e un candore fresco di vesti e di mantelli si cima, si orla e si decora di fregi e ghirigori che hanno il colore simbolico della speranza.

Poco ormai rimaneva, in queste maschere, della robusta e sanguigna spontaneità degli inizi. Tra esse e la vita s’era­no frapposti la tradizione, il mestiere, la formula, e sopra­tutto il pubblico. I comici, con l’ingegno fertilissimo e la bal­danza spregiudicata dell’estro, le svariavano, ma non le svi­luppavano e non le rinnovava­no. Al vulcanismo travagliato delle origini, erano succeduti le vampate, le cascate ed i ri­flessi dei razzi e delle giran­dole. Come ritrovare, nel ser­vidorame lepido ed ammaestra­to dell’ultima Commedia del­l’Arte, i bifolchi di fronte coc­ciuta e di scarpa grossa, sboz­zati dal vero, col pollice duro, dal Ruzzante? Che significa­vano, in tempi di pirronismo alla moda e d’illuminismo, quei dottori dondolantisi anco­ra tra il latino del Corpus ju­ris e quello di Merlin Cocai? E perché Pantalone s’ostinava tuttavia a portare quel suo ber­rettino pendulo, quando ormai i mercanti suoi pari conclude­vano i loro negozietti in par­rucca, e si levava già una brezza oltremontana che ben presto, divenuta vento d’ura­gano, avrebbe portato via le parrucche e fatto pericolare anche le teste? I pensieri, i sentimenti, le dottrine, il co­stume, s’erano evoluti e cangiati; ma le maschere ripetevano ancora la pa­rodia del passato. A riguardarle da lontano, di là da tanta fiumana di anni e di eventi, ed a pa­ragonarle alla società in mezzo alla quale so­pravvivevano, sì evidente appare il contrasto, tra le larve che portavano e le umane fattezze che nascondevano, che ci si domanda come mai il cuoio ed il cartone che comprimevano quei visi non si siano screpolati e spaccati per l’ansito del respiro, il gioco dei muscoli, lo spasimo dei ner­vi, l’empito del nuovo riso e la corrosione del­le lagrime nuove.

 

Tratto da “Italia Maestra” Anno III, n. 5, 15 gennaio – 15 febbraio 1935

Direttore: Vincenzina Battistelli ,Rivista mensile di vita e di scuola nazionale corredata dai grandi fogli illustrati. Edit. Romana, via della Frezza 57-61 – Roma

[1] Da un saggio di Renato Simoni riportato in La lettura, rivista mensile, anno XXV, n. 2. 1° febb. 1935-XIII.

in copertina: Ugo Tognazzi nel film del 1984 diretto da Mario Monicelli: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

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