
di MICHELE STRAZZA
Il 28 maggio del 1944 all’Ospedale San Giovanni di Roma moriva, a soli 35 anni, Eugenio Colorni, filosofo e personaggio di spicco del socialismo italiano, a seguito delle ferite d’arma da fuoco infertegli da esponenti della Banda Koch.
Non tutti sanno che Colorni, perseguitato durante il ventennio fascista, fu confinato anche in Basilicata, nella cittadina di Melfi dove giunse ai primi del 1941.
Ma ripercorriamo brevemente le fasi più importanti della sua esistenza. Eugenio Colorni era nato a Milano nel 1909 da famiglia ebraica mantovana, dopo gli studi al Liceo-Ginnasio “Manzoni” di Milano, nel 1926 si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Milano, dove seguì le lezioni di Borgese e Martinetti con cui si laureò nel 1930 con una tesi su Leibniz. Dopo un giovanile entusiasmo per il sionismo, aderì all’antifascismo, collaborando con “Giustizia e Libertà”, prima, e, dopo il 1935, con il Centro Interno Socialista di cui divenne uno dei maggiori responsabili.
Nel settembre del 1938 venne arrestato per cospirazione antifascista ed assegnato al confino per 5 anni.
Appena ventinovenne aveva raggiunto la colonia di confino di Ventotene dove, con Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, aveva iniziato la sua partecipazione alla stesura del noto Manifesto Federalista Europeo.
Giunto nella città normanna, il filosofo incontra anche Manlio Rossi Doria il quale gli stette accanto fino al 28 giugno del ’42 quando venne trasferito ad Avigliano.
Dopo la partenza di Rossi Doria il Podestà di Melfi invia a Colorni un gagliardetto con l’ordine di esporla ad una finestra prospiciente alla strada dove sarebbe passato un corteo in occasione della visita di un gerarca fascista.

Spinelli, Rossi, Colorni
Ma il confinato si rifiuta, spiegando le sue ragioni in una lettera allo stesso Podestà nella quale richiama il divieto imposto ai confinati di fare qualsiasi manifestazione di carattere politico.
Dopo l’arresto per violazione dell’art.185 del T.U.L.P.S., il primo luglio viene rimesso in libertà provvisoria in attesa del giudizio.
Comparso davanti al Pretore di Melfi, Francesco Perri, trentaduenne calabrese, il professore usufruisce, per uno dei reati, dell’amnistia del ventennale della marcia su Roma. Per l’altro, invece, il Pretore argomentò che il Colorni era stato mandato al confino perché antifascista, che ora non gli si poteva rimproverare una cosa per cui aveva avuto già questa condanna, che essendo antifascista non ci si poteva aspettare che egli volesse esporre il gagliardetto fascista.
Fatto sta che la permanenza del filosofo ebreo non fu affatto facile a Melfi, anche perché visto come un irriducibile ribelle rispetto ai rassegnati confinati precedenti. Del resto le Autorità locali poco lo sopportavano anche per i suoi modi da “intellettuale del nord”che sfruttava il soggiorno obbligato per approfondire i suoi studi, mentre non mancarono contatti segreti con alcuni dirigenti socialisti melfitani.
A questo proposito ricordiamo l’amicizia intensa con Mauro Salvatore che, nel giugno del ’44, sul giornale socialista lucano “Il Lavoratore”, ripercorrerà alcuni episodi della vita a Melfi del Colorni, tramandandoci la figura di uno studioso assorto nelle sue ricerche delle quale discutevano, la sera ed anche la notte, nella casa dell’uno o dell’altro.
Alla fine il filosofo, su pressante richiesta del Podestà, venne trasferito in un luogo più piccolo e isolato della città normanna, ma preferì darsi alla fuga con l’intenzione di raggiungere la Svizzera.
Di passaggio a Roma, nella primavera del ’43, resosi conto che era necessaria lì la sua presenza a causa di arresti negli ambienti dell’opposizione clandestina, soprattutto di De Ruggieri e di altri che stampavano il giornale antifascista “Italia Libera”, decise di restarvi per aiutarli e collaborare al nascente Movimento Federalista Europeo.
Il 27 agosto 1943, infatti, a Milano, in casa dello scienziato Alberto Maria Rollier, Colorni insieme a Spinelli fu tra i fondatori del movimento che si proponeva di diffondere le idee contenute nel Manifesto di Ventotene.
Dopo essersi iscritto, qualche giorno prima dell’8 settembre, al ricostituito Partito Socialista di Unità Proletaria, prevedendo l’occupazione armata dei tedeschi, inviò le tre figlie in provincia di Como, a breve distanza dal confine svizzero, impegnandosi, sino al maggio del ’44 come capo redattore dell’ “Avanti” ed organizzatore del centro militare del partito.
Arriviamo così agli ultimi giorni della sua esistenza ricostruiti in maniera magistrale da Sandro Gerbi nel libro “Tempi di Malafede”. La notte precedente l’incontro con i suoi assassini Colorni sembrava inquieto, depresso. Da tempo non gli riusciva di condividere l’entusiasmo generale che si stava diffondendo a Roma, nell’imminenza della liberazione. Dopo mesi di lotta nella piena clandestinità, cominciava forse a sentire il peso di un’attività senza tregua: riunioni segrete, azioni rischiose di sabotaggio, molte notti in alloggi di fortuna. In quanto ebreo, inoltre, il suo rischio era maggiore, perché se fosse stato catturato e identificato, sarebbe stato senz’altro deportato, indipendentemente dalla gravità delle accuse rivoltegli. Il mattino del 28, una domenica, Colorni e un compagno di partito avevano in programma l’incontro con alcuni militanti, nelle vicinanze di Piazza Bologna, per preparare la costituzione di un gruppo militare di ispirazione socialista, in contrapposizione alle “Brigate Garibaldi” del PCI. In quel momento la zona era pattugliata da due uomini del reparto di polizia speciale di Koch, Nestore Santini e Francesco Belluomini, i quali, nei pressi di via Michele da Lando, videro tre uomini camminare, parlando di “iscrizioni”, di “sezioni”e di altri argomenti simili.
Insospettiti li avevano pedinati. Colorni aveva con sé un documento falso, ma anche un pacco di volantini da cui non era riuscito a liberarsi. Fermato, esibì i documenti, ma alla domanda che cosa contenesse il pacco, si dette alla fuga, provocando la pronta reazione di Santini che gli esplose contro un colpo di rivoltella che lo colpì alla scapola destra. Poi, raggiuntolo, gli sparò ancora due volte, colpendolo all’altezza della clavicola sinistra ed all’addome. L’ultimo proiettile si sarebbe rivelato fatale.
Nel dopoguerra gli assassini di Colorni vennero giudicati durante il processo di Corte d’Assise contro i membri della banda Koch che si tenne a Milano nel 1946. Gli imputati Nestore Santini e Francesco Belluomini (quest’ultimo latitante, si sarebbe costituito solo a processo concluso) vennero condannati a morte ma, grazie all’abolizione della pena di morte, la condanna venne commutata in ergastolo. Poi, tra amnistie e condoni, la loro permanenza nelle carceri, come quella dei loro complici, si accorciò. Belluomini ricevette la grazia nel 1959. Nel frattempo Santini era già uscito: aveva scontato solo 11 anni.