EUROPEE, CHI AFFILA I COLTELLI E PER COSA

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Il 26 maggio si terranno le elezioni europee e cambierà lo scenario politico del Paese. Si chiude il prologo della XVIII legislatura e si entra finalmente nel vivo. Dalla resa dei conti interna alla maggioranza alla rivoluzione nelle opposizioni di sinistra, dal guanto di sfida tra i junior partners del centrodestra alla riscossa dei partiti più piccoli. Qualcosa di grosso è nell’aria.

Il rinnovo del Parlamento europeo ratifica in tutto il continente un cambio di direzione. Ma non lo percepisce a pieno: il clima del nono Parlamento eletto a suffragio universale assomiglierà a quello che accolse le Camere italiane nel 2013. Il vecchio schema politico (il trittico PPE-PSE-ALDE) uscirà indebolito ma non distrutto. Le nuove forze appariranno ancora incapaci di pesare davvero a Bruxelles. Si aprirà una pagina nuova, ma ancora tutta da scrivere.

Anzitutto il polo euroscettico dovrà riorganizzarsi. Tre sono i gruppi in cui militano i “ribelli” a Strasburgo: ENF, EFDD ed ECR. Si era vociferato a lungo su una possibile fusione tra l’ENF (il gruppo della Lega e del Rassemblement National della Le Pen) e l’ECR (cui appartiene Giorgia Meloni, ma anche il Partito conservatore di Theresa May). A seconda della strategia che si daranno i partiti di destra si potrà delineare un nuovo orizzonte di lungo periodo. Detto in altri termini: il domani dipende da che fine fa la destra europea. Se riuscirà ad organizzarsi in modo più compiuto, nel 2024 sarà verosimilmente un gruppo abbastanza solido da contare qualcosa nella costruzione della prossima Commissione.

Anche alla luce di questo sviluppo vanno lette le recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni. La quale paventa un Governo di centrodestra in cui non c’è spazio per Silvio Berlusconi. Lega e Fratelli d’Italia, coi forzisti fuori dalla stanza dei bottoni. È certo anche una boutade per accentuare il flusso in uscita da Forza Italia. E che al Sud può trasformarsi in un tesoretto: i voti che sono transitati da Berlusconi a Salvini potrebbero decidere di muoversi ancora e convergere sulla Meloni. E in questo momento Forza Italia è in grave crisi. Sia perché Silvio non ha un delfino a cui affidare il partito (e Tajani non ha proprio il fisico del ruolo). Sia perché insistono i sussurri che danno Toti in subbuglio e la Carfagna pronta a spostare il partito un po’ più a centro…

Accanto a questo fermento nel centrodestra, si gioca il braccio di ferro sul Governo. Mai la posizione di Giuseppe Conte è stata così precaria come ora. Il premier è riuscito a disarcionare Armando Siri da sottosegretario al MIT. (Lo doveva a Toninelli, di cui aveva dovuto respingere le dimissioni, che il Ministro concentratissimo aveva presentato dopo che gli era esploso in faccia il caso TAV grazie allo sgambetto di Salvini). Adesso Conte ha un pesante debito politico con la Lega. Il partito di minoranza a Montecitorio, ma che uscirà dalle urne notevolmente rafforzato.

Ci si domanda se i leghisti riusciranno a sforare il 30%. L’obiettivo, che fino a qualche mese fa sembrava ampiamente alla portata del Carroccio, appare più sfumato negli ultimi tempi. Anche se (va detto) esiste ancora un notevole flottante di indecisi che potrebbe modificare la situazione da un momento all’altro. Certo la differenza che si registrerà alle europee ratificherà un rovesciamento dei rapporti di forza in seno alla maggioranza. Per la prima volta Salvini potrà pretendere il ruolo di leader non solo de facto, ma anche de iure dell’esecutivo.

Il che potrebbe significare un boccone molto amaro per Di Maio. Il Movimento 5 stelle si troverebbe nella difficile condizione di decidere se sostituire Conte. Una situazione tutt’altro che piacevole per i pentastellati, da tempo in difficoltà nel gestire la politica nazionale. Se Salvini li staccasse di quasi (od oltre) dieci punti, sarebbe però impossibile negargli un riconoscimento. In più la debolezza a cinque stelle è certificata dalla fragilità del gruppo EFDD. Che verosimilmente non riuscirà a ricostituirsi all’indomani delle elezioni. Anche per questo il Movimento 5 stelle rischia di apparire debole e isolato, pure in Europa. Una posizione di facile preda. Che potrebbe riaprire anche battaglie interne tra le varie correnti “ufficiose” del Movimento, impegnate a squadrarsi a vicenda dopo un anno di esecutivo indigesto. Ah, e non dimentichiamoci la ciliegina sulla torta: Alessandro Di Battista ha annunciato che correrà alle elezioni per la XIX legislatura…

Fuoco alle polveri anche nel campo “rosso”. Il Partito democratico è chiamato a una facile vittoria: aumentare i consensi dallo scorso 4 marzo. Ci riuscirà senza grandi problemi: l’elettorato delle europee è più europeista (e soprattutto più ristretto) di quello delle politiche. Astensione e mobilitazione premieranno il PD con qualche punto percentuale. Aiutato anche da un po’ d’acqua tirata dalle truppe di Articolo Uno, che sostengono le candidature di Massimo Paolucci e Maria Cecilia Guerra nelle liste del Nazareno. (Diciamo che il quadratino del PSE nel simbolo serviva proprio a recuperare un rapporto politico con gli speranziani).

Non è ancora possibile dire se il PD riuscirà ad affrancarsi dalla sua storia recente. Di certo il più grande partito del centrosinistra appare ancora pieno di dubbi. Si susseguivano sussurri sulla eventuale convergenza con i macroniani nel post-elezioni. Nulla di confermato, ma forse qualche riunione con gli esponenti dell’ALDE c’è stata, nella prospettiva di «superare il PSE». Fa davvero impressione notare che un partito che sosteneva di aver svoltato a sinistra continui ad avere la freccia “a centro” accesa. Ma teniamo presente che non è mica detto che il PD rimanga intatto dopo questa tornata. Come la candidatura del renziano Gori in Francia con la lista di Macron potrebbe far pensare. (Bisogna ricordarsi che in Francia esiste ancora un Partito socialista aderente al PSE, contro il quale Gori è candidato).

Una battaglia titanica oppone invece una miriade di piccole liste contro il 4%. Tra queste ne spiccano due, con qualche speranza di farcela (ma verosimilmente nulla più). Si tratta di +Europa, imbottita delle candidature di Pizzarotti (Italia in Comune) e dei socialisti del PSI (che hanno preferito correre sotto lo scudo dell’ALDE anziché quello del PSE). Il partito liberale però ha compiuto diversi passi falsi nell’ultimo anno, incluso un congresso sgangherato che ha fatto molto parlare di sé per via di alcuni pullman giunti a sostegno della mozione di Tabacci (non proprio un radicale di ferro). In più la parte progressista dell’elettorato è in luna di miele con Nicola Zingaretti. E la retorica dell’uniamoci contro il Nemico, propagandata dalla stessa +Europa, non sembra avvantaggiare un partito che per ora veleggia ben sotto il 4%.

Altra lista che agogna di superare il miniquorum è La Sinistra. Cartello nato dall’unione di ciò che resta di Sinistra italiana e Rifondazione comunista, non è riuscito a mietere consenso unanime nella gauche plurielle tricolore. Fuori da questa iniziativa rimangono il PCI, le macerie di Potere al Popolo e Possibile (che ha aderito alla lista Europa Verde solo per sospendere la campagna elettorale, quando Civati ha denunciato la presenza di ambientalisti di destra, fascisti, tra i candidati ecologisti). Partecipa invece èViva, associazione-forse-partito guidata da Francesco Laforgia e costituita da alcuni fuoriusciti di MDP. èViva aderisce al percorso inaugurato da Varoufakis, e cioè Diem25 (in Italia ne fa parte Lorenzo Marsili) e European Spring. Simbolo di questa iniziativa transanzionale erano alcune rondini: che però sono volate via dal simbolo di LS, dopo che dai piani alti europei è arrivato il veto. Si proverà a ricucire tra Varoufakis e la sinistra italiana, assicura Laforgia. Intanto però LS dovrà subire una concorrenza spietata.

Oltre ad Europa Verde, che prova a incassare il dividendo green degli scioperi ecologisti, è in campo, gasatissimo, anche il Partito comunista di Marco Rizzo. Gli ultimi stalinisti del terzo millennio si presentano alle elezioni grazie a un simbolo prestato dai comunisti greci, e aspirano a racimolare l’1% (una cifra ragguardevole, paragonabile al risultato di Potere al Popolo nel 2018). Una prova di forza del genere, specie se LS galleggiasse sul 2%, avrebbe una risonanza molto forte nel mondo della gauche plurielle. Tra i partitini più piccoli, si segnala anche la presenza di CasaPound Italia, che potrebbe sfruttare alcuni flussi in uscita dai partiti del centrodestra istituzionale per gonfiarsi un pochino rispetto allo scorso anno.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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