I dati usciti dopo un anno sui rilievi fatti a valle della exFenice hanno provocato, com’era comprensibile, reazioni da parte dei cittadini e delle associazioni ambientaliste. Dopo “l’’associazione per la legalità”, che aveva fatto l’accesso agli atti, anche il Comitato per la tutela della salute di Lavello insorge contro l’accertato inquinamento proveniente dall’inceneritore di Rendina Ambiente. Due giorni fa, com’è noto, l’Arpab ha rotto gli indugi ed ha comunicato quello che sapeva, infrangendo anche la prassi di un ente strumentale che deve consegnare i dati solamente ai suoi committenti pubblici. Ma siccome sul terreno delle responsabilità da inquinamento nessuno vuole rimetterci il sedere, ecco spiegato il perché di certi comportamenti anomali. Il Comitato per la tutela della salute della comunità lavellese, che tra l’altro è direttamente esposta sottovento rispetto all’inceneritore, ha chiesto ancora una volta l’intervento della Magistratura, prima perché si accerti in maniera rapida come stanno le cose riguardo alla falda acquifera e poi perché si sancisca che l’inceneritorre non può essere la discarica bruciante di tutti i rifiuti che le due città di Matera e Potenza non riescono a smaltire correttamente. I risultati messi a disposizione sono eclatanti , con l’inquinamento della falda acquifera che va ben oltre il perimetro dell’inceneritore e che dimostra come la barriera messa a suo tempo per delimitare il sito contaminato non sia servita assolutamente a niente. Tra l’altro, la stessa barriera idraulica , come riferito e confermato nella conferenza di servizi svoltasi alcuni giorni fa a Melfi, presenta anche anomalie di funzionamento. Anomalie di cui sia Arpab che la società che gestisce l’inceneritore hanno dato tardivamente notizia. Eppure- dice una nota stampa del Comitato- in Italia ci sono impianti simili che, in caso di malfunzionamento, vengono bloccati e fanno scattare l’intervento dei Carabinieri. E’ una situaizone grave proprio perchè da quelle acque sono emerse sostanze contaminanti, metalli e cancerogeni in misura almeno cinque voolte superiore al livello di salvaguardia.
“Purtroppo-si legge nella nota- assistiamo solamente al continuo “passaggio di carte” tra gli uffici dei tanti soggetti istituzionali senza giungere alle logiche e definitive conclusioni.
Assistiamo alle scellerate decisioni dell’Osservatorio Regionale dei rifiuti che individua nell’inceneritore di Melfi la soluzione a tutte le incapacità e le inefficienze di questa regione nel trattare il ciclo dei rifiuti. Ormai l’inceneritore di San Nicola di Melfi é la soluzione di ripiego per qualsiasi discarica colpevolmente mal gestita. Come non bastasse, scopriamo anche che alle riunioni dell’Osservatorio Regionale dei rifiuti, tra i rappresentanti degli Enti locali, si fa partecipare pure la Rendina Ambiente SRL già Fenice-EDF, cioè un soggetto interessato alla questione monnezza per puro scopo di lucro, naturalmente prontissimo a spalancare i propri forni ad un prezzo stabilito unilateralmente ma a carico dei cittadini.
Ancora una volta chiediamo a gran voce l’intervento della Magistratura, affinché indaghi a fondo sull’operato e sulla condotta di tutti i soggetti che a vario titolo sono coinvolti nel trattamento dei rifiuti, e più in particolare sul facile ricorso all’inceneritore – insistente su un sito contaminato – ogni qual volta, in Basilicata, viene affrontata la questione”.
FALDA INQUINATA, LAVELLO SI RIBELLA
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