LUCIO TUFANO

La loro vicenda inizia con i mercanti del Tempio, ebrei cacciati da Gesù come miscredenti ed ingordi.

Si trattava indubbiamente di ambulanti che portavano di buon mattino le loro mercanzie dentro le mura del Tempio. Erano i primi nuclei di scambio che incorrevano nelle sanzioni e nei divieti. Ciò nonostante una caratteristica degli ambulanti è stata ed è il dover sottostare ai vari regolamenti che hanno sempre dovuto imporre loro regole e comportamenti.

Già nell’80 d. C., l’imperatore Domiziano emanava un apposito editto contro i venditori ambulanti della città di Mediolanum che andavano ad ingombrare le strette vie della città nell’assordante confusione di gente, di palafitte su cui sorgevano le abitazioni dell’epoca.

Costretto ad adottare severi provvedimenti fu anche Diocleziano nel 300 d. C. per tutti coloro che testardamente esponevano le loro merci al di fuori della zona riservata ai commercianti, lasciando ai “miseri” mercanti di riunirsi per vendere durante il corso di feste religiose presso questo o quel tempio, nei boschi sacri o nei pressi del circo quando vi si tenevano gli spettacoli. Di qui la grande diffusione in tutto il territorio delle fiere e dei mercati, sin dall’anno 1000 e caratterizzando dalle loro consuetudini le città.

Nel 1828 già esisteva, pare, l’ambrosiana “fiera degli oh bej, oh bej” che aveva luogo in Milano presso la basilica di Sant’Ambrogio.

Il francescano Bonvesin de la Riva in un suo diario commenta come giorni di festa si tenessero le quattro fiere di San Lorenzo, dell’Ascensione di Maria, quella di San Bartolomeo, affollate di gaiezza e di buoni affari tra venditori e compratori. A Milano si tenevano in varie zone della città il venerdì ed il sabato, oltre al quotidiano andirivieni di ambulanti che vendevano le cose più utili.

Ma la concomitanza tra il religioso e le fiere o i mercati si è protratta nei secoli per lo scambio di oggetti sacri e reliquie, immagini, al punto da soverchiare la vendita di beni primari nelle primissime occasioni del commercio ambulante. Sia da soli che in gruppi, i commercianti ambulanti si organizzavano attorno alle chiese ed ai santuari.

Libercoli, amuleti, oggetti di stregoneria, del malocchio, filtri in boccette come quelli che vendeva Giuseppe Balsamo, detto Cagliostro, alle folle curiose ed ingenue, questa la prerogativa che fu del commercio ambulante. Sin dai tempi più remoti, nelle varie forme e nei vari rituali si propinarono, durante le feste religiose, oggetti di magia e di religiosità, crocifissi, catene e rosari, statuine, talismani, tabù e medagliette, braccialetti, denti di cinghiale, canini di cane e di lupo, scaglie di tartaruga, conchiglie, cornetti e corna, suppellettili per le dame vanitose, specchi, pettini e pettinesse, ferretti, collane, spille, aghi, rocchetti di filo, sigarette di cotone e di seta, lacci e lacciuoli, creme e pomate per la cosmesi.

Fu questa “un’esasperata forma di totemismo” che man mano è andato scomparendo in funzione della modernità e del progresso, della nuova domanda e dei gusti dei consumatori.

Fu una consuetudine dei mercati e delle fiere, delle sagre in occidente (protrattasi fino a noi) specie per gli oggetti di culto, di magia, di maschere ed oggetti simbolici che ancora oggi vanno per la maggiore presso le popolazioni indiane d’America, le tribù Inca, gli esquimesi dell’Alaska, i monaci della Scizia, in Grecia presso i santuari di Delo e di Dadona.

«Attorno a questi luoghi si è poi andata formando nel tempo una vera e propria rete di commercio basata soprattutto sulla vendita di cereali che, nell’Ellade, venivano trasportati attraverso la più lunga strada allora esistente, la “via del grano”».

È anche assodato come siano sorti presso i santuari i primi banchi di cambio della moneta, tra i pellegrini che affluivano nelle sagre e nelle fiere o nei mercati. Decine di migliaia di fedeli si affollavano presso i monasteri provenendo dalle contrade più lontane e da altri paesi.

Poiché ai popoli dell’Islam, per motivi religiosi, veniva proibito lo scambio di denaro e qualsiasi attività di lucro, erano gli ambulanti ebrei ad adoperarsi agevolmente per le iniziative e le attività bancarie e finanziare già nell’Asia Minore.

Furono proprio gli ebrei, più abbienti ed intraprendenti, con le loro famiglie che, vivendo nei luoghi più vicini alle note località dei pellegrinaggi islamici o giudaici, attivarono il cambio della moneta, ed operarono le più elementari forme di prestito con interessi spesso usurari.