Lidia Lavecchia
Sette vittime dall’inizio dell’anno. Silenzio, inadempienze e troppi ritardi: i sindacati lanciano un grido d’allarme. Serve un piano straordinario regionale per la sicurezza. Ora.
Si chiamava Ferdinando Roma, aveva 35 anni, una moglie, due figli piccoli. È morto dopo cinque giorni di agonia all’ospedale San Carlo di Potenza, dove era ricoverato dal 9 giugno, giorno in cui è rimasto schiacciato da una pressa nell’azienda metalmeccanica Patrone & Mongiello di Tito Scalo. Un incidente terribile, l’ennesimo sul posto di lavoro. Il settimo solo nel 2025 in Basilicata, una terra in cui il lavoro, quando c’è, può ancora significare rischio di morte.
La sua storia si somma alle tante già scritte con lo stesso inchiostro: dolore, rabbia, impotenza. Ma ora serve una svolta, una presa di coscienza collettiva. E soprattutto, azioni concrete da parte delle istituzioni.
“È una strage silenziosa, ma continua. Tre morti al giorno in Italia. E la Basilicata ha il tasso di incidenza più alto. È una vergogna nazionale”, denuncia Vincenzo Esposito, segretario della CGIL Potenza, chiedendo a gran voce un nuovo modello d’impresa che metta al centro la sicurezza, lo stop ai subappalti a cascata che deresponsabilizzano le aziende e una maggiore presenza dello Stato con ispettori, controlli e sanzioni.
“Non ci fermeremo. Per Ferdinando e per tutti quelli che non ci sono più”.
Giuseppe Palumbo, segretario dell’UGL Potenza, parla di “fallimento del sistema” e chiede investimenti seri in formazione, prevenzione e cultura della sicurezza, fin dalle scuole.
“La morte di Ferdinando dimostra che servono controlli più efficaci e l’incrocio delle banche dati tra gli enti ispettivi. Basta parole, servono fatti”.
La UIL e la UILM Basilicata chiedono un vero Patto regionale per la sicurezza sul lavoro. “Zero morti sul lavoro non è uno slogan: è l’unico obiettivo possibile”, affermano.
Nel documento inviato alla Regione, sollecitano la creazione di una rete tra istituzioni, imprese e sindacati, legando l’erogazione di fondi pubblici all’adozione di standard certificati di sicurezza.
“Ferdinando è il settimo morto in sei mesi. Serve un piano straordinario, e servono risposte immediate”.
Durissimo il commento anche della CISL Basilicata. Per il segretario Vincenzo Cavallo, “la morte di Ferdinando Roma non è un tragico incidente, ma il segnale di un sistema che va radicalmente cambiato. È il fallimento di politiche che non hanno saputo mettere la vita al primo posto”.
E aggiunge: “Serve la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese. La sicurezza non può essere un obbligo imposto dall’alto, ma una responsabilità condivisa”.
Per Gerardo Evangelista, segretario Fim Cisl Basilicata, si tratta di una sconfitta morale e civile: “Ferdinando era tornato in Basilicata dopo anni all’estero. Voleva lavorare, costruirsi un futuro qui. E invece ha trovato la morte. Non possiamo rassegnarci. Serve una rivoluzione culturale: più prevenzione, più tecnologia, più etica imprenditoriale. Basta chiudere gli occhi”.
Sull’incidente è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Potenza, affidata ai Carabinieri del Comando provinciale. Verrà ricostruita la dinamica dell’accaduto, verranno accertate le eventuali responsabilità. Ma come ricordano in coro tutte le sigle sindacali: “Non basta più trovare un colpevole. È tutto il sistema che va rifondato. E ognuno – politica, imprese, cittadini – ha una parte di responsabilità”.
In Basilicata si continua a morire per lavorare. E troppo spesso nel silenzio. Le parole di cordoglio non bastano più. Le istituzioni locali e nazionali hanno il dovere di intervenire ora, con una strategia chiara, con risorse, con presenza sul territorio.
Perché la sicurezza non è un costo. È un diritto costituzionale. E ogni vita persa sul lavoro è una sconfitta per l’intero Paese.
