Francesco Galasso: il poeta dalle due anime

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autori lucani*

 di Mario Santoro

Francesco Galasso si consegna al pubblico, nella qualità di poeta e scrittore, con una pubblicazione del lontano 1961.
Si tratta di una raccolta di poesie dal titolo “L’anima nel verso” che già nelle intenzioni esprimono il bisogno, anzi l’urgenza dello scavo interiore e, pure in una versificazione attenta, modulata e classica, tendono alla esaltazione del cuore attraverso immagini efficaci e ricorrenti.
Ma Galasso tenta, e direi con successo, la strada della poesia dialettale nel ricorso sia a quello di origine, e cioè alla parlata aviglianese, sia a quello di adozione, ossia al vernacolo potentino, sempre seguendo una sorta di apparente disimpegno che lo vuole tuttavia dedito a comporre versi e a giocare con gli incastri della parola solo “Tra una ricetta e l’altra”.
E non è un caso che l’affermazione, ribadita più volte dall’autore, che non è disprezzo per la poesia o semplicemente distanza o atteggiamento di superiorità, ma piuttosto delicatezza e prudenza nella testimonianza di una partecipazione compatibile con quella che viene definita “sofferenza del verso”.
Il credo è forte come irresistibile è il desiderio di raccontare con le parole della poesia che cantano dentro il cuore e si agitano nella mente prima di essere consegnate alla pagina bianca.
E della pagina bianca l’autore ha profondo rispetto ma non terrore!
Perciò si può leggere nella prima pagina di sovraccoperta:
“Poeta nei momenti d’ozio – e ci piace il rimando all’otium dei nostri padri – vive ed esprime il suo mondo letterario di meditazione e di commozione con chiara sfiducia verso molta parte della produzione letteraria contemporanea e specialmente per quelli che si vantano di aver trovato una nuova maniera di poetare, con la quale, senza il significato delle parole, ma valendosi soltanto dei semplici suoni, pensano di poter rivelare arcani sentimenti della natura umana”.
C’è in quest’affermazione la chiara presa di posizione del poeta -condivisibile o no, non importa – molto coraggiosa che privilegia una poesia classica, sul solco della buona tradizione, non aperta agli sperimentalismi e soprattutto egli eccessi degli stessi, ma assolutamente radicata nella parola con tanto di denotatività e di referenzialità, come presupposto basilare, ma anche con molteplicità di inferenze e di elementi connotativi e soprattutto con il ricorso alle immagini, ora lineari e disposte una dopo l’altra, ora capaci di farsi complesse e come in sovrapposizione.
Ne consegue che il volume “Tra una ricetta e l’altra” presenta poesie che possiamo definire semplici – ma il riferimento alla semplicità va inteso nell’accezione ampia – tanto nella forma che segue un procedimento ed un andamento decisamente classici, quanto nel contenuto sempre ben definito e disambiguabile nell’immediatezza.
Si tratta di un procedimento ben tipizzato che sul piano tematico si apre ai problemi esistenziali ed ai riferimenti naturali espressi mediante composizioni cariche di riflessioni e di spinte allo stacco pausativo e alla meditazione e con richiamo continuo e costante ai valori che contano e alla introspezione come appare nei versi che seguono:

“Per vedere la tua anima
io ho sfogliato le tue pagine
come quelle di un libro piacevole.
Ho cercato, frugando, appassionatamente
Inebriato della tua essenza…”

Altrove il poeta analizza lo scorrere monotono degli accadimenti quotidiani nel dipanarsi dell’esistenza ed è quasi una sequela di vacuità, di ovvietà, di cose scontate e di ineluttabilità, affidati ad un ‘si’ impersonale che conferma l’aridità della vita nell’anafora ricorrente e insistita:

“Si spazia nei cieli
si domina i mari
si gioisce mangiando
bevendo cantando
si pena soffrendo
miseria e dolori…

poi viene la morte!”

Eppure basterebbe poco per illuminare l’esistenza e dare un senso alla stessa:

“Basta una povera lucciola
per far luce nel buio
basta una stella
per fugare un tormento
basta un fiore
per far più bella una festa…”

oppure basta saper cogliere il senso del nuovo o del rinnovamento nel cambio delle stagioni e nel sopraggiungere della primavera:

“E’ primavera
che profumo di mammole
che aria dolce
saltano corrono
sui verdi prati
bimbi gioiosi
fiori da fiori…”.

Altrove il poeta mostra l’esigenza della dichiarazione aperta di amore autentico per la terra di appartenenza:

“Questa è la terra che m’appartiene
e non m’importa se domani mi sarà tolta…”.

Tanto amore vale anche, e forse soprattutto, nella considerazione di una terra umile, povera, abbandonata. E si avverte nelle molte poesie dedicate alla Lucania una sorta di pianto inconsolabile per le molte, tante cose che non vanno, ma anche di accertata tenacia:

“Sanno di asini magri e spelacchiati
con in groppa un cumulo di miseria
con alla coda aggrappati
ombre di lavoratori senza speranza
semiaddormentati da un atavico fatalismo
che è il tuo fatalismo
vecchia Lucania!”

E’ anche troppo evidente l’adesione del poeta ad un certo tardo neorealismo tutto nostro, quello del lamento, dell’abbandono, dello struggimento del vittimismo anche se l’autore avverte l’esigenza di continuare nella sua analisi che sembra farsi impietosa nel suo affidarsi alla consapevolezza della propria condizione: consapevolezza che è chiara nel poeta.
E così egli dirà:

“sanno dei silenzi di paura
degli alberi non più molti
a manciate sui ripidi pendii…”

e poi:

“Sanno di santi e di profeti…”

e ancora:

“Sanno di donne pallide e smunte…”

e quindi:

Sanno di ruderi arroccati…”

ma anche:

“sanno di città orgogliose…”.

E la chiusa lascia trapelare un velo di speranza sulle possibilità di riscatto da sempre atteso, con qualche segnale che però è solamente ipotizzato. E non sappiamo quanto esso sia nei desideri del poeta o anche nelle reali possibilità, ma è un dato da non sottolineare.
La seconda parte del volume risulta più intimistica e si avvale di una sorta di dialogo interattivo e in una disposizione d’animo più serena e direi appagata o tendente all’appagamento grazie anche al ricorso alla memoria che dipana i ricordi con la piacevolezza degli stessi e la riproposizione in termini di immagini di esperienze positive.
Di conseguenza anche il linguaggio si ammorbidisce, addolcendosi senza diventare mieloso, e si modula in un verso breve, lineare, musicale e in composizioni sintetiche, capaci di proporre immagini quasi per flash o per ammiccamenti luminosi e distesi.
Lo stesso senso di distensione si avverte nella raccolta di poesie “La sartascina” in dialetto prevalentemente potentino, ma con qualche testo in aviglianese.
Non manca un velo di ironia in talune composizioni e un senso appena percepibile di compiacimento per il doppio uso del vernacolo mentre le tematiche risultano svariate e spesso legate a situazioni oggettuali e sono precedute da una breve ma significativa argomentazione sull’importanza delle parlate locali.
L’autore è attento all’uso delle assonanze ma non ricorre alle stesse in maniera esagerata e continua e quindi non cade in un aperto autolesionismo; piuttosto va detto che i versi presentano una certa freschezza nell’apparente semplicità della composizione e nella musicalità, talora facilmente e naturalmente realizzata.
Non manca, anzi qua e là è presente il riferimento alla professione del medico che fa poesia con buona pace dei suoi pazienti:

“‘ngè premesso? Pozz’ trasì?
‘Avanti entrate pure…’
E zì ‘ndonio traseze
e si assittò.
‘E che dittori mio,
stai scrivenno?’
Sì, qualche verso
Per ammazzare il tempo…
‘P’ammazzà lu temp’
e cchè d’ clienti
nun tieni ‘cchiu nisciuno?”.

Il gusto dell’ironia, talora bonaria, altre volte un tantino più tagliente ma mai cattiva, è sempre presente e caratterizza il poeta che indulge talora per qualche attimo prima di passare ad altro con naturalezza.
E le linee dell’ironia sono tracciate in maniera piuttosto marcata nel volumetto “Sarrà a nunn’ gni crere”.
Si tratta di un breve atto unico nel quale è presente un chiaro atteggiamento satirico a danno di un non ben precisato personaggio, presumibilmente importante o bene in vista, caduto in disgrazia e riprovato apertamente, o quasi.
Scrive in proposito Filippo Fichera in prefazione:
“Francesco Galasso che ha colorito in altri suoi lavori teatrali, scene affettuose e sentimenti e tipi di notevole godimento, in onore della famiglia, e delle più generose tradizioni lucane, ci si presenta qui in piena satira mordace, nei riguardi di un personaggio caduto nella disapprovazione generale per il tristo operato; e ricorre al dialetto struzzando spesso sull’equivoco, di cui si giova chiunque parli con uno straniero.
L’equivoco dà luogo a interpretazioni maliziose, che non possono non provocare l’ilarità”.

Assai importante risulta essere il corposo libro “Nel belvedere (‘nda lu bèlle veré)” che raccoglie versi, prose, aneddoti, modi di dire e di costumi, canti, preghiere e racconti ed è scritto in dialetto aviglianese con traduzione in lingua ed annessa una ampia sezione ragionata sul lessico, sull’etimologia e fraseologia.
Si tratta di un lavoro decisamente impegnato che si colloca sulla scia di autori come Andrea Mancusi e Vito Stolfi ai quali l’opera è dedicata e che trova il pieno e totale consenso del suo prefatore, Vincenzo Verrastro, il quale scrive:
“In questo libro mi sembra che il Galasso raggiunga la piena maturità della conoscenza della parlata aviglianese e della sua tecnica di scrittura dialettale, risolvendo in modo efficace le tante incertezze circa il sistema più idoneo a rendere per iscritto la parola dialettale parlata, così che non si alteri la purezza e l’originalità della stessa, né si riduca la carica semantica dei vocaboli.
Egli segue in sostanza il sistema adottato da Andrea Mancusi, che, negli anni ’70 e ’80, affrontò l’annoso problema e lo risolse sia alla luce delle esperienze compiute in precedenza da altri autori di Avigliano e di altre regioni, sia seguendo le autorevoli indicazioni di linguisti e dialettologi.
Come si può notare leggendo i testi, Galasso ne facilita la lettura con il più largo uso che fa dell’accento”.

Il titolo del volume richiama un luogo ben noto di Avigliano: si tratta di un piazzale piuttosto angusto e selciato, ai piedi del vecchio castello, dal quale è possibile godere uno straordinario panorama del paese.
Da qui parte l’analisi dell’autore che si attarda a parlare dell’abbigliamento o più propriamente del costume, degli usi, delle tradizioni, dei mestieri e delle professioni e lo fa con prose bevi ma efficaci.
Segue la raccolta di alcune preghiere e di qualche canto riportato in maniera fedele come risulta dai semplici versi che venivano cantati dal popolo in processione per il monte Carmine ove il simulacro della madonna veniva trasferito per il periodo estivo.

“Sciàme a lu Mònte
a visità Maria
ricìme l’Avemmarìa
pa putéssime ‘nciele veré.

Marìa ri lu Mònte
ri grazie toie
so ammònde
t’hai mise
fàcc fronte
e cume ti voglie amà!!”

C’è poi la sezione dedicata ai proverbi, ai modi di dire, agli indovinelli e quindi quella sugli scongiuri e sulle formule guaritorie che precedono tredici racconti brevi ma intensi. Prima di chiudere con una corposa parte dedicata al lessico.
Ci sono riferimenti ai nomi delle vie e delle contrade e ai soprannomi.
L’ultimo lavoro di Francesco Galasso, uscito postumo essendo lo stesso venuto a mancare dopo la correzione delle bozze, è “Le avventure di Pinocchio”.
Si tratta della traduzione in dialetto aviglianese del capolavoro di Carlo Collodi su sollecitazione del pittore e poeta potentino Michelino Pergola.
“L’idea” scrive l’autore in prefazione “comunque, mi affascinò subito: tradurre la storia del burattino di legno che tutti abbiamo letta nei primi anni di scuola e riletta anche dopo e, forse, più volte, tradotta in tutte le lingue e in tanti dialetti, non mi lasciava indifferente. Confesso che solleticava anche il mio orgoglio e Michelino, ottimo psicologo e buon conoscitore del mio carattere, non mi dette il tempo di pensare e non si fermò alla semplice proposta perché qualche giorno dopo mi consegnò un tascabile del libro più famoso del mondo con qualche suggerimento che, puntualmente, ho osservato nel lavoro di traduzione”.
Si tratta di un lavoro piuttosto complesso soprattutto nel tentativo, direi ben riuscito di riprodurre con una certa fedeltà le avventura del burattino e di riportare i dialoghi con buona resa sul piano linguistico e stilistico e del contenuto.
Qua e là ci sono piccoli pezzi in lingua italiana al puro scopo di fungere da collante o da filo conduttore e, inframmezzati, tanti disegni, curato da Daniela, la figlia dell’autore, che vivacizzano le situazioni.
Il procedimento narrativo, malgrado la difficoltà della lettura dialettale, sebbene favorita da un serie di espedienti e di accorgimenti tecnici, si conduce con freschezza, leggerezza e semplicità anche se non manca il richiamo alla pensosità e la riproposizione della morale tipicamente pinocchiana, quella del “do ut des”.

Altrove è ben rappresentata la faciloneria dell’omino di legno e la sua tendenza a costruire castelli di sabbia destinati a cadere rovinosamente:

“Osce vuòglie subbete mparà a lègge, cràie a scrive e piscràie li numeri pe cuntà li carrìni a mazzette ch’àggia fa e cu li carrini àggia accattà subbete na giacchétta a misìre ca, poveriédde è rumàst mmaniche di cammìscia e cu la sòla cammesola. Cu stu frédde ca fa nun sacce cume fa a gì nnante sòle n’attàne cume iedde lu putìa fa. Na giacchétta?… Ma cchi vagge discenne?… Adda esse na giacchétta sscicca e ca adda fa scattà li ggènte d’ammìria”.

Resa bene è anche la creduloneria di Pinocchio che si lascia infinocchiare dal gatto e dalla volpe credendo alle loro menzogne che appaiono anche troppo grossolane e che non presta fede al povero merlo bianco che, nascosto, lo invita ad essere prudente e a non prestare attenzione ai due furfanti. Neanche la morte dell’uccello che finisce nella bocca del gatto serve a far nascere nel burattino l’ombra di qualche sospetto:

“La vòlpa si fermaze all’anzacrésa e disceze:
‘Pinocchio, nunn’è niénte… nun ti la piglià cu na pòvera cicàara!… Cchi ni fàaie di cinche pòver carrìni… so pòchi e nun puoi fa quèdd ch’hài ditte…lu vuo fa duventà cènt… mille…pure doimila?…Cum’aia fa?…Viéni cu nòie a lu paìse di li ‘Barbagianni’ e dda succèr quédd ca t’hagge ditte’.

*pubblicato in percorsi di mario Santoro , scrittori e poeti lucani -conoscere la basilicata

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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