Vito Telesca
Quando si parla di unità d’Italia le prime parole che ci vengono in mente sono “risorgimento”, “brigantaggio”, “piemontesi”, “impresa dei Mille”, “Garibaldi, “Cavour”, “Savoia” e “Re Vittorio Emanuele”. Senza entrare in discorsi delicati che è bene affrontare, ma in altra sede, sulla bontà delle operazioni che hanno condotto all’unità, sulla sua propaganda e sulle politiche pre e post-unitarie nel nostro sud, quello che qui oggi vorrei trattare è il pensiero di un uomo, un lucano, vissuto durante la breve, convulsa e violenta costituzione della Repubblica Partenopea. Il personaggio lucano è molto conosciuto dagli “addetti ai lavori”, ma molto meno dai più : si tratta di Francesco Lomonaco, nato a Montalbano Ionico il 22 novembre 1772.
L’esperienza della Repubblica Napoletana rimane per Lomonaco un laboratorio politico presente anche nei suoi scritti, per sperimentare la possibilità di instaurare la libertà nelle regioni del sud come punto di partenza per estenderla all’intera penisola. Non solo. Lomonaco parla anche di libertà europea! Nel Rapporto si legge infatti che “l’Italia non essendo divisa né per mezzo di grossi fiumi, né da gran montagne, godendo la stessa bellezza di cielo, presso a poco la stessa fertilità di suolo, racchiudendo in sé tutte le umane risorse, bagnata dal Mediterraneo, dall’Ionio, dall’Adriatico, e separata dagli altri popoli da una catena di monti inaccessibili, sembra che dalla natura sia destinata a formare una sola potenza. I suoi abitanti, che parlano la stessa lingua, che hanno la medesima tinta di passione e di carattere, che godono di un egual germe di sviluppo morale e di fisica energia, che non sono separati né da interessi, né da opinioni religiose, sono fatti per essere i membri della stessa famiglia“.
Alla nostra penisola Lomonaco rimproverava di non aver reagito all’oppressione “degli stranieri” e a non cercare di appropriarsi del proprio futuro e della propria nazione contro il giogo e l’odio dei “re selvaggi”. Per Lomonaco questo resta un processo inevitabile grazie soprattutto ai lumi della filosofia e quindi al nuovo vento culturale che ormai ovunque soffia inesorabile. Una visione condivisa dai suoi amici Manzoni e Foscolo, che non mancarono anch’essi di rimarcare. Lomonaco è talmente convinto dell’inevitabilità del processo unitario che scrive già al futuro popolo italiano nel suo “Rapporto” dedicando queste righe: “Popolo futuro d’Italia! A te io dedico questo mio travaglio qualunque si sia; giacché a te è riserbato di compiere la grand’opera. L’esperienza de’ tempi scorsi, le lezioni dell’infelicità de’ tuoi avi, le cure de’ tuoi più cari interessi, i lumi sempre crescenti della filosofia e della ragione, che ti faranno sentire il ridicolo e l’odio de’ re selvaggi, la memoria di essere stato il proprio paese spesso esposto alle conquiste, ma non mai soggettato, dandoti il sentimento delle tue forze, ti spronerà a rovesciare le barriere che la mano del delitto ha innalzate, ed a solennizzare la gran festa del patto della confederazione, la quale fisserà l’èra della tua grandezza”.
Per le sue idee e per la sua opera culturale Lomonaco viene anche oggi ricordato come il “giacobino del sud”. Un lucano che insieme ad altri illustri suoi conterranei, come Nicola Palomba di Avigliano, Felice Mastrangelo di Montalbano, Nicola Carlomagno di Lauria o Michele Granata di Rionero, scrisse una pagina importante per la storia del nostro Paese. Lomonaco si suicidò a Pavia il 1 settembre 1810, annunciando tra l’altro la sua fine. Con un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il Manzoni rievocò gli ultimi attimi della sua vita descrivendone il suo stato d’animo: «Negli ultimi tempi era divenuto triste e quasi insocievole. Morì filosoficamente».
