Io sono nato all’inizio degli anni sessanta, era un’Italia diversa, era una Basilicata diversa, era una Potenza diversa, la nazione era oramai in piena epoca democristiana, la Basilicata e Potenza erano transitate in maniera quasi indolore dai notabili del ventennio ai notabili di oggi, la mia Città in gran parte era già stata saccheggiata. Ma quegli anni, che non furono i miei perché ero troppo piccolo, furono i primi anni di protesta giovanile, furono gli anni dei primi capelloni, degli Hippie di cui, naturalmente, in una città come la mia non poteva che arrivare qualche senso di inquietudine e le apparenze esteriori importate da qualche figlio di ricco papà che, casomai a Roma per l’università, riportava nella sua città qualche simbolo e al più un taglio di capelli. Poi arrivarono gli anni 70, erano anni più arrabbiati, quelli dei grandi scontri sindacali e sociali che, sul finire degli stessi, portarono alla nascita di movimenti di sinistra pericolosamente radicali, gli stessi che poi sfociarono subito dopo nei gruppi terroristici, nella lotta armata. Gli anni 70 e gli 80 sono i miei anni. Come eravamo? Come tutti i ragazzi adolescenti e come tutti i giovani, molto inconsapevoli, spesso sprovveduti, ma già allora era cominciata a delinearsi una spaccatura tra le generazioni di plastica e quelle di carne. Cosa voglio intendere? Le generazioni di plastica, quelle già scafate nella mentalità, quelle già piegate al verbo di come deve funzionare la società, figli di avvocati, medici, ingegneri ma non solo, anche i frequentatori di centri parrocchiali (non tutti in verità). Quelli con le stimmate del futuro programmato, con le famiglie già pienamente inserite nei gangli vitali e pronte a reinserirli a loro volta (magari poi nella realtà non sempre è successo, magari poi nel tempo la loro vita è stata diversa, ma il senso di quello che intendo credo sia chiaro). Svagati, spesso assai divertenti, talvolta infantili, senza cognizione o interesse per quello che gli capitava attorno, con ridotta capacità critica autonoma. Ascoltare loro o i loro genitori era la stessa cosa, stessa logica, mentalità, orizzonte ideologico borghese. Le generazioni di carne, quelle curiose, si guardavano attorno con in corpo un sano sentimento di ribellione, con la voglia di scappare, insofferenti al senso di soffocamento per una città che offriva due sole alternative, lo struscio a via Pretoria oppure la sala parrocchiale. Ce n’erano anche lì di figli di professionisti per carità, ma la distribuzione sociale era molto più diversa, stratificata, multiforme. Le generazioni di carne, quelle che si scontravano, quelle che compagni, domani tutti compatti al corteo di appoggio ai metalmeccanici . Tutti consapevoli? No, per carità, molti, moltissimi, schierati a prescindere per una sorta di rigetto all’etica della pax democristiana che vigeva in città, ma tutti vivi, non di plastica, con una scintilla dentro. Giovani che ancora non avevano imparato le regole della vita, che in maniera, perché no anche ingenua, si ponevano davanti al mondo pensando adesso arriviamo noi e cambiamo tutto. Non è andata così, è indubbio, la vita ha insegnato ai secondi che cambiare il mondo è maledettamente difficile, spesso li ha cambiati trasformandoli da giovani di carne in adulti di plastica ma questo conta meno. Quando avevo 16-18 anni tra le due tipologie di generazioni giovanili, di plastica e di carne, vi era un equilibrio e mentre i primi erano supportati da famiglia e nomenclatura borghese, per gli altri non vi erano che le forze sociali e il Partito Comunista. Nostalgico? Mai! Pur essendo stato un giovane di carne, come moltissimi di questi, l’esperienza e la cultura mi hanno convinto che il comunismo era e resta un via deviante, un figlio degenere nato dal corpo sano del socialismo che in Italia è finito strangolato dal suo stesso figlio (non così in tutta Europa fortunatamente). Ma ciò detto, si, a quell’epoca contro il piattume della educazione e della morale catto-democristiana, non vi era che la fuga a sinistra, ricordo le assemblee, le manifestazioni, anche le botte in qualche caso, ma ricordo anche gli occhi, vivi, dei miei amici, delle persone che frequentavo, ricordo il livello delle discussioni e quel retaggio resta nella mia testa come parte del patrimonio che mi ha formato come uomo e come cittadino e che rendono me, uomo di oltre 50 anni, ancora capace di immaginare un mondo diverso. Poi leggo con sconforto qualche dichiarazione di 30 – 40 enni, piccola, ignava, il più delle volte di gente che ha capito presto, prestissimo i metodi vigenti quelli che tuttora io mi rifiuto di comprendere, vecchi giovani di 40 anni che si muovono come le generazioni di plastica che li hanno preceduti. “Caro amico! No, ma non è per te, però sai i crimini del comunismo, e gli immigrati e bla e bla e bla ..” inanellando banalità una dietro l’altra per giustificare il vuoto pneumatico ideale, culturale, di prospettiva delle loro teste unicamente rivolte a perseguire un unico fine: ricavarsi un posto al sole. Vivaddio c’è Antonio con il quale posso non essere d’accordo su nulla ma che cazzo argomenta e non dice stronzate, che dice la sua apertamente, a viso scoperto, senza mezze frasi, senza battutine utili a strizzare l’occhio agli amichetti (Oh uagliò io so semb’ dei vostri) ma senza prendere una posizione decisa perché, –oh, non si sa mai, questi pure votano!-. Generazioni di plastica che commentano dal mare, generazioni di plastica che pianificano come imporre associazioni, come aprirsi spazi, pronte ad attaccare con le modalità del branco quando diventa necessario. Funzionali alla politica che pubblicamente dice –visto? Abbiamo aperto ai giovani!– e in privato –ma si, lascialo dire, è nu cazzone, ma fa quello che gli dico io senza fiatare-. Mi aggiro per le mura della vecchia palestra del CONI, qualcuno sta leggendo dei racconti per bambini, due ragazzi si scambiano effusioni su un divano e sul muro campeggiano quadri, dipinti, cartelloni con regole e esortazioni. Generazioni di carne hanno liberato uno spazio mentre le generazioni di plastica tacciono o al limite mugugnano piccoli motti di spirito sui social network aspettando che i grandi decidano cosa fare, pronti a strillare se imbeccati in un senso o a far finta di nulla, continuandosi a sfogare con piccole battute per gli amici degli amici (Oh uagliò io so semb dei vostri!). Occupazione! Illegalità! Nella bocca di piccoli geni del cumparizio suonano come una bestemmia, il sussurro trasversale (le generazioni di plastica hanno superato ogni barriera) sul rispetto delle regole, delle leggi e dei regolamenti, il giudizio a prescindere senza verifica senza rendersi conto. Il rigore della legge sui trasgressori delle regolette minori deve sempre essere, come da tradizione, immediato e implacabile. Bisogna estirpare rapidamente il tumore maligno di menti che pensano autonomamente, che si muovono in maniera non convenzionale, ristabilire l’ordine e il normale flusso della vita. Non ha importanza cosa si fa, come nelle migliori tradizioni di plastica è importante come. Se fai un bell’atto costitutivo e ti riunisci in associazione hai il sacrosanto diritto di avere la tua bella sede, casomai assicurando gratitudine elettorale all’assessore del momento, non conta se la tua associazione gestisce uno spazio pubblico con criteri da impresa privata contravvenendo alle convenzioni sottoscritte perché si sa, che diamine, insomma ca mica gne putemme mette a fa casine tra noi? Oggi a lui domani a me. Non importa se costruisci un’associazione per cercare di scalare la montagna alle prossime elezioni. L’importante non è il fine, ma il modo! Bhè, magari io sarò nostalgico, -non di quelli che pensano di recuperare ora anni giovanili di inerzia, non è il mio caso, io all’epoca il mio l’ho fatto- ma invece penso che nell’operazione Anzacresa ci sia una scintilla, ci sia voglia di fare sostanza e non apparenza. Le ragazze che girano per la palestra sono tutte belle, non ce ne sono però vestite da veline, i ragazzi hanno delle belle facce, ma niente sopracciglia depilate. Non vuol dir nulla? Forse. Leggo tanti commenti, sopporto anche le opinioni più stravaganti che spesso suonano come uno sputo rispetto alle labbra da cui provengono, ma tra carne e plastica continuo a preferire la carne.