GIOVANNINO RUSSO, L’ULTIMA TESTIMONIANZA

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L’ultimo alfiere del meridionalismo, scomparso all’età di 92 anni, lascia agli altri narratori e ai lettori il suo ultimo testo: una dichiarazione d’amore e di impegno per il sud.

 

Biagio Russo

È il 25 settembre del 2017. Ricevo due copie da Agnese Manni di “Basilicata d’autore”, a cui come altri avevo inviato un mio racconto per la pubblicazione. Lo stesso giorno tutte le agenzie di stampa battono la notizia: è morto Giovannino Russo l’ultimo alfiere del meridionalismo. Nell’antologia dedicata al reportage  narrativo, io e Giovannino Russo siamo confinanti. Solo in virtù di un ordine alfabetico. Io, con un racconto che muove dalla frana di Montemurro del 26 febbraio del 1907, per poi snodarsi verso Viggiano, Maratea e l’oltreoceano, lui con una testimonianza intitolata Fra luigini e contadini, che assume subito il vigore  profetico di un testamento, di un lascito.
“Sono legatissimo alla Lucania”. Scrive Giovannino Russo nell’incipit lapidario. In prima persona e con un superlativo assoluto.
È una coincidenza imprevedibile come ogni cortocircuito della vita, ma significativa: lui decano della scrittura giornalistica e meridionalistica, quercia tra tante ghiande, aveva accettato l’idea di Manni di contribuire ad un’inedita guida destinata a chi intende scoprire la Basilicata, anche in virtù di un interesse crescente per Matera, capitale europea della cultura per il 2019. Ma Giovannino ci lascia, novantaduenne, proprio il giorno in cui esce il volume, donando agli altri narratori e ai lettori il suo ultimo testo: una dichiarazione d’amore e di impegno per il Sud.

“Infanzia e giovinezza determinano le radici”.

Scrive Giovannino Russo. E ci ricorda quando a 21 anni, nel 1946, insieme a un quarantaquattrenne Carlo Levi, in piazza 18 agosto a Potenza aspetta che rientri dall’esilio Francesco Saverio Nitti. A soli 18 anni, nel 1943, aveva fondato insieme ad altri il Partito d’Azione, poi confluito nel Movimento Democratico Repubblicano di Parri e La Malfa.

In lista per le elezioni all’Assemblea Costituente c’erano oltre a Levi, Guido Dorso, Michele Cifarelli e Rossi Doria. Ci si rivolgeva politicamente sia ai contadini che ai luigini, ossia ai notabili,come li aveva definiti Carlo Levi nel Cristo.

La speranza era di un rinnovamento che andasse oltre la contrapposizione di classe che Levi aveva fotografato nel Cristo, da poco pubblicato. E che saldasse per un interesse più nobile, il riscatto del Sud, la classe degli ultimi, dei cafoni, con la borghesia più illuminata e vivace.

E nel telero Lucania ’61, nascosto per anni in uno scantinato a Torino ed ora a Matera, Levi condensa, più che in 1.000 tomi saccenti, il programma politico di una generazione che credeva nel riscatto. Nell’affresco, non c’è solo Carlo Levi.

C’è quell’idea di Sud, coerente e battagliera, onesta e dignitosa, che ha nutrito Giovannino Russo fino alla sua morte: da Baroni e contadini a L’Italia dei poveri,  da Le olive verdi. Racconti dal Sud a È tornato Garibaldi.

“È un errore credere che Levi fosse chiuso nel vagheggiamento della ‘civiltà contadina’”. Ci ricorda Giovannino Russo.

Nel telero c’è il germe sano del meridionalismo, c’è una fiumana di personaggi: le madri e le donne piangenti, Rocco che arringa la folla di contadini, Danilo Dolci, Manlio Rossi Doria, Carlo Muscetta, Michele Parrella e Rocco Mazzarone.

Non solo muli e asini, non solo donne e bambini. Ma anche i padri della storia del Mezzogiorno: da Zanardelli a Nitti, da Fortunato a Dorso. Luigini e contadini insieme. Appunto.

“Levi – scrive Giovannino Russo – è lo scrittore che, subito dopo il fascismo, ha risuscitato l’interesse per il Mezzogiorno e per la Lucania in particolare, ha fatto scoprire al mondo ‘la civiltà contadina’ e in prima persona, come artista, pittore, uomo politico e intellettuale, ha partecipato alle battaglie per il rinnovamento sociale e civile del Sud Italia”.

Su Carlo Levi, Giovannino ha scritto molto, perché profondamente amico, ma anche perché lo choc del Cristo fu enorme nel 1945 per quelle coscienze giovani che con entusiasmo assaporavano “il vento del rinnovamento e della libertà”, dopo la caduta del fascismo.

“Il Cristo mi fece aprire gli occhi su un mondo in cui ero vissuto senza vedere, che mi aveva circondato dall’infanzia senza che mi accorgessi dei suoi valori…

Il Cristo operò una rivelazione, la scoperta della realtà…”.

E nel 1946 la lista di Carlo Levi a Potenza riuscì ad ottenere 5.340 voti. Quel risultato fu ottenuto perché i soci delle leghe contadine – come ammonisce Giovannino – “sfilarono per le strade insieme agli avvocati e ai notabili che erano stati antifascisti e si unirono pubblicamente per la prima volta ai contadini”.

Il testamento di Giovannino Russo è in queste poche pagine. Che sintetizzano una vita e un percorso. E ci raccontano i suoi ideali e le sue passioni con grande limpidezza e senza moralismi:

Antifascismo, libertà, realtà, marginalità, cultura e impegno. Baroni e contadini è un classico della letteratura meridionalistica. Ristampato più volte, è indispensabile non solo per capire chi eravamo, ma anche per riflettere su cosa è accaduto in termini di divario e di lotte. Nell’edizione del 1979, in premessa Giovannino Russo giunge all’amara conclusione che la battaglia è culminata in una tragica sconfitta. Non immaginava che la questione meridionale si sarebbe trasformata in una questione settentrionale e che l’aumento del divario tra Nord e Sud avrebbe fatto germinare la gramigna del separatismo leghista. Ma quando avvenne non si rassegnò e reagì con un j’accuse formidabile: una “lettera aperta ai settentrionali”, dal titolo I nipotini di Lombroso,  nel 2000, quasi a ribadire la necessità di uno Stato unitario, ripercorse il viaggio che Garibaldi fece da Quarto a Santa Maria Capua Vetere, non per celebrare, ma per spiegare che l’Unità d’Italia non fu subìta dalle popolazioni meridionali, ma fortemente voluta. Mille casacche rosse non avrebbero certo avuto la meglio sui 30.000 soldati dell’esercito borbonico se tanti borghesi, studenti, artigiani, contadini che avevano lottato contro i Borbone, che avevano subito cospirato, nelle città come nei piccoli paesi dell’Appennino, non avessero creato e combattuto per una attesa di libertà. L’Unità d’Italia non è stata subìta dal Sud, ma voluta.

Quasi coevo a Baroni e contadini è il volume, meno famoso, L’Italia dei poveri, edita da Longanesi nel 1958, e ristampato da Hacca Edizioni nel 2011, a cura di Giuseppe Lupo, dove sono raccolte, quasi sotto forma di racconto, le inchieste urbane di Giovannino Russo tra il 1951 e il 1957. Il volume rientra a pieno titolo nella migliore letteratura di viaggio o nell’inchiesta sociologica, tipica degli anni Cinquanta e vede il ruolo  importante, perché aggregante, della casa editrice Laterza di Bari e della collana “I libri del tempo”, che ospitava Tommaso Fiore, Rocco Scotellaro, Danilo Dolci, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Leonardo Sciascia.

Le sue indagini erano rivolte agli umili, che fossero gli operai milanesi della Falck o della Breda, o i camalli genovesi, emigranti o prostitute, e raccontavano il mutamento, la contraddizione di quegli anni sfuggenti, schiacciati tra Ricostruzione e Boom economico, tra il legame alla terra e il desiderio del salario, tra battaglie ideologiche e nuovi conflitti sociali e politici.

Giovannino Russo ha sempre descritto il mutamento. Per lui la realtà era il dato di partenza su cui innestare la voglia di cambiamento, la rinuncia all’arrendevolezza. Senza nascondere, senza enfatizzare, senza mitizzare. Il 26 novembre è scomparso prematuramente Alessandro Leogrande, a soli 40 anni, meridionalista finissimo, lottatore ideologico e coltissimo, sempre vicino agli umili, come Giovannino. In un articolo di un paio d’anni fa su “Internazionale”, dal titolo “La questione meridionale non è mai finita”, non solo prendeva atto della morte del meridionalismo storico, quello migliore, quello a cui apparteneva Giovannino Russo, ma lamentava la scomparsa del termine “Sud” dall’agenda politica e la comparsa del “sudismo”: “cioè del piagnisteo neoborbonico di chi vagheggia il ritorno a un buon tempo andato che non è mai esistito, e ede i mali solo e sempre altrove (nel nord, a Roma, a Bruxelles o a Francoforte), emendando di fatto le responsabilità delle élite meridionali”.

La morte di Giovannino Russo e quella di Alessandro Leogrande, “suo figlio ideale”, ci lasciano ancor più soli.

Chiudo riprendendo uno stralcio di Alessandro, che sembra scritto proprio per Giovannino Russo: “Ha saputo analizzare (sotto la lente di una sorta di illuminismo radicale) i ceti sociali e le ragioni profonde del cosiddetto ritardo. Ma, nel farlo, ha saputo anche individuare le responsabilità delle classi dirigenti locali, della ‘borghesia lazzarona’, dei tanti ‘luigini’ (per usare un’espressione cara a Carlo Levi) annidati tra le pieghe dello status quo. Non perché le colpe siano solo ‘nel’ sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica”. Ecco, l’insegnamento di Giovannino Russo è proprio nel dovere di criticare l’esistente, ma senza mai disgiungerlo dall’impietosa anticamera dell’autocritica.

A noi raccogliere il testimone.

BRN 139-140

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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